Nono Gelo

Nonno Gelo, l'altro Babbo Natale

In Cultura popolare, Folklore, Geografia insolita, Speciale Natale di Silvio Dell'Acqua

Nono Gelo

Ha una lunga barba bianca e guance rosse, un lungo abito orlato di pelliccia, viene d’inverno e porta i regali ai bambini. Ma arriva qualche giorno dopo Babbo Natale: è Nonno Gelo, il tradizionale portatore di doni del folklore natalizio russo e di molti paesi dell’est. Solitamente si veste di blu o di azzurro, a volte di bianco e in tempi recenti anche di rosso, proprio come il suo omologo occidentale. È un caso, si può dire, di “convergenza evolutiva”: nonostante nel tempo le due figure siano diventate molto simili, fino quasi a sovrapporsi,  l’origine di Nonno Gelo non ha nulla a che vedere con il santo Nicola di Bari da cui deriva invece il mito di Santa Klaus.

Nonno Gelo nell'abito tradizionale.

1 – Nonno Gelo nell’abito tradizionale.

Nonno Gelo, tanto per cominciare, non era un santo ma un demone. Si chiamava Morozko ed aveva il potere di congelare le persone. A lui erano attribuiti i decessi da assideramento, soprattutto tra gli incauti che si avventuravano per i boschi o tra i bambini che, non sorvegliati dai genitori, si perdevano. L’immaginario popolare era profondamente suggestionato dagli elementi della natura dalla cui benevolenza dipendeva la sopravvivenza dell’uomo e in particolare dalle manifestazioni estreme del rigido inverno russo, la cui rappresentazione antropomorfica nel pantheon della mitologia slava era appunto il demone Morozko. Non inganni l’accezione occidentale della parola demone: nella letteratura russa il демоп (démon) è uno spirito, senza alcuna particolare connotazione negativa. Il “demònio” provocatore del male, della tentazione e del peccato, è detto invece бес (bes) — infatti il titolo originale de I Demoni di Dostoevskij è Бесы (Besy). Protagonista di fiabe e leggende del folklore russo, Morozko apparteneva alla categoria dei démony e non era quindi propriamente malvagio, quanto piuttosto un elemento di equilibrio tra il bene ed il male, severo verso gli immeritevoli ma benevolo verso le persone oneste e di buona volontà. Una fiaba tradizionale siberiana, raccolta da Alexander Afanas’ev nell’opera Fiabe Russe (Народные Русские Сказки) pubblicata tra il 1855 ed il 1863, narra di una ragazza di nome Marfusha fatta abbandonare nel bosco, al freddo, dalla malvagia matrigna che voleva liberarsene. Qui sopraggiunge il Gelo che, intenerito dal buon cuore della ragazza, anziché assiderarla decide di portarla con sé e coprirla di regali, per poi punire invece la matrigna per l’ignobile atto “congelandole” la figlia prediletta.


Nonno Gelo, tanto per cominciare, non era un santo ma un demone
Morozko e la fanciulla di neve, illustrazione di Ivan Bilibin (1932)

2 – Morozko e la fanciulla, illustrazione di Ivan Yakovlevich Bilibin (1932)

