Kremlin under snow

La fine dell’Unione Sovietica

In Dal mondo, Geografia insolita di Alessio Lisi

Kremlin under snow

Ci sono tre cose che possiamo stare a guardare ininterrottamente: il fuoco che arde, l’acqua che scorre e i russi che discutono del perché l’Unione Sovietica sia collassata. Vitalij Tret’jakov
Sojùz nerušìmyj respùblik svobòdnych/Splotìla navéki velìkaja Rus’ in italiano “Un’unione indivisibile di repubbliche libere, la Grande Russia ha saldato per sempre”. Le prime strofe dell’inno dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, la superpotenza che sfidava gli Stati Uniti per l’egemonia globale. Il 26 dicembre 1991, trent’anni fa, l’Unione Sovietica fondata da Lenin il 30 dicembre 1922 fu dichiarata sciolta, tra lo stupore e l’incredulità del mondo. Per la seconda volta in un secolo in Russia si assisteva al collasso di un impero: quello formale degli Zar di casa Romanov nel 1917 (durante la Grande Guerra), sostituito da quello informale dei bolscevichi imploso settant’anni più tardi (durante la Guerra Fredda). E se alla caduta degli Zar era seguita la guerra civile, alla caduta dell’URSS seguirono anni bui, talmente bui che la disillusione e la rabbia della popolazione per le difficoltà economiche fecero sì che la parola democratico fosse utilizzata come insulto. Perché la potente Unione Sovietica era implosa? Domanda da fiumi di libri e ipotesi, di sicuro frutto non di una singola causa ma di molteplici fattori. Possiamo però, forse, provare a rispondere alla domanda sul come. In sintesi: collassò nel disperato tentativo di salvarla.

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Michail Sergeevič Gorbačëv fu nominato Segretario generale del Partito Comunista dell’Unione Sovietica (PCUS ) l’11 marzo 1985. Succedeva a Konstantin Ustinovič Černenko, rimasto in carica appena un anno per via di problemi di salute. Prima ancora la carica era stata di Jurij Vladimirovič Andropov, storico capo del KGB, anche lui per soli due anni causa problemi di salute. Il relativamente giovane Gorbačëv, all’epoca cinquantenne, prometteva sulla carta una gestione più lunga e stabile del potere moscovita.

Appena insediatosi Gorbačëv si rese conto del pessimo stato in cui versava l’Unione Sovietica, che era anche in guerra da cinque anni in Afghanistan. Decise quindi di avviare programmi di riforma economici e sociali, passati alla storia come perestrojka (ricostruzione) e glasnost’ (trasparenza). La fortuna però non aiutò questo passo audace. Un anno dopo la sua nomina, a Černobyl’ vennero al pettine un po’ di problemi del regime. Consapevole di non poter tenere il passo con gli Stati Uniti, Gorbačëv sottoscrisse con Reagan una serie di trattati per la riduzione e il contenimento degli arsenali nucleari.

Michail Sergeevič Gorbačëv



Caratteristica della Guerra Fredda fu l’assoluta convinzione, da ambo le parti, che il nemico avrebbe attaccato per primo e quindi occorreva disporre di adeguate contromisure per un micidiale contro-attacco. Per esempio nel caso dell’Unione Sovietica il piano ideato nel 1979, la cui esercitazione ebbe il nome di “Sette giorni al fiume Reno”, prevedeva che dopo l’attacco da parte della NATO, l’URSS avrebbe dovuto bombardare i principali centri occidentali e avanzare attraverso i territori meno radioattivi, tra cui la neutrale Austria, fino al fiume Reno. Per fortuna già il trattato SALT II, sottoscritto proprio nel 1979, rese obsoleto quel piano. A scanso di equivoci anche gli americani avevano lo stesso piano sintetizzabile in: piovono bombe nucleari sulle città europee, perché meglio Berlino di New York. I trattati di riduzione delle armi nucleari almeno allentavano un po’ la tensione. La situazione interna sovietica però non migliorava, e le spese per la difesa continuavano ad assorbire metà del bilancio statale.

Parata militare sovietica- Fonte: Encyclopædia Britannica, Inc.

