Sala operativa tattica del Ballistic Missile Early Warning System di Thule, 1984

Il falso allarme atomico di Thule

In Ma veramente è successo?, Militaria, Storia di Alessio Lisi

Sala operativa tattica del Ballistic Missile Early Warning System di Thule, 1984
Sala operativa del Ballistic Missile Early Warning System di Thule, Groenlandia, 1984.
L’America degli anni della Guerra Fredda è nota anche a chi non l’ha vissuta per via dei film e delle serie TV. Allo spettatore capiterà magari di sorridere vedendo i riflessi della paura, a tratti paranoica, della guerra nucleare che egli sa non essere mai scoppiata. Quello che forse si conosce meno è che a quella guerra ci siamo andati vicini diverse volte, scampandola per un soffio come durante la crisi dei missili di Cuba o la spartizione di Berlino. Se in quei casi era una situazione geopolitica incandescente a determinare la crisi, in altri è stato un banalissimo errore informatico, su sistemi pensati per difendersi, a portare l’umanità vicina alla catastrofe nucleare. Per nostra fortuna uomini ben addestrati hanno evitato il peggio e questa è una loro breve storia.

Una volta finita la Seconda Guerra Mondiale, le tensioni prodotte dalla divisione dell’Europa e dalla Guerra di Corea portarono l’Esercito statunitense a pensare e a sviluppare un sistema di difesa dello spazio aereo. Dal 1940 con l’accordo di Ogdensburg,[1] Stati Uniti e Canada avevano attuato una cooperazione militare per la difesa del Nord America, e l’accordo nato sotto la minaccia nazista proseguì anche quando la minaccia era diventata l’Unione Sovietica. Temendo le accresciute capacità militari sovietiche nel 1954 gli Stati Uniti crearono un proprio comando multi-forze[2] deputato alla difesa continentale che prese il nome di Continental Air Defense Command (CONAD), e negli stessi anni costruirono anche le prime reti radar con il Canada come la “Dew Line”, la “Pinetree Line” e la “Mid-Canada Line”.

Le “RADAR line” del Continental Air Defense Command: dall’alto, “la Dew Line”, la “Mid-Canada Line” e la “Pinetree Line”.[3]

La cooperazione tra la Royal Canadian Air Force (RCAF) e la United States Air Force (USAF) proseguì con piani di difesa integrati che portarono alla nascita, nel 1957, del North American Air Defense Command (NORAD) basato a partire dal 12 settembre a Colorado Springs, nello stato del Colorado. Otto mesi dopo, il 12 maggio 1958, fu ufficializzato il trattato del NORAD.

Il complesso di Cheyenne Mountain

Scopo del NORAD era ed è controllare e allertare lo spazio aereo da un attacco condotto da aerei, missili o veicoli spaziali nemici[4] e data l’importanza del compito il quartier generale a Colorado Springs fu letteralmente costruito dentro le Cheyenne Mountain:[5] finito di completare nel 1966 e situato a circa 500 metri sotto la roccia, era composto da quindici edifici che comprendevano le strutture di raccolta centrale dei sensori sparsi per il globo.[6]

Costruzione della base di Cheyenne Mountain: il tunnel principale (1962).

Per fronteggiare la minaccia dei missili balistici sovietici, la cui paura era accresciuta dopo il successo dello Sputnik, fu costruito il Ballistic Missile Early Warning System (BMEWS), sviluppato nei Lincoln Laboratory del MIT,[7] che doveva fornire un preavviso sufficiente a garantire il contrattacco americano e a mantenere quindi viva la minaccia della “mutua distruzione assicurata”. Il BMEWS inizialmente prevedeva tre basi radar: la prima a essere completata nel 1960 fu a Thule in Groenlandia (la stessa base che il 21 gennaio del 1968 fu vittima di un incidente del tipo “broken arrow”); la seconda nel 1961 a Clear in Alaska; la terza nel 1963 a Fylingdales Moor nel Regno Unito; tutte in grado di comunicare i dati in tempo reale al quartier generale alle Cheyenne Mountain e capaci teoricamente di rilevare i missili sovietici a distanza di 4 800 km, con il tracciamento utile alla stima del luogo di partenza, velocità, traiettoria e punto di impatto. Tutte informazioni fondamentali da trasmettere allo Strategic Air Command (SAC),[8] della USAF, situato a Omaha in Nebraska, per formulare un adeguato contrattacco.

La base di Thule, in Groenlandia (1989). Sullo sfondo l’isola di Appat (o di Saunders).