Dalla fine del primo millennio dopo Cristo, in Russia, le divinità pagane iniziavano a perdere terreno di fronte all’avanzata del Cristianesimo. Quest’ultimo non ammetteva figure ambigue e Morozko, per sopravvivere, dovette gradualmente adattarsi abbandonando il proprio lato “malvagio”, smettendo cioè di congelare ignari passanti e limitandosi a portare i doni ai bambini per diventare così Ded Moròz (Дед Мороз), il bonario “Nonno Gelo”. Nel frattempo, a partire dal XVIII si andava diffondendo in Russia il culto del vescovo di Myra San Nicola di Bari, tuttora patrono della Russia, che secondo la tradizione portava anch’egli i regali la notte del 6 dicembre, giorno a lui dedicato nel calendario liturgico. Il passaggio di Nonno Gelo fu invece fissato per il 31 dicembre, notte di capodanno, festività molto sentita in Russia (e fastosamente festeggiata). Ciò avvenne sicuramente dopo il 1700, quando Pietro il Grande decretò l’adozione del calendario giuliano per uniformarsi alle potenze europee:[1] fino ad allora, infatti, era in vigore il calendario bizantino il cui capodanno cadeva il 1° settembre dell’attuale gregoriano. Ad aumentare la confusione, nel 1917 i bolscevichi avrebbero imposto il calendario gregoriano, oggi adottato nella maggior parte dei paesi del mondo occidentale, e per eliminare la discrepanza di 13 giorni tra i due calendari si stabilì per decreto che il 1918 sarebbe iniziato direttamente con il 14 gennaio, saltando tutti i giorni precedenti. La Chiesa Ortodossa, in disaccordo con la riforma, continuò invece ad utilizzare invece il calendaro giuliano sicché le festività religiose ancora oggi sono slittate di 13 giorni rispetto al calendario ufficiale: il Natale ortodosso cade pertanto il 7 gennaio anziché il 25 dicembre. Intanto, nel mondo occidentale San Nicola, che già riassumeva in sé molte rappresentazioni antiche del portatore di doni di ispirazione religiosa o popolare, si trasformava a poco a poco nel suo moderno alter ego laico Babbo Natale aka Santa Claus, la cui figura veniva progressivamente a definirsi a partire da opere come i poemi A Visit From St. Nicholas di Clement Clark Moore (1822) ed alle illustrazioni di Thomas Nast per la rivista politica Harper’s Weekly di New York (1863—1865). In Russia il Santo rimase tale, relegato per lo più all’ambiente cristiano, mentre fu Nonno Gelo a prendere del ruolo di portatore laico di doni attribuito in occidente a Babbo Natale. Pur influenzato da quest’ultimo, mantenne alcune caratteristiche proprie come il colore dell’abito, blu o bianco anziché rosso e spesso riccamente ornato con motivi ispirati ai cristalli di ghiaccio e ai fiocchi di neve, i tradizionali stivali di feltro (i valenki) e l’immancabile bastone di ghiaccio con cui si aiuta ad avanzare nella neve. Nonno Gelo preferisce infatti spostarsi a piedi ma, se proprio deve utilizzare la slitta, nelle più comuni raffigurazioni popolari sembra prediligere alle renne la tradizionale troika, ovvero il tiro a tre cavalli.

Nonno Gelo con la tradizionale slitta a tre cavalli (troika) in un disegno del 1887

3 – Ded Moròz con la tradizionale slitta a tre cavalli (troika) in un disegno del 1887 del pittore tedesco Whilhelm Amandus Beer.

Dalla Russia con amore

Ded Moroz e Sneguročka in una cartolina russa del 1917.

4 – Ded Moròz e Sneguročka in una cartolina russa del 1917.

Un’altra notabile differenza sta nel fatto che Babbo Natale è fondamentalmente un solitario. A parte eventuali aiutanti elfi e compagne apocrife occasionamente attribuitegli,[2] non ha figure stabili di contorno ed è solo con le sue renne mentre porta a termine il compito per cui è universalmente conosciuto. Nonno Gelo invece arriva quasi sempre accompagnato da Sneguročka (Снегурочка), nome che in russo significa “fanciulla di neve”. È il 1873 quando l’omonima opera teatrale di Aleksandr Nikolaevič Ostrovskij, con echi shakespeariani e musiche di Čajkovskij (quello de Lo Schiaccianoci, 1892) viene presentata al Teatro Bolšoj di Mosca riportando in auge la drammatica storia di Sneguročka, disposta a perdere la propria natura immortale in cambio della possibilità di innamorarsi come ogni essere umano. Quando ciò le viene concesso, la giovane si avventura fuori dalla foresta e si scioglie al primo raggio di sole (mai una gioia). Figura ricorrente in fiabe e leggende popolari, Sneguročka ha origine nelle antiche credenze pagane e rappresenta ancora una volta l’eterno alternarsi delle opposte forze della natura. Sarebbe infatti figlia dell’inverno e della primavera, unitisi carnalmente in quell’unico giorno all’anno in cui si incontrano per il naturale avvicendarsi delle stagioni. Sua madre è la giovane Vesna, personificazione della primavera e dea della bellezza. Suo padre –l’inverno– altri non è che quel vecchio marpione di Morozko, alias Ded Moròz: la piccola Sneguročka sarebbe quindi tecnicamente figlia di Nonno Gelo.