La vita per i cittadini dell’URSS ai tempi era dura. I beni di prima necessità scarseggiavano, i giovani andavano al fronte in Afghanistan, la cappa oppressiva del KGB dominava. Si sviluppò così quello che Aleksandr Zinov’ev definì l’homo sovieticus: l’uomo medio fedele in pubblico al regime ma critico e cinico verso di esso nel privato. Questa differenza tra status dell’URSS e vita quotidiana era già stata colta da Andrej Amal’rik nel suo libro del 1970, stampato clandestinamente, Sopravvivrà l’Unione Sovietica fino al 1984?. Amal’rik scriveva infatti: «I nostri razzi hanno raggiunto Venere ma nel villaggio in cui vivo si fa ancora a mano la raccolta delle patate». Amal’rik credeva che l’URSS sarebbe finita per logoramento, perché troppo presa a sigillarsi dall’esterno e a controllarsi all’interno, anziché preoccuparsi delle esigenze basilari della popolazione. Amal’rik era uno storico, cacciato dall’Università di Mosca per aver sostenuto che furono i vichinghi e non gli slavi ad avviare il processo di formazione dello Stato russo, e ipotizzò che la riunificazione della Germania avrebbe dato il là alla de-sovietizzazione dell’Europa orientale, con i nuovi governi intenzionati a prendersi una rivincita storica. Con le parole di Amal’rik: «In breve, l’URSS dovrà pagare fino all’ultimo centesimo le conquiste territoriali di Stalin e l’isolamento nel quale i neostaliniani hanno gettato il paese».

E così fu.

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Gorbačëv convinto che la sfera d’influenza sovietica fosse un peso e una zavorra decise di ritirarsi dall’Europa orientale. Crollò il muro di Berlino e in un domino via via i vari governi comunisti. L’URSS (inteso come Russia) perdeva i cuscinetti a occidente, proprio su quel fronte fatto di sola pianura e privo di difese naturali da cui nel corso dei secoli era stata invasa da svedesi, francesi e due volte dai tedeschi. Li perdeva senza chiedere nulla in cambio agli americani, presi alla sprovvista e increduli di cotanto regalo. Gorbačëv si accontentò di una vago impegno a parole a non estendere la NATO ai paesi orientali, cosa che fu poi disattesa nei primi anni 2000. I movimenti nazionalisti all’interno dell’URSS presero ulteriore vigore, soprattutto nei paesi baltici e nel Caucaso. Convinto che la soluzione fosse spostare il baricentro del potere, Gorbačëv volle porre fine al regime del partito unico. Ma il partito era lo Stato. Nelle elezioni del febbraio 1990 i partiti indipendentisti ebbero la meglio in diverse repubbliche dell’Unione. Poco dopo i paesi baltici dichiararono l’indipendenza. Lo Stato iniziò a implodere. Nel Marzo del 1991 fu tenuto un referendum, boicottato nei paesi baltici e nelle repubbliche caucasiche, sul mantenimento dell’Unione Sovietica: «Considerate necessario preservare l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche come una rinnovata federazione di repubbliche uguali e sovrane in cui saranno pienamente garantiti i diritti e la libertà dell’individuo di ogni nazionalità?»; oltre il 75% rispose di sì. Il primo luglio il patto di Varsavia era ufficialmente sciolto. Ma non bastò. La politica di Gorbačëv in una spettacolare eterogenesi dei fini anziché salvare il paese ne stava accelerando la fine. Fu così che diversi esponenti di spicco della nomenclatura sovietica decisero per il colpo di stato. Il 19 agosto del 1991 i membri dell’auto proclamato Comitato generale sullo stato di emergenza ricorsero ai carri armati, con l’intento di impedire la firma del nuovo trattato dell’Unione e ristabilire il potere del PCUS. A Mosca la gente scese in strada per protesta e, in una immagine che passerà alla storia, il neoeletto presidente della Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa Boris El’cin salì su un carro armato per arringare la folla contro il golpe. Accanto a lui sventolava il tricolore russo.

El’cin arringa la folla da un carro armato – Fonte Reuters/Newscom

Il 21 agosto il golpe era già fallito e con esso il PCUS. L’8 dicembre i presidenti delle Repubbliche di Russia, Bielorussia e Ucraina proclamarono la nascita della Comunità degli Stati Indipendenti. La sera del 25 dicembre 1991 alla televisione Gorbačëv rassegnò le dimissioni e la bandiera rossa sul Cremlino venne ammainata. Il giorno dopo l’Unione fu formalmente sciolta.