Un sistema decisamente imponente, ognuna delle antenne del sistema AN/FPS-50 era grande quanto un campo da football americano e solo nel sito di Thule oltre alle quattro antenne c’erano dieci console di monitoraggio e apparecchiature elettroniche contenenti qualcosa come 315 000 transistor e 700 chilometri di cavi. A processare quella mole di dati ci pensava, tra gli altri, il computer 7090 orgoglio della International Business Machines Corporation, meglio nota come IBM, contribuendo così a rappresentare in modo intellegibile i dati raccolti dai radar.

Il computer IBM 7090 alla base di Cheyenne Mountain (1968).

Alla mezzanotte del 30 settembre del 1960 il BMEWS divenne operativo grazie ai dati ricevuti dalla base di Thule. Pochi giorni dopo, il 5 ottobre il primo presidente dell’IBM Thomas John Watson era in visita al quartier generale delle Cheyenne Mountain. Watson, insieme a Peter G. Peterson e a Charles H. Percy della Bell & Howell, visitò anche la war room dove gli fu mostrato il monitor principale e illustrato il significato dei segnali d’allarme:

  • livello 1 – bassa minaccia.
  • livello 2 – segnale significativo, prestare attenzione.
  • livello 3 – segnale certo in viaggio verso di noi, verificare che non si tratti di un falso allarme dovuto a meteore, aurora boreale o altro fenomeno cosmico. Allertare i vertici del NORAD, sia Washington D.C. sia a Ottawa, e il SAC[9]
  • livello 4 – apparentemente sotto attacco nemico, avvisare il SAC di preparare il contrattacco con missili balistici intercontinentali e far decollare i bombardieri strategici.
  • livello 5 – l’allerta massima, probabilità del 99,5% di missili balistici intercontinentali diretti verso gli Stati Uniti.

Agli ospiti fu spiegato che al livello 5 sarebbero comparse anche le informazioni relative a dimensioni e forza dell’attacco, con la localizzazione dei bersagli e il tempo rimanente prima dell’impatto. Mentre era in corso la visita, e a Peterson era stato concesso di sedersi alla postazione del comandante, il livello d’allerta iniziò a salire rapidamente dal livello 1 al livello 5: l’America era sotto attacco. I militari iniziarono un frenetico andirivieni dalla war room, Watson e gli altri ospiti furono accompagnati alla porta: all’interno di una montagna lontano da familiari e persone amate, Watson e gli altri erano in preda all’incredulità e alla paura nera che fosse scoppiata la guerra atomica. Nella war room intanto si era attivata la catena di comando; le chiamate erano effettuate sulle linee protette dei telefoni “rossi”, ed era stata usata la parola in codice “Coca color”. Il comandante del NORAD, generale Laurence S. Kuter, era in quel momento in volo su un C-180 a 5 486 metri di quota tra gli stati del Minnesota e Sud Dakota; il suo vice, il generale canadese[10] Roy Slemon lo chiamò per comunicargli «Capo, abbiamo una bella grana»;[11] Kuter si mise in contatto con le altre war room, mentre nel Cheyenne Mountain al comando restava Slemon.

"Command post for all NORAD [North American Aerospace Defense Command] operations, including the Command's surveillance and warning sensors around the globe." Caption from U.S. Information Agency photo. This and the next two photos were taken about 1982 so the depiction of NORAD facilities may not correspond exactly to arrangements during 1979-1980. Source: National Archives, Still Pictures Branch, RG 306-PSE, box 79
Sala operativa (war room) del NORAD, 1982 (National Archive/NSA).

