La disfida del Barolo

In Vini di Alessio Lisi

langhe Barolo

Ogni tanto qualcuno mi chiede: c’è un vincitore in questa storia?Joe Bastianich
Nel ricco panorama dell’enologia italiana il vitigno nebbiolo è tra i più celebrati e amati. Anche se presente in Valle d’Aosta e in Valtellina,[1] il nebbiolo ha la sua dimora preferita in Piemonte fin dai tempi della conquista romana. Un documento recuperato dall’Associazione Meridiana di Rivoli (TO) ne attesta la vinificazione nel 1266: «De exitu vinearum de Nibiol hoc anno 1266 CCC sextarii» ossia la produzione dei vini di Nebbiolo quest’anno, 1266, è di 300 sestari.[2] Dopo le colline di Rivoli il Nebbiolo ha lasciato tracce storiche nel Monferrato, come risulta dal  Ruralium Commodorum Libri Duodecim di Pietro de’ Crescenzi del 1330. Le prime glorie per il nebbiolo arrivarono sul finire del Quattrocento grazie al giurista, nonché cancelliere dell’imperatore Carlo V e successivamente cardinale della Chiesa cattolica, Mercurio Arborio di Gattinara che portò fama europea al vino dell’Alto Piemonte prodotto a base di nebbiolo.
Tre secoli dopo il nebbiolo si legò per la prima volta a un nome destinato a lasciare il segno: nel 1751 infatti dei diplomatici piemontesi spedirono a Londra una partita di vino chiamata Barol, ottenendo un grande successo; nel 1797 Thomas Jefferson durante il suo soggiorno all’Hotel d’Angleterre a Torino l’assaggiò e lo definì «Quasi amabile come il morbido Madeira, secco al palato come il Bordeaux e vivace come lo Champagne». Un Barolo frizzante, non proprio quello che oggi noi conosciamo. La nascita del Barolo moderno si può attribuire a Juliette Colbert de Maulevrier, vedova del marchese di Barolo Carlo Tancredi Falletti e pronipote del noto ministro delle finanze di Luigi XIV,[3] e al rinomato enologo francese Louis Oudart. Oudart applicò le tecniche  acquisite dei grandi vini francesi ai vini prodotti dalla marchesa. La cosa destò la curiosità del re Carlo Alberto di Savoia e leggenda vuole che Juliette gli inviò 325 botti di Barolo, una per ogni giorno dell’anno eccetto per i quaranta giorni di quaresima, in modo che il vino non mancasse mai alla tavola del re: il Barolo era così diventato vinum regum, rex vinorum.[4]
Juliette Colbert marchesa di Barolo

Juliette Colbert (1785-1864), marchesa di Barolo (dal libro M. de Melun, La Marquise de Barol, sa vie et ses oeuvres, 1869).


Carlo Alberto di Savoia, colpito dal Barolo, acquistò terreni a Verduno e Pollenzo affidandole al generale Francesco Staglieno, enologo appassionato dei vini francesi. Sempre a proposito dei Savoia, Emanuele conte di Mirafiori[5] ottenne le proprietà dei cento ettari di Fontanafredda a Serralunga d’Alba che dedicò alla viticoltura. Infine un altro nobile piemontese contribuì al successo del Barolo: Camillo Benso conte di Cavour. Diventato sindaco di Grinzane, Cavour ingaggiò Oudart per la cura del suo vigneto dando vita allo stile secco del Barolo diverso da quello abboccato del generale Staglieno. Nel 1864 Juliette Colbert morì lasciando il patrimonio in eredità all’Opera pia di Barolo: i terreni furono pian piano ceduti a fattori e la proprietà venne frammentata, ancor oggi caratteristica delle Langhe. Sul finire del secolo Giuseppe Cappellano, farmacista e proprietario di una cantina, aggiunse delle spezie al Barolo creando così il Barolo Chinato, un vino aromatizzato, che indicava come rimedio per il raffreddore e la cattiva digestione.

barolo chinato 1907

1907, pubblicità del barolo chinato Fernet Branca sul quotidiano La Stampa (del  24/03/1907).