Nonno Gelo e Sneguročka negli abiti tradizionali, a Belovezhskaya Pushcha in Bielorussia.

5 – Nonno Gelo e Sneguročka in abiti tradizionali a Belovezhskaya Pushcha, in Bielorussia. A prescindere dal colore, il vestito di Nonno Gelo è di solito riccamente ornato rispetto a quella di Babbo Natale.

«Alleato dei preti e dei kulaki»

Mentre la maggior parte dei paesi occidentali viveva una trasformazione sociale, economica e politica in senso democratico e liberale, la Russia imperiale di Nonno Gelo restava immobile nel modello di governo autocratico e conservatore degli Zar e con l’arrivo del XX secolo rimaneva una delle nazioni più arretrate d’Europa. Le tensioni sociali portarono alle rivoluzioni russe[3] che si conclusero con la caduta dell’Impero e la presa di potere dei bolscevichi dopo il famoso “ottobre rosso” del 1917. I bolscevichi avevano tra gli obbiettivi ideologici l’abolizione totale della religione, definita da Karl Mark «l’oppio dei popoli»,[4] in favore dell’ateismo universale. Se Nicola di Bari era ovviamente espressione dell’odiata chiesa cattolica, anche il povero Ded Moròz fu visto come una manifestazione di credenze pagane o di superstizioni da abolire. Incompatibile con la visione materialista e scientifica del mondo promossa dalla propaganta antireligiosa, nel 1928 fu accusato di essere un «alleato dei preti e dei kulaki»[5] (sic) e messo al bando insieme agli alberi di Natale, considerati simboli religiosi e borghesi.[5][6] Le processioni religiose, le celebrazioni del Natale e del Capodanno Russo furono proibite in favore di festività legate ad un imposto immaginario socialista; nel 1929 fu addirittura introdotto un “calendario rivoluzionario” con settimane di cinque giorni per cancellare anche il ricordo della domenica cristiana come giorno di riposo. Ma le abitudini e le tradizioni religiose si rivelarono durissime da sradicare e queste misure furono tanto impopolari che il regime dovette gradualmente mollare la presa sulle celebrazioni religiose e tornare al calendario gregoriano.

Al mio segnale scatenate il Natale

Negli anni ’30 ci fu una svolta nella politica delle festività. Preso atto che il Natale sarebbe stato comunque festeggiato, nel partito comunista qualcuno iniziò a pensare che fosse meglio liberalizzarlo facendone un mezzo di propaganda rivolto soprattutto ai bambini e ragazzi. Bisognava però trovare una giustificazione per il cambio di rotta e a fornirla fu il primo segretario del Comitato Regionale di Kiev e del Partito Comunista Ucraino, tale Pavel Postyshev, considerato uno dei principali fautori della scellerata pianificazione dell’agricoltura che provocò l’holomodor, la terribile carestia che si abbattè sull’Ucraina tra il 1932 ed il 1933 causando la morte di milioni di persone. In una sua lettera pubblicata sul quotidiano Komsomól’skaja Pravda[7] il 28 dicembre 1938 denunciava la proibizione degli alberi di Natale, chiamati però eufemisticamente “alberi di Capodanno”, come una «deriva di destra» (no, sul serio…) In fondo, sosteneva Postyshev, le feste invernali erano una tradizione pre–cristiana; non c’era nulla di male ad addobbare un albero o scambiarsi doni e i bambini sarebbero stati più felici (sottintendendo quindi più fedeli al partito). Fu il segnale; alberi e decorazioni tornarono nelle case, nelle strade, nelle scuole e addirittura nelle caserme. Racconta lo scrittore russo Victor Fischer: «Mi ricordo l’emozione e l’allegria a Mosca allorché la triste politica che vietava la celebrazione delle festività tradizionali fu invertita in un solo giorno. Gli abeti inondarono la città e le decorazioni a lungo nascoste emersero in addobbi luminosi.»[8]

