Eli Cohen nella sua residenza di Damasco nel 1963.

Eli Cohen. La spia che salvò Israele.

In Spionaggio, Storia di Benedetta Melappioni

Eli Cohen nella sua residenza di Damasco nel 1963.

Eli Cohen nella sua residenza di Damasco nel 1963.

Ventiquattro gennaio 1964. Il sole è da poco tramontato oltre l’orizzonte e la città di Damasco si sta lentamente addormentando cullata dal silenzio e dall’oscurità, quando l’irruzione in uno degli appartamenti principali della capitale, di colpo fa crollare un velo di menzogne che getta nel panico il governo. Le truppe del Servizio di Sicurezza siriano entrano con brutale veemenza nella casa di Kamel Amin Tsa’abet, viceministro della difesa. L’uomo seduto alla sua scrivania non comprende subito la gravità della situazione. Conclude il messaggio che sta mandando dalla piccola trasmittente, prima di essere portato via con forza per essere arrestato. È la fine di una delle operazioni sotto copertura di maggior successo nella storia dello spionaggio israeliano: Kamel Amin Tsa’abet, l’uomo che con garbo e astuzia ha conquistato la fiducia del Presidente e dei generali a lui vicini, altri non è che Eliyahu Ben-Shaul Cohen (1924 – 1965), noto come Eli Cohen, spia del Mossad.

Eli Cohen con i leader siriani.

Eli Cohen con i leader siriani.

Per capire bene ciò che accadde quella notte bisogna fare un piccolo passo indietro. La nostra storia iniziò nel 1954 con un fallimento, per i servizi segreti sionisti. Quell’anno, nella storia di Israele, è legato all’Operazione Shoshanna, conosciuta anche come “Affare Lavon” dal nome del ministro della difesa israeliano Pinhas Lavon. Tredici ebrei egiziani, tra cui seppur in maniera marginale il nostro Eli Cohen, vennero assoldati per portare a compimento degli attentati esplosivi alle postazioni statunitensi e britanniche nelle città de Il Cairo e Alessandria d’Egitto. La colpa sarebbe stata fatta ricadere su alcuni gruppi nazionalisti ed estremisti (i Fratelli Musulmani) con lo scopo di interrompere le trattative commerciali tra l’occidente e l’Egitto e di allontanare dal presidente Nasser, nemico giurato dello Stato Sionista, i potenti alleati di quest’ultimo.
ritratto di Pinhas Lavon

1 – Pinhas Lavon (1904 – 1976).



La cattura di undici dei tredici terroristi mandò a monte i piani. Pur negando fino ai giorni nostri di aver avuto un qualsiasi coinvolgimento nell’operazione, fu da subito chiaro a tutti che c’era la mano di Israele dietro. Il ministro della difesa Lavon si assunse la responsabilità, in un disperato tentativo di salvaguardare le apparenze, e si dimise nello stesso anno senza lasciare ulteriori dichiarazioni. Eli Cohen, anch’esso catturato, venne rilasciato dopo poco tempo per mancanza di prove, rimanendo schedato dall’intelligence egiziana. Dopo essere stato espulso dall’Egitto, Eli, si recò in Israele cercando di essere precettato dal Mossad. L’agenzia, ancora sporca dell’onta del fallimento, non volle rischiare e pertanto evitò di prendere tra le proprie file coloro che presero parte all’Operazione Shosanna. Eli Cohen si trasferì a Tel Aviv, si sposò con l’immigrata irachena Nadia Majald, ebbe dei figli, trovò un lavoro statale e mise da parte le ambizioni da “007”.

Eli Cohen con la sua famiglia.

2 – Eli Cohen con la sua famiglia a Tel Aviv.

Poco tempo dopo, il Mossad bussò alla sua porta. Eli, nato ad Alessandria d’Egitto, era figlio di siriani originari di Aleppo e la Siria era da sempre un obiettivo importante. Hanno bisogno di lui per infiltrarlo. Cohen era perplesso, ormai aveva una famiglia e non voleva rischiare di mettere a repentaglio quel piccolo angolo di tranquillità che si era ritagliato. Rifiutò gentilmente l’offerta e chiuse la porta in faccia all’agenzia israeliana. Ma se sei così (s)fortunato da attirare le attenzioni di una delle potenze mondiali dello spionaggio, non puoi tirarti indietro: se il Mossad ti vuole, il Mossad ti avrà. Eli perse il lavoro e nessuno volle più assumerlo per motivi a lui ignoti. Senza soldi e con una famiglia a carico non poté far altro che accettare l’offerta che nuovamente gli venne posta, su un piatto d’argento.