Nel 1910 Giovan Battista Burlotto acquistò la proprietà dei Savoia a Verduno e il suo vino diventò celebre anche oltre confine. Nel mezzo ci fu la fillossera,[6] che falcidiò i vigneti di tutto il continente, e successivamente le due guerre mondiali. Nel secondo dopoguerra l’industrializzazione portò a un netto calo del consumo e della produzione di vino, finché Renato Ratti negli anni ’60 diede nuova linfa e lustro al Barolo, contribuendo anche alla classificazione delle vigne e al legame enogastronomico col territorio. Il contesto produttivo però non era dei migliori: nelle Langhe era ancora molto diffusa la mezzadria,[7] le vigne erano coltivate ricorrendo ai buoi perché in pochi potevano permettersi un trattore, le cantine potevano essere usate anche come stalla, il vino era venduto sfuso nelle damigiane e solo il barolo veniva imbottigliato.

famiglia mezzadrile impegnata nella raccolta del'uva

Piemonte, famiglia mezzadrile impegnata nella raccolta del’uva (Museo dell’Agricoltura di Torino).

L’intera Italia del vino inoltre doveva ancora imbattersi nel suo più grande scandalo: il vino al metanolo, che nel marzo del 1986 uccise ventidue persone e ne ferì gravemente altre decine. Per molti produttori fu la scossa: bisognava rilanciare il vino di qualità, facendo capire ai consumatori che sotto certi prezzi non può essere vero vino. Fu questa l’occasione per Elio Altare, insieme ad altri giovani produttori delle Langhe, di salire agli onori del panorama enologico e di dare vita alla più famosa delle battaglie ideologiche del vino italiano: la “battaglia del Barolo”.
controlli carabinieri vino al metanolo, 1968

1986: i Carabinieri cercano tra gli scaffali dei supermercati le bottiglie delle aziende sotto inchiesta.


Elio Altare è cresciuto con l’idea del Barolo come lo produceva suo padre: un vino imbottigliato con ancora un tannino [8] molto forte e aspro e che impiegava anni ad addolcirsi. Sfiduciato dalla dura viticoltura nelle Langhe che all’epoca garantiva a malapena la sopravvivenza, scoprì sui libri la Borgogna, la regione francese famosa insieme a Bourdeaux per i suoi vini rossi, e il metodo di produzione che faceva ampio uso delle barrique, ovvero delle piccoli botti dalla capacità di circa 225 litri.[9] Nel 1976 Altare partì con la sua Fiat 500 alla volta della Borgogna e si imbatté per caso nella cantina di Renè Engel, lo stesso produttore che a Luigi Veronelli disse «Voi [italiani] avete uve d’oro e fate vini d’argento; noi uve d’argento e vini d’oro». Altare, che era arrivato con pochi soldi e dormiva in macchina, non poté non notare la Porsche parcheggiata: bussò e trovo Philippe Engel che, con due valigie in mano, gli spiegò che non poteva accoglierlo e fargli assaggiare i vini perché era diretto in Costa Azzurra a trascorrere il weekend sulla sua barca. Quella palese differenza tra la dura vita nelle Langhe e il benessere della Borgogna portò Altare a una riflessione sul Barolo e ne trasse la conclusione che era mal interpretato: nel 1983 iniziò a produrlo affinandolo in barrique. La barrique affina più velocemente il vino rispetto alle grandi botti,  nel caso del Barolo le grandi botti tradizionali hanno una capacità minimo di 2 000 litri, in quanto è maggiore il rapporto litri/superficie sia per quanto riguarda il contatto con l’ossigeno attraverso il legno sia per la quantità di tannini, più morbidi di quelli del vino, che il legno cede. Lo scontro con il padre fu violentissimo: Elio ricorse a una motosega per distruggere la decina di grandi botti che per suo padre erano un patrimonio da custodire. Il padre lo considerò pazzo e andò dal notaio per diseredarlo; morì due anni dopo. Era l’inizio di uno scontro tra idee di Barolo opposte destinato ad andare oltre quello tra padre e figlio. Insieme a Elio Altare si ritrovarono altri giovani produttori della Langhe (tra cui Chiara Boschis, Giorgio Rivetti, Enrico Scavino e Roberto Voerzio) volenterosi di battere nuove strade e con l’ambizione di puntare al vino di grande qualità: erano i “Barolo Boys”.[10] I Barolo Boys tentavano esperimenti e condividevano i loro risultati facendo in modo di crescere insieme e più rapidamente; questa collaborazione unita all’intraprendenza di Marco De Grazia li catapultò alla ribalta del mondo del vino in Italia e negli Stati Uniti. I Barolo Boys erano sulla cresta dell’onda ma il loro successo generò sentimenti contrastanti: se da una parte crescevano in fama e premi, e qualcuno scomodava addirittura il termine “rivoluzione”, dal’altra si accendeva la polemica con i tradizionalisti che li accusavano di stravolgere l’identità del vino e il suo legame col territorio. Alcuni ridimensionavano la “rivoluzione”, obiettando che in realtà avevano solo seguito le orme di altri “grandi” tra cui Angelo Gaja e il suo Barbaresco. Uno scontro ideologico che ad anni di distanza non si è ancora spento. Con la pubblicazione del documentario Barolo Boys – Storia di una rivoluzione di Paolo Casalis e Tiziano Gaia (2014) si è riacceso infatti il dibattito nel settore, tra chi celebra la novità che fu portata dal gruppo di Elio Altare, e chi rimarca che la loro sfida alla tradizione è stata solo una moda passeggera che è scivolata via, con molti di quei protagonisti che si sono ricreduti tornando sulla retta via della produzione tradizionale.