Ballo di capodanno dell'Armata Rossa, 1937

6 – Ballo di Capodanno del 1937 nel quartier generale dell’Armata Rossa: sullo sfondo si vede un grande albero addobbato (dal quotidiano Pravda del 2 gennaio 1937).

L’intento era chiaramente di trasferire l’immaginario natalizio, con tutti i suoi riti e simboli, sul capodanno laico che avrebbe così assorbito ogni festività religiosa limitrofa. A tale scopo fu riabilitato anche Nonno Gelo che nel 1937, dopo quasi vent’anni di esilio, potè tornare in patria a condizione che lavorasse per il regime. Il suo ruolo sarebbe stato di riempire il vuoto lasciato dal suo alter ego cristiano e compagno di esilio San Nicola, prevenendone così il ritorno. Sarebbe venuto quindi a capodanno e avrebbe distribuito i doni nella piazza di ogni villaggio, sotto un grande albero allestito a cura del locale Komsomol, l’organizzazione giovanile del partito comunista. Il primo giorno di lavoro, il capodanno del ’37, fu un disastro: gli alberi erano spesso addobbati con candele per mancanza di corrente elettrica e i costumi di bassa qualità utilizzati dai figuranti prendevano fuoco. A Novo-Nikolaevsk due funzionari del Komsomol furono avvolti dalle fiamme, una ragazzina di dodici anni perse la vita a Slobodskoj (vicino a Kirov), in tutta l’Unione Sovietica si registrarono 39 morti e svariati ustionati, per lo più bambini.[5] Nonostante l’inizio difficile, Nonno Gelo continuò a distribuire i doni nelle piazze con gli auguri di Stalin. Inizialmente indossava la tradizionale mise azzurro–ghiaccio per distinguersi dall’omologo occidentale; in seguito però fu tollerato anche il rosso in quanto colore della bandiera rivoluzionaria e Nonno Gelo finì così, paradossalmente, per assomigliare ancor di più all’odiato Babbo Natale capitalista. La bella Sneguročka fu di nuovo al suo fianco ma orfana di madre, poiché —vuoi che dopo vent’anni di esilio ci si era dimenticati di lei, vuoi che le nemmeno le divinità pagane erano gradite dal regime— ogni riferimento a quella relazione di tanti anni fa con la Primavera era scomparso. In mancanza di una figura materna Sneguročka passò da figlia a nipotina, poi compagna (!) e addirittura in alcune cartoline d’auguri sovietiche l’incestuosa coppia venne raffigurata intorno a una culla con un neonato, metafora del nuovo anno, in una chiara imitazione laica della Natività cristiana.

Nonno Gelo porta i regali al nemico in una cartolina di propaganda del 1940.

7 – «Nonno Gelo porta i regali al nemico» in una cartolina di propaganda del 1940.

Nel 1940 l’Unione Sovietica entrò nella seconda guerra mondiale e anche Nonno Gelo venne reclutato per rincuorare le truppe e le loro famiglie. Con il colbacco dell’Armata Rossa e lo sguardo truce da veterano, è ritratto  mentre svuota un sacco pieno di bombe –anziché di doni– sulle forze dell’Asse: «Nonno Gelo porta i regali al nemico» recita con macabra ironia la filastrocca su una cartolina augurale. Curiosamente l’impiego di Nonno Gelo nella propaganda di guerra trovò un corrispettivo americano: sono giorni bui e anche Babbo Natale, icona di “pace e buona volontà”, è costretto a imbracciare il fucile per un famoso poster realizzato dal War Production Board nel 1942 (circa), Santa Claus Has Gone To War! che ricorda le pubblicità della Coca Cola di Haddon Sundblom, ma meno rassicurante. Al di là della propaganda, mentre Babbo Natale sembra più a suo agio con i caminetti che con le armi, la raffigurazione di un Nonno Gelo guerrafondaio non era invece così lontana dai trascorsi di quest’ultimo.
Babbo Natale imbraccia il fucile in un poster americano di propaganda del 1942.