La tensione era alle stelle eppure c’era qualcosa che non tornava: per quanto il numero di missili diretti verso gli Stati Uniti continuava a crescere, non si formavano sullo schermo le traiettorie e gli obiettivi degli stessi. Al SAC tentarono di contattare la base di Thule per verificare non si trattasse di falso allarme, ma non ricevettero risposta. Nel mentre Slemon ebbe una provvidenziale intuizione. Chiamò il capo dell’intelligence del NORAD, generale di brigata aerea Harris Hull, e gli chiese «Dov’è Chruščëv?», «A New York» rispose Hull; «Hai qualche indizio che confermi l’allarme del radar?», «No signore». Slemon fu rincuorato. Era decisamente improbabile che i sovietici avessero lanciato un attacco proprio mentre Chruščëv era su suolo americano. Chruščëv doveva infatti prendere parte all’assemblea delle Nazioni Unite, quella in cui il 12 ottobre passò alla storia per essersi tolto la scarpa per protesta contro le accuse di “imperialismo” (rivolte all’URSS dal delegato filippino). Slemon pensò anche che il BMEWS era entrato in funzione solo pochi giorni prima e quindi erano probabili degli errori; infine, stando a Hull, il numero di missili segnalati dal BMEWS andava decisamente ben oltre ogni stima sulle capacità militari sovietiche. A differenza del SAC, Slemon riuscì a contattare la base di Thule: i segnali provenivano da sopra la Norvegia ma non vi erano dati sulla velocità di avvicinamento di questi segnali agli Stati Uniti. Si trattava di un falso allarme, come scoprì anche il SAC quando finalmente riuscì a contattare la base di Thule su una linea telefonica normale; il cavo sottomarino di quella “sicura” era stato apparentemente danneggiato dal ghiaccio. Lo stato di allarme cessò, e Watson poté tornare alla sua IBM, mentre il suo computer 7090 fu poi usato da Von Braun nel programma Mercury della NASA.

Gli archi di rilevamento della stazione BMEWS del sito J di Thule: ognuno dei 4 radar creava due archi, con elevazione 3,5° e 7°. Un missile in volo sarebbe stato intercettato in due punti della sua traiettoria, permettendo così di stimare la traiettoria e il punto d’impatto.

Cosa era successo? Il sorgere della Luna in Norvegia determinava un continuo rimbalzo delle eco dei radar che il software del BMEWS interpretò come oggetti multipli in volo. Più che un malfunzionamento l’errore era dovuto all’eccessiva potenza del radar: progettato per intercettare oggetti nel raggio di 3 000 miglia, circa 4 828 chilometri, le antenne della stazione di Thule avevano in realtà captato i segnali della Luna distante 384 400 chilometri e il software li aveva divisi per il range su cui era impostato, da qui i massicci segnali di oggetti in volo verso gli Stati Uniti. Nel dicembre del 1960 gli addetti del Lincoln Laboratory si recarono a Thule per approfondire una serie di problemi tra cui l’eco della Luna, risolti a partire dal 21 gennaio 1961. I tecnici continuarono a lavorare al BMEWS, che aveva i suoi difetti come si è scoperto una volta de-secretati i rapporti del NORAD di quegli anni.

"Computers are used by specialists in NORAD Headquarters to keep track of information received daily." Caption from U.S. Information Agency photo. Source: National Archives, Still Pictures Branch, RG 306-PSE, box 79
Sala dei calcolatori al quartier generale del NORAD (National Archives/NSA).

Quello del 5 ottobre 1960 non fu il solo falso allarme nella storia del North American Air Defense Command. Il 9 novembre del 1979 i computer del NORAD diedero l’allarme di un attacco proveniente dai sottomarini sovietici, ma mentre gli addetti militari si attivavano non c’erano evidenze dai satelliti e quindi l’allerta cessò. Si scoprì che per errore era stato caricato il nastro di una simulazione di guerra, che doveva servire per un test, dentro il computer del sistema di allarme rapido. Praticamente la simulazione giusta nel computer sbagliato.

Un altro grande falso allarme si ebbe pochi mesi dopo, alle ore 02:30 del 3 giugno 1980. Dal Cheyenne Mountain Operations Center del NORAD partì l’allarme di un attacco sovietico, allertando il Pentagono e la sua base-bunker nota come Site R all’interno delle Raven Rock Mountain, in Pennsylvania. Da sei mesi era iniziata l’invasione sovietica dell’Afghanistan e la tensione tra le due superpotenze era tornata ai massimi livelli. Gli equipaggi dei bombardieri strategici corsero ai lori aerei, le chiavi di sicurezza per il lancio delle testate atomiche rimosse, l’Air Force One era pronto al decollo d’emergenza e la Federal Aviation Administration preparò l’ordine di atterraggio immediato di qualsiasi volo commerciale sopra gli Stati Uniti. Il consigliere per la sicurezza nazionale Zbigniew Brzezinski stava in quel momento dormendo e fu svegliato dallo squillare del telefono; il suo assistente militare, il generale William Eldridge Odom, lo informò che 220 missili erano diretti verso gli Stati Uniti. Brzezinski chiese a Odom di ottenere una conferma dell’attacco e il generale lo richiamò per comunicargli che i missili non erano 220 ma 2.200. Brzezinski si trovava a Washington e pensò che entro pochi minuti sarebbe tutto finito; non svegliò la moglie, preferendo morisse pacificamente nel sonno e si preparò a chiamare il presidente Carter per raccomandare un contrattacco americano. A questo punto Odom chiamò una terza volta: si scusò dicendo che si trattava di un falso allarme. Le indagini rivelarono che la causa fu un malfunzionamento di un chip da 49 centesimi di dollari, che aveva sostituito nei suoi messaggi di sorveglianza degli 0 con un 2: da zero missili in volo verso gli Stati Uniti a 220 e poi 2200 fu un attimo. Questi sono solo alcuni dei falsi allarmi, più o meno gravi, occorsi durante la Guerra Fredda. Anche sull’altro lato della cortina di ferro non mancarono, tra cui è noto l’episodio del 26 settembre 1983 di cui fu protagonista Stanislav Petrov. Quella volta fu il sistema sovietico a essere ingannato dal riflesso del sole sulle nuvole, diramando l’allarme di cinque missili diretti verso l’URSS. Petrov pensò che era improbabile che gli Stati Uniti scatenassero la guerra atomica con soli cinque missili e lo considerò un falso allarme, senza attivare la catena di comando per il contrattacco.