Venne istruito sul Corano, sulle leggi siriane, sulla cartografia, le trasmissioni radio e la crittografia; quindi gli fu esposto il piano d’azione: l’obiettivo ultimo era Damasco, ma per farlo dovrà dapprima passare per l’Argentina e unirsi alla ricca comunità di emigrati siriani. Nasce così Kamil Amin Tsa’abat,  ricco nazionalista arabo in esilio, affabile e spendaccione imprenditore dell’import/export che sognava di tornare in patria.[1] Eli/Kamil entrò fin da subito nei “giri” giusti, fece amicizia con esuli nazisti che nel giro di poco tempo lo presentarono all’addetto militare dell’ambasciata siriana, membro del Ba’th, partito estremista panarabo per il quale ufficialmente parteggiava il signor Tsa’abat, attirandosi fin da subito le simpatie dei nuovi compagni. Nel 1960, dopo un breve soggiorno in Italia, arrivò a Damasco.

Damasco negli anni '60: piazza Marjeh (Marjeh tér)

3 – Damasco negli anni ’60: piazza dei Martiri (Marjeh tér).

La situazione prese una piega inaspettata quando, nel marzo del 1963, con il colpo di stato siriano il governo passò ufficialmente nelle mani del Ba’th, portando così al rientro di in patria di diversi esuli siriani che Kamil aveva avuto modo di conoscere in Argentina e che salirono immediatamente al potere. Tra loro spiccavano Salah ed-Din el-Bittar e il Generale El-Hafiz. La scalata ai più alti vertici, per Tsa’abit, avvenne immantinente e nel giro di pochissimo tempo divenne il numero tre del governo, diventando intimo amico del Presidente Hafiz; entrò nella cerchia ristretta e venne a conoscenza di informazioni top secret che passava regolarmente con dei dispacci criptati a Tel Aviv. Strategie, azioni, operazioni in procinto di essere attuate. Nel corso di quegli anni Israele conobbe in anticipo ogni mossa dell’avversario siriano senza che questi comprendesse di avere il nemico in casa.

Eli Cohen (al centro) con due amici dell'esercito siriano sull'altopiano del Golan, al confine con Israele.

4 – Eli Cohen (al centro) con due amici dell’esercito siriano sull’altopiano del Golan, al confine con Israele.

«Per mimetizzare le postazioni si potrebbero piantare degli eucalipti» dirà mentre si trovava in visita sulle alture del Golan, una zona fortemente militarizzata ed interdetta al pubblico, assieme ad alti funzionari militari: eucalipti, che permetteranno all’aviazione israeliana di riconoscere le postazioni nascoste. Era riuscito ad avere inoltre informazioni su alcuni canali atti a deviare la corrente del Giordano da un industriale che si era in parte occupato del progetto. Un saudita, di nome Bin Laden, padre del ben più tristemente noto Osama.

L’epilogo

Alla fine del 1964, quando il potere di Kamil era ormai consolidato, iniziarono ad emergere alcune criticità. Il Direttorato generale dell’Intelligence di Damasco, si accorse di alcune trasmissioni non autorizzate che partivano proprio dalla capitale. Messaggi criptati, di chiara origine nemica, ma talmente rapidi e brevi nella lunghezza da rendere impossibile trovare la locazione esatta della trasmittente e scoprire così la spia che le manda. Il governo iniziava a mettersi in allerta, ma era ancora lontano il dubbio che potesse proprio essere uno di loro il traditore. Inoltre, la visita sulle alture del Golan era stata documentata da un giornale siriano per fini propagandistici, ma inaspettatamente attirò le attenzioni dell’Intelligence Egiziana che riconobbe nel viceministro della Difesa uno degli agenti ebrei, rilasciato per mancanza di prove nel 1954.

A quel punto il domino accuratamente posizionato da Eli Cohen iniziò pezzo dopo pezzo a cadere: i Siriani, temendo di aver subito un’infiltrazione, chiesero aiuto agli eterni alleati, i Russi. Il KGB mandò immediatamente una squadra per bonificare la Capitale. I mezzi di Mosca riuscirono a captare l’origine della trasmissione sospetta: l’appartamento del viceministro della difesa Kamil Amin Tsa’abet. Arrestato, venne condotto in prigione, torturato, picchiato. Non cedette. La sua copertura non venne meno. Il presidente Hafez interrogò personalmente l’uomo, un tempo suo fidato amico. Non ci volle molto perché comprendesse che non poteva essere arabo e che lavorava per il nemico: gli ebrei.