8 – Santa Claus has gone to war! Anche il Babbo Natale occidentale va in guerra nella propaganda U.S.A. (c.a 1942).


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9 – Il Generale Inverno che immobilizza le truppe sul fronte orientale della I guerra mondiale è raffigurato su Le Petit Journal del 9 gennaio 1916 come una sorta di Babbo Natale malvagio.

Morozko infatti era la personificazione dell’inverno, da sempre il migliore alleato dei russi nel fermare gli invasori; il “Général Hiver” come lo soprannominò il Maresciallo Ney dopo la disastrosa campagna napoleonica di Russia del 1812,[9] Prima di lui aveva già dovuto farci i conti Carlo XII di Svezia, nella sua fino ad allora fortunata campagna contro lo Zar Pietro il Grande, tra 1708 ed il 1709. Faceva tanto freddo che la legna non bruciava e alcuni cavalieri furono trovati morti in sella ai propri cavalli. La successiva sconfitta a Poltava fu, come Waterloo per Napoleone, l’inizio della fine.[10] Nel ventesimo secolo il Generale Inverno immobilizzò il fronte orientale della prima guerra mondiale (1914-1918)[11] e durante la seconda fece sì che l’Operazione Barbarossa (1941) si trasformasse nella completa disfatta del III Reich. Si può dire che il Generale Inverno (General Moroz, come lo chiamano i russi[12]) e Nonno Gelo (Ded Moroz) siano due facce –quella severa e quella benevola– di una stessa medaglia: l’onnipotenza dell’inverno russo.

Razzi e renne

Nel 1945 le forze sovietiche presero Berlino. La guerra in Europa era finita, il mondo era da ricostruire ma le superpotenze vincitrici avevano idee antitetiche su come farlo. Le crescenti tensioni internazionali sfociarono nelll’ostilità politica e ideologica tra l’occidente e il cosiddetto “blocco comunista”; nel giro di pochi anni i due Babbi si trovarono separati dalla “cortina di ferro”, come Churchill chiamò la linea di confine che divideva l’Europa:[13] Santa Claus ad ovest e Nonno Gelo a est. Durante la guerra fredda, la competizione per il raggiungimento della supremazia militare e tecnologica portò a notevoli sviluppi da ambo le parti, soprattutto nel campo dell’atomo e dello spazio. A oriente, Nonno Gelo e Sneguročka sembrarono appassionarsi al progresso tecnologico e in particolare alla corsa allo spazio, abbandonando la slitta per cavalcare razzi e veicoli spaziali sempre più veloci verso il radioso futuro socialista.

10 – Ded Moròz e Sneguročka durante la corsa allo spazio.

Il volantino di Sears del 195

11 – Il volantino di Sears del 1955 con il numero di telefono sbagliato che dette inizio al programma “NORAD Tracks Santa”.