La sala operativa (war room) del Cheyenne Mountain Complex nel 2005.

Non è dato sapere quanto effettivamente vicini siamo andati all’estinzione di massa. Le strutture militari da ambo le parti erano addestrate a cercare conferme dell’attacco prima di scatenare la violenta reazione nucleare, ma in un contesto di tensione anche il più banale degli incidenti poteva avere conseguenze disastrose. La Guerra Fredda è finita ma non la minaccia nucleare. La Federazione Russa conserva il primato di maggior arsenale nucleare con 6 500 testate, seguita dagli Stati Uniti con 6 185; a netta distanza ci sono la Francia con 300, la Cina con 290, Regno Unito con 215, Pakistan con 150, India con 140, Israele con 80 e ultima la Corea del Nord con 15.[12] L’Orologio dell’Apocalisse[13] in cui le ore 00:00 rappresentano la fine del mondo, indica dal 2018 che mancano due minuti alla mezzanotte e dal 23 gennaio 2020 è scattato avanti ancora di venti secondi. Sarebbe meglio per tutti portare indietro quelle lancette. 🎃

Note

  1. [1]Ogdensburg è una piccola cittadina nel nord dello stato di New York situata al confine con il Canada.
  2. [2]Riguardava unità di tutte le forze armate: Esercito, Marina e Aviazione.
  3. [3]Immagine da Annual Report of the Secretary of Defense. July 1, 1958 to June 30, 1959, pag. 6, fig. 2.
  4. [4]Il NORAD è sottoposto a revisioni e dal 2006 ha aggiunto l’allerta marittima ai suoi compiti; oggi il nome del NORAD sta per “North American Aerospace Defense Command”.
  5. [5]Il complesso prende il nome di Cheyenne Mountain Operations Center (CMOC).
  6. [6]Oggi il complesso delle Cheyenne Mountain è una base di comando alternativa, il quartier generale del NORAD è stato spostato nel 2006 alla base Peterson, situata sempre a Colorado Springs.
  7. [7]Il Massachussets Institute of Technology, spesso considerato il miglior politecnico al mondo, ha nei laboratori Lincoln un’unità specifica dedica alla sicurezza nazionale.
  8. [8]Il SAC deteneva il compito di gestire le forze aeree strategiche ovvero bombardieri a lungo raggio con testate atomiche e missili intercontinentali. Nel 1992 è stato sostituito dallo United States Stregic Command abbrevviato in USSTRATCOM.
  9. [9]Il SAC in ogni caso tramite una telecamera a circuito chiuso osservava 24 ore su 24 il monitor del NORAD.
  10. [10]All’epoca il grado di Slemon era in reltà Air Marshal, equivalente del nostrano generale di divisione aerea
  11. [11]L’originale fu «Chief, this is a hot one».
  12. [12]Per il report sugli arsenali atomici si può consultare https://fas.org/issues/nuclear-weapons/status-world-nuclear-forces/
  13. [13]Doomsday Clock: orologio dell’apocalisse. Si tratta di un indicatore del rischio di guerra atomica ideato dal Bulletin of The Atomic Scientists dell’Università di Chicago nel 1947, che consiste in un orologio metaforico in cui la mezzanotte rappresenta la fine del mondo mentre i minuti precedenti rappresentano la distanza ipotetica da tale evento.

Bibliografia e fonti

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Alessio Lisi

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Tarantino di nascita e pavese di adozione. Il resto è coperto dal segreto di stato dell'isola di Laputa.