barriques in Borgogna

Barriques in Borgogna (foto di Laure Gregoire da Pixabay).

Le grandi botti di Barolo, con la loro capacità tra i 2 000 e i 10 000 litri, oppure le barrique  o anche le botti tonneaux (da 500 litri); macerazioni[11] corte o lunghe; la follatura[12] manuale o meccanizzata: oggi oltre a tradizionalisti e innovatori, diversi produttori hanno scelto una via “ibrida” tra le due correnti, in cui sono stati fusi a discrezione del produttore diversi aspetti dei due modi di produrre il Barolo.

annate storiche di vino barolo

Annate storiche di vino Barolo presso l’Enoteca Regionale del Barolo (A. Vecchi / Commons / CC-BY-SA 3.0).

C’è un vincitore in questa storia? Forse no, forse questa non è una storia di vincitori e vinti ma, più semplicemente, di arricchimento del panorama enologico italiano. Di sicuro questa storia ha contribuito a rendere la zona delle Langhe famosa a livello globale. Dal 2014 le Langhe sono state riconosciute come patrimonio mondiale da parte dell’UNESCO,[13] e ciò che più conta è preservarle affinché questo patrimonio non vada perduto. Su quale bottiglia degustare scelga il lettore come meglio crede e in base al proprio personale gusto. Da parte nostra quel che possiamo augurarci è che il Barolo, come anche tutti gli altri vini italiani, non smetta mai di puntare in alto. Prosit!

Note

  1. [1]La Valtellina è una zona alpina della Lombardia.
  2. [2]Antica unità di misura, un sestario italico è pari a circa mezzo litro.
  3. [3]Fu anche mecenate e protettrice di Silvio Pellico.
  4. [4]“Vino del re, re dei vini”.
  5. [5]Era figlio morganatico di Vittorio Emanuele II e Rosa Vercellana e non aveva alcun diritto sui titoli e proprietà della casata dei Savoia.
  6. [6]Genere d’Insetti appartenenti ai Rincoti omotteri,  la fillossera della vite è nota come Phylloxera vastatrix.
  7. [7]L’istituto giuridico della mezzadria è gradualmente scomparso a partire dal 1964, quando la Legge 756 del 15/9/1964 vietò la stipula di nuovi contratti, fino al 1982, quando la Legge 203 del 3/5/1982 previde la conversione dei contratti ancora esistenti in contratti d’affitto a coltivatore diretto, dietro richiesta di anche solo una delle parti.
  8. [8]I tannini del vino sono polifenoli che determinano nella bocca la sensazione di ruvido, come quella per esempio di un frutto acerbo.
  9. [9]La barrique bordolese contiene 225 litri pari a 300 bottiglie di vino, in Borgogna usano maggiormente barrique da 228 litri.
  10. [10]Il termine Barolo Boys nascerà anni dopo, ad opera di un cliente durante un tour negli Stati Uniti.
  11. [11]La macerazione in enologia è la fase della vinificazione in cui il mosto resta a contatto con le vinacce per estrarre da esse sostanze come colore e tannini.
  12. [12]La follatura è la procedura con cui durante la fermentazione del mosto si rompe il “cappello” formato dalle vinacce in cima al contenitore, in modo da arieggiare il mosto e favorire la fermentazione alcolica. Cfr. “follatura” in Vocabolario, Treccani. Web.
  13. [13]Per la descrizione all’interno dell’elenco World Heritage si può visitare il seguente link .

Bibliografia e fonti

Foto in alto: edo lilli da Pixabay

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Alessio Lisi

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Tarantino di nascita e pavese di adozione. Il resto è coperto dal segreto di stato dell'isola di Laputa.