Intanto a Occidente, non riuscendo a convincere il più tradizionalista Babbo Natale a sostituire le renne nemmeno con un jet, si decise almeno di mettergli a disposizione la tecnologia radar: tutto ebbe inizio nel 1955 quando un negozio “Sears”[14] di Colorado Springs pubblicò su un giornale locale un annuncio pubblicitario nel quale si invitavano i bambini a telefonare direttamente a Babbo Natale. Per un fortuito errore di battitura, però, il numero di telefono pubblicato non fu quello del negozio ma quello della vicina base dell’aeronautica militare, sede del Comando di Difesa Aerea Continentale (CONAD), che la sera del 24 dicembre fu tempestata di chiamate da parte di bambini che chiedevano delucidazioni sulla consegna dei regali. Il colonnello Shoup in servizio quella notte dette disposizione al personale di assecondare i bambini fornendo loro le coordinate della slitta in volo, inaugurando così una tradizione che resiste ancor oggi. Ben presto la minaccia dei bombardieri nucleari a lungo raggio portò Stati Uniti a Canada ad una più stretta collaborazione per la difesa aerea e nel 1958 il CONAD confluì nel nuovo Comando di Difesa Aerospaziale del Nord-America (NORAD); la sede principale fu spostata nella Cheyenne Mountain Air Force Station (sempre in Colorado) ma il servizio di tracciamento di Babbo Natale, chiamato ora “NORAD Tracks Santa”, fu mantenuto ed oggi continua anche sull’apposito sito internet. Quella del NORAD rimane una delle poche aggiunte alla tradizione di Babbo Natale e secondo Gerry Bowler, professore di storia all’Università di Manitoba e autore del libro Santa Claus: A Biography, l’unica che ne porta davvero il mito nell’era moderna, prendendone un elemento tradizionale –il viaggio con la slitta– e inserendolo in un contesto tecnologico. La risposta di Nonno Gelo arrivò solo nel 2009, vent’anni dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica, quando le Forze Spaziali Russe[15] lanciarono l’analogo servizio “GLONASS Tracks Father Frost“: il GLONASS, acronimo di Global’naja Navigacionnaja Sputnikovaja Sistema, è infatti il sistema satellitare globale di navigazione russo, controparte del Global Positioning System (GPS) statunitense e del sistema satellitare europeo Galileo.

Finlandia vs. Russia

Il viaggio di Babbo Natale e quello di Nonno Gelo per la consegna delle strenne non differiscono solo per la data (la vigilia di Natale il primo, capodanno il secondo) ma anche per il punto di partenza, la casa o il villaggio dove le due figure risiedono. Nel XIX secolo, i riferimenti nordici e germanici contenuti nel celebre poema di Moore e nelle illustrazioni natalizie di Thomas Nast (che era di origine bavarese) fecero nascere in nordamerica la convinzione che Babbo Natale provenisse dal Polo Nord; un luogo sì freddo e remoto, ma anche inaccessibile ai comuni mortali, distante e non contaminato dalla vita di tutti i giorni. Collocare Babbo Natale al Polo Nord significava però anche «confinarlo in una mitica terra di nessuno, in una sorta di luogo più fantastico che reale», scrive Carlo Sacchettoni nel libro La storia di Babbo Natale (1996), una «zona “franca” dove il sogno può diventare un evento possibile, dove la favola può trasformarsi in realtà.» Per gli europei, Babbo Natale risiede invece in Lapponia e per la precisione vicino a Rovaniemi, in Finlandia. Già dal 1925, nella corrispondenza pubblicata su alcuni giornali locali sotto Natale,[16] si leggevano le perplessità sulla fiabesca provenienza polare di Babbo Natale da parte dei pragmatici finlandesi, i quali giustamente obbiettavano che le renne al polo non avrebbero potuto pascolare. Inoltre il paese con più renne era la Finlandia e quindi se Babbo Natale aveva le renne era molto più probabile che vivesse nella Lapponia finlandese. Nel 1927 Markus Rautio, presentatore di un programma per bambini alla radio pubblica finlandese, dichiarò che il mitico villaggio di Babbo Natale si trovava un poco più a nord del circolo polare artico, nella zona del monte Korvatunturi. A mettere il sigillo dell’ufficialità alla –fino ad allora presunta– cittadinanza finlandese di Santa Claus fu la ricostruzione post bellica. Dopo la seconda guerra mondiale la Lapponia fu la prima regione a ricevere gli aiuti dall’UNRRA,[17] organizzazione delle Nazioni Unite precorritrice dell’attuale UNICEF. Nel 1950 la delegata degli Stati Uniti per l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite (ed ex first lady in quanto moglie del defunto presidente Franklin Delano Roosevelt), considerata l’anima dell’UNRRA, effettuò una visita a sorpresa a Rovaniemi per constatare i progressi del programma di ricostruzione in Lapponia. In tale occasione fu organizzata una cerimonia di ricevimento presso una capanna costruita appositamente in una sola settimana e posta simbolicamente sul napapiiri, il Circolo Polare Artico. La capanna divenne una attrazione turistica e intorno ad essa sarebbe cresciuto quello che oggi è internazionalmente noto come il “Santa Claus Village“, un parco tematico gestito dall’ente regionale per il turismo. Altri paesi nordici rivendicarono la residenza o l’ufficio di Babbo Natale: per i Norvegesi è a Drøbak, un villaggio risalente al diciottesimo secolo che ha saputo conservare la sua architettura tradizionale; in Groenlandia è presso l’ufficio postale di Nuuk, capoluogo dell’isola; per la Svezia è nel parco tematico a sud di Mora; per gli islandesi[18] svernerebbe in un villaggio termale vicino a Hveragerði; in Danimarca invece è praticamente ovunque. Anche in Alaska c’è una casa di Babbo Natale a Fairbanks e villaggi estemporanei fioriscono dappertutto ogni anno, ma quello più famoso e più comunemente ritenuto “ufficiale” resta quello finlandese di Rovaniemi.

