Il tesoro giapponese (e altri affari americani)

In Storia di Luca Marini

Il tesoro (o i tesori?) di Yamashita, ovvero l’oro dei giapponesi e gli affari degli americani nel Sud Est asiatico
Si dice che le guerre non si vincono con i “se”, ma se il Giappone, conclusa vittoriosamente la campagna delle Filippine (maggio 1942), fosse riuscito ad espandersi ad Ovest oltre il Golfo del Bengala, sarebbe riuscito a minacciare direttamente il Mar Arabico fino al