L’arresto generò scompiglio. Il Mossad violò la regola del silenzio prodigandosi subito a rivelare che si trattava di un loro agente, al fine di iniziare le trattative per uno scambio di prigionieri. Ma lo smacco era troppo grande per la Siria: non soltanto avevano un agente israeliano nel proprio territorio, ma era riuscito a convincere tutti della sua buona fede fino a raggiungere i vertici politici. Il paese era in subbuglio. La gente non si fidava più del governo: se lo era il viceministro della difesa, chiunque allora poteva essere un nemico. Le fondamenta del regime tremarono come scosse da un violento terremoto.

Eli Cohen al processo. 5 – Eli Cohen al suo processo.

Eli Cohen venne accusato dopo un processo sommario, un farsa atta a dare legittimità al verdetto: alto tradimento e condanna a morte per impiccagione. I governi occidentali si mobilitano. Si organizzarono manifestazioni e appelli al fine di cambiare la sorte e salvare l’agente; ma a nulla valsero le suppliche di Papa Paolo VI, del filosofo Bertrand Russel, di politici e diplomatici di tutto il mondo. Per il regime siriano non si poteva perdonare un atto così miserevole e il 18 maggio 1965 la sentenza ebbe luogo. Venne svegliato in piena notte, vestito di bianco, al collo un cartello con scritta la sentenza. Un processo “mediatico”: attorno al patibolo nella Piazza dei Martiri di Damasco, dove venne condotto, oltre alla folla, giornalisti e telecamere puntate. Il boia aiutò l’uomo a salire sullo sgabello, cinse il collo con il cappio e lo strinse con fermezza.

6 – Damasco: piazza Dei Martiri (Marjeh tér) come appare oggi.

La vita dell’uomo che aveva messo nel sacco la Siria intera, finì in un boato sordo. Il corpo ciondolante ondeggiò nel silenzio della notte. La più grande operazione sotto copertura e la più grande sconfitta nello stesso momento. Eli Cohen diventò un eroe per Israele, piazze e vie vennero chiamate in suo onore. Il corpo non venne mai restituito. Inutili gli appelli del governo israeliano, l’ultimo dei quali da parte della vedova Nadia Majad che implorava il presidente Assad, facendo leva sugli aiuti che Israele ha dato nel corso della guerra civile che sta insanguinando la Siria. La risposta, «a tempo debito», ha lasciato nel cuore degli israeliani la porta aperta della speranza.

7 – Lapide commemorativa di Eli Cohen nel “Giardino dei Soldati Perduti” sul monte Herzl a Gerusalemme.

Il suo sacrificio non fu però vano: nel corso dei due anni che seguirono la sua morte, gli israeliani riuscirono, grazie anche alle informazioni da lui rivelate nel corso degli anni come viceministro, a sconfiggere l’esercito siriano ottenendo la vittoria nella Guerra dei Sei Giorni del 1967, tanto che in arabo quel conflitto fu ricordato come al-Naksa (النكسة), “la sconfitta”.

Guerra dei sei giorni

8 – Carri armati israeliani avanzano sull’altopiano del Golan nel giugno del 1967, durante la “Guerra dei Sei Giorni”.

Note

  1. [1]Secondo quanto riportato da Community Magazine, la storia di copertura prevedeva che fosse stato invece invitato dallo zio, emigrato a Bueonos Aires nel 1946 e imprenditore tessile. quando l’attività dello zio andò in bancarotta, Kamil aprì la propria nel settore dell’import/export. Cfr. Terry (op.cit.)

Bibliografia

Immagini

  1. Marjeh tér (piazza Marjeh), Damasco, 1965. Foto: FORTEPAN / MZSL/Ofner Károly — ID 28417 (CC BY-SA 3.0/Commons)
  2. Jspacenews.
  3. Foto Theodore Brauner, 1951. National Photo Collection of Israel.
  4. Altopiano del Golan, tra il 1960 ed il 1965 (Commons).
  5. 1965, credit: AFP.
  6. 2008, © Vyacheslav Argenberg / http://www.vascoplanet.com/ (CC BY-SA 4.0)
  7. © Tamar Giordano, 2008 (Commons).
  8. 10 giugno 1967 – Government Press Office (Israel) – (CC BY-SA 4.0/Commons)
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Benedetta Melappioni

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Classe 1994, cresce a libri e videogiochi. Archeologia, Lego®, spazio, softair, modellismo, Star Wars™ sono solo alcune delle passioni che la rendono una gran brutta persona. È solita rintanarsi nel mondo immaginario che ha creato e che forse un giorno uscirà dalle pagine word che gelosamente lo custodiscono; nel frattempo quando non è in giro, beve una birra al pub locale assieme a Murray, il suo amico scheletro Playmobil®.