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Santa Claus\' Village, Rovaniemi, Finlandia: 66.543614, 25.847197
Velikij Ustjug: 60.767961, 46.306964

Rovaniemi in Finlandia e Velikij Ustjug in Russia: rispettivamente i villaggi di Babbo Natale (rosso) e Nonno Gelo (blu).

Ded Moròz, invece, originariamente era il demone dell’inverno e la sua residenza era ovunque ci fosse ghiaccio e neve, soprattutto nelle foreste (stiamo parlando dei tempi in cui si divertiva a congelare viandanti a caso solo per il “LOL”). In particolare in Bielorussia la casa di Ded Moròz (anzi, Dzied Maroz come lo chiamano lì) è tradizionalmente collocata nella foresta di Białowieża. Solo dopo la transione della Russia al libero mercato divenne chiaro che un villaggio di Nonno Gelo al pari di quelli occidentali potesse essere una risorsa economica: nel 1998 la residenza ufficiale di Ded Moròz fu stabilita nell’idilliaco villaggio di Velikij Ustjug, antico centro monastico e mercantile circa mille chilometri a nord–est di Mosca, per iniziativa dell’allora sindaco Yuri Luzkhov che intendeva rilanciare il turismo. Vi si tiene anche una festa del “compleanno di Nonno Gelo” il 18 novembre[19] e la cittadina riceve circa 200 mila turisti all’anno, desiderosi di vedere la casa di legno («…una via di mezzo tra un museo e un festival del kitcsh» secondo Lonely Planet[20]) dove Nonno Gelo e Sneguročka preparano i regali e trascorrono la vita di tutti i giorni. In fondo, che sia est o che sia ovest, i sogni dei bambini sono sempre gli stessi.

Nonno Gelo e Sneguročka

12 – Nonno Gelo e Sneguročka negli abiti tradizionali (Fotolia).