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Qualche anno dopo i fatti Gorbačëv dichiarò che se l’URSS avesse speso qualche miliardo di rubli per riempire di merce i mercati, probabilmente si sarebbe salvata. Si sa che la Storia non si fa con i “se”, di certo la popolazione ne avrebbe tratto beneficio. Un racconto completo e corretto degli ultimi anni dell’Unione Sovietica richiederebbe molto più approfondimento rispetto a queste poche righe. La consapevolezza della necessità di riformare il sistema infatti era già emersa ai tempi di Andropov così come i piani di riforma e quindi, Gorbačëv o non Gorbačëv, l’URSS non poteva durare con quell’assetto come aveva intuito Amal’rik con vent’anni di anticipo.

La fine dell’Unione Sovietica diede il là a diverse teorie, la più nota è quella della “fine della Storia” di Francis Fukuyama: la democrazia e l’ordine liberale avrebbero avuto la meglio in tutto il mondo. Come è facile intuire la Storia invece è stata di altra opinione. Ma cosa resta dell’URSS? Un po’ di cose.

La bandiera rossa viene issata sulle rovine del Reichstag il 2 maggio 1945

Stando ai sondaggi del Centro Levada ciò che rimpiangono più i russi è il senso di appartenenza a una grande potenza. Gorbačëv è poco o per nulla apprezzato, a differenza di Stalin tornato tra le personalità preferite anche tra i più giovani. Assurdo? Gli efferati crimini compiuti sotto il suo regime sono noti ma per un russo Stalin, che tra l’altro era georgiano e non russo, era al potere nel momento di massima gloria della storia russa: la vittoria nella Grande Guerra Patriottica (la seconda guerra mondiale), costata al paese più di venti milioni di morti. La più grande festa nazionale russa è infatti il 9 Maggio, giorno della vittoria.

L’inno sovietico è stato riadattato nel testo e dal 2000 è di nuovo l’inno delle Federazione Russa. Non c’è da meravigliarsi, l’inno sovietico era oggettivamente bello se come ha affermato George Friedman, analista geopolitico statunitense e quindi non certo un simpatizzante comunista: «Per me poche cose sono più commoventi dell’inno nazionale russo, che vi invito ad ascoltare se non l’avete mai fatto. È la canzone del nostro ex nemico. Ma se l’ascoltate, potete capire perché i russi hanno tenuto duro a Stalingrado, quando si diceva che non c’è terra dietro il Volga. Gli Stati Uniti avevano una migliore logistica, la superiorità aerea e il dominio elettromagnetico. Ma noi non avevamo questa canzone e ho sempre invidiato i sovietici e i russi per il loro inno nazionale».


Restano poi anche questioni irrisolte. I confini puramente amministrativi sono diventati confini internazionali tra repubbliche ora indipendenti, che nel caso dell’Ucraina e della Georgia ha generato, e continua tuttora, a generare tensioni. Inoltre trenta milioni di cittadini russi vivono nell’ex repubbliche sovietiche e la loro condizione, soprattutto nei paesi baltici e in Ucraina è oggetto di scontri con la Russia. Le tensioni non mancano anche tra Russia e paesi dell’ex patto di Varsavia come la Polonia, che memore di tutte le sofferenze patite negli anni sotto il dominio sovietico si distingue per russofobia. I russi con la russofobia si confrontano da sempre. In molti scritti di Marx emerge una certa russofobia, eppure Lenin sfruttò e rielaborò le sue teorie per la conquista del potere. In piena contraddizione con le teorie marxiste la rivoluzione socialista sì fece in un paese come la Russia che nel 1917 contava oltre l’80 per cento della popolazione occupata nelle campagne e poco meno del 3 per cento nelle fabbriche. Alla fine la russofobia ai russi non dispiace poi così tanto perché un vecchio detto locale afferma «se ti temono vuol dire che ti rispettano». E questo si ricollega alla nostalgia per quella bandiera rossa che incuteva timore e rispetto. Anche se era uno stato-caserma, insolito e crudele, le cui paranoie securitarie avevano il sopravvento su tutto. Un sistema che non poteva durare e infatti non è durato. Il mito della potente URSS e le conseguenze del suo crollo invece continuano a durare.

Fonti

foto copertina: Michael Parulava/Unsplash.

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Alessio Lisi

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Tarantino di nascita e pavese di adozione. Il resto è coperto dal segreto di stato dell'isola di Laputa.