birra doppio malto

doppio malto

In dizionario di Silvio DellʼAcqua

birra a gradazione alcolica medio alta. Contrariamente a quanto comunemente creduto, la denominazione “doppio malto” non ha alcun significato qualitativo o organolettico, né ha alcuna relazione con il procedimento con cui è fabbricata o con la quantità di malto impiegata: si tratta di una “denominazione di vendita” che per la legge italiana si applica alle birre che presentano una densità (o grado saccarometrico) non inferiore a 14,5 gradi Plato,[1] come stabilito dall’art. 2 del Decreto del Presidente della Repubblica 30 giugno 1998 nº 272, in materia di “[…] produzione e commercio della birra”. In pratica, qualunque birra soddisfi tale condizione può essere venduta come “doppio malto”. Non è invece un requisito la gradazione alcolica: per la doppio malto vale il minimo di 3,5% previsto dalla normativa italiana per qualsiasi birra in generale (tranne le light e le analcoliche); tuttavia una densità non inferiore a 14,5 Plato si traduce in genere, con larga approssimazione, in un grado alcolometrico minimo tra 5,5% e 6,5% per le birre doppio malto.[2]

La denominazione “doppio malto” fu introdotta nel 1962 con la L. 16 agosto 1962, n. 1354 (“Disciplina igienica della produzione e del commercio della birra”, all’ art.2) per le birre di densità superiore a 15 gradi Plato, soglia ridotta agli attuali 14,5 con il sopraccitato decreto del 1998. L’uso del termine malto (che si riferisce all’orzo o altro cereale germinato, ingrediente fondamentale della birra — v. maltaggio) creò però un equivoco tuttora persistente, portando molti a credere che la denominazione si riferisse ad un particolare qualità di birra:

  Che sarà? Mi chiedevo: una birra con più malti, con doppia quantità di malto, senza luppolo, fermentata più volte? Oppure quella scura, che sembra nibelungico pane liquido? No, niente di tutto questo.

Matteucci, Sapo C’era una vodka: Un’educazione spirituale da 0° a 60°  (Laterza, 2014)

L’espressione doppio malto, essendo in genere associata a birre con un gradazione alcolica superiore alla media, è entrata nel linguaggio comune come sinonimo di “birra forte”, ossia più alcolica, corposa, “pesante”, in una parola strong; quella che nell’immaginario collettivo è associata al bevitore abituale e ai bar più sordidi:

 …il consigliere d’ambasciata di Gran Bretagna, un ex ragazzo dal ventre foderato di doppio malto, malgrado ciò vispo e perfetto chiacchierone.

Pietrangelo Buttafuoco, L’ultima del diavolo (Mondadori, 2008)

La doppio malto e la sua amarezza caratteristica somigliavano ad un suicidio graduale, stoico e silenzioso, allo scrollarsi di dosso la vita come si fa con un vecchio maglione peloso.

Riccardo Cattaneo, Moluch (2015)

Doppio malto è una denominazione che nasce dalla legislazione italiana e che quindi non ha equivalenti in altri paesi o lingue: la birra doppio malto non va confusa infatti con la Double o Dubbel che è una birra ale belga rifermentata in bottiglia. Sulla scorta della “doppio malto” alcuni produttori, distributori e/o gestori di pub –giocando appunto sull’equivoco– iniziarono ad utilizzare denominazioni di fantasia come “triplo malto” o “quadruplo malto” (anch’esse da non confondere con le belghe Tripel e Quadrupel) per suggerire una particolare corposità o una gradazione alcolica ancora più alta, evocando una inesistente “scalda dei malti”: queste denominazioni hanno però solo finalità di marketing e non hanno nessun riscontro nella normativa né danno alcuna indicazione sulle caratteristiche della birra.


  1. [1]Secondo la legislazione italiana si intende per grado Plato o grado saccarometrico della birra la quantità in grammi di estratto secco contenuto in 100 grammi del mosto con il quale la birra è prodotta.
  2. [2]Il grado Plato ha una relazione diretta –ma non lineare– con il contenuto alcolico in quanto gli zuccheri vengono trasformati in alcol.

Immagine: Morguefile.