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Note

  1. [1]In realtà, in Europa, dal 1582 era stato introdotto il calendario gregoriano che aveva sostituito il giuliano nella maggioranza dei paesi.
  2. [2]A. Bianchi in La vera storia di Babbo Natale (ed. 3ntini, 2004) riporta tale Jessica Maria Claus come consorte di Babbo Natale (p. 48).
  3. [3]Rivoluzione del 1905, rivoluzione di febbraio e di ottobre del 1917.
  4. [4]«La religione è il singhiozzo di una creatura oppressa, il sentimento di un mondo senza cuore, lo spirito di una condizione priva di spirito. È l’oppio dei popoli» (Karl Marx, Critica della filosofìa hegeliana del diritto pubblico).
  5. [5]Petrone (op. cit.Pag. 85–88.
  6. [6]Filomonova, Olga in “Елочные базары” in ВЗГЛЯД, 29 novembre 2005. Web.
  7. [7]Il Komsomól’skaja Pravda era l’organo ufficiale del Komsomol, l’organizzazione giovanile del Partito Comunista dell’Unione Sovietica. Da non confondersi con il più noto Pravda, che era invece l’organo ufficiale del Partito Comunista dell’Unione Sovietica.
  8. [8]Fischer, Victor e Charles Wohlforth To Russia with Love: An Alaskan’s Journey Fairbanks: University of Alaska Press, 2012. Pag. 47.
  9. [9]Generale Inverno.” Corriere Della Sera 19 Feb. 2013, “La Parola”: 3. Milano: RCS Mediagroup. Web. 27-10-2015.
  10. [10]Fair, Charles. Storia Degli Errori Militari: Dall’antica Roma Al Vietnam. Bologna: Odoya, 2013. P. 160.
  11. [11]Il freddo neutralizzava i gas lacrimogeni teschi. Cfr. Liddell Hart, sir Basil Henry La prima guerra mondiale. 1914-1918 Milano: RCS Libri, 1999.
  12. [12]In cirillico: Генерал Мороз.
  13. [13]«Da Stettino nel Baltico a Trieste nell’Adriatico una cortina di ferro è scesa attraverso il continente»: dal discorso di Winston Churchill a Fulton (Missouri) il 5 marzo 1946.
  14. [14]Sears, Roebuck & Co. nota come “Sears” è una catena americana di grandi magazzini fondata nel 1886 da Richard Warren Sears and Alvah Curtis Roebuck in 1886: dette il nome al celebre grattacielo “Sears Tower” di Chicago che ne fu sede fino al 1990.
  15. [15]Le Forze spaziali russe (Vozdushno-KosmicheskieSily Rossii, abbr. VKS) erano la branca delle forze armate della Federazione Russa che si occupa delle operazioni militari riguardanti lo spazio. Dal 2015 furono incorporate nelle Forze Missilistiche Strategiche, la forza armata preposta alla gestione dei missili balistici intercontinentali.
  16. [16]Sacchettoni, pag. 92 (op. cit.)
  17. [17]UNRRA: United Nations Relief and Rehabilitation Administration.
  18. [18]Nella tradizione islandese, però, il Babbo Natale euro–americano è solitamente sostituito dai tredici “Jólasveinar”.
  19. [19]Richmond, Simon Russia Europea EDT/Lonely Planet, 2009. Pag. 12.
  20. [20]Russia. Edizioni EDT/Lonely Planet, 2012. P. 371.

Bibliografia e fonti

Immagini

Copertina: © Vadimdem/Fotolia

  1. © Demian/Fotolia.
  2. Ivan Yakovlevich Bilibin, 1932 (Commons).
  3. Wilhelm Amandus Beer, 1887 (Commons).
  4. Cartolina russa del 1917 (Commons).
  5. Belovezhskaya Pushcha (Belarus), 18-12-2004 (Commons).
  6. dal quotidiano Pravda del 2 gennaio 1937.
  7. Cartolina sovietica di capodanno destinata alle truppe, 1940 (Commons).
  8. Poster di propaganda del U.S. Office for Emergency Management, War Production Board. 1942–3 circa (Commons).
  9. Le Petit Journal, 9 gennaio 1916 (Commons).
  10. Cartoline sovietiche.
  11. Annuncio pubblicitario del negozio “Sears” di Colorado Springs, 1955 (Commons).
  12. © Demian/Fotolia.

Opera tutelata dal plagio su www.patamu.com con numero deposito 52570.

 

 

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Silvio Dell'Acqua

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Fondatore, editore e webmaster di Laputa. Cultore Italiano di Storia della Croce Rossa Internazionale (CISCRI). Le notti insonni sono fatte per scoprire vecchie ferrovie ed esotiche monorotaie, progetti perduti di un futuro che non è mai arrivato se non in qualche universo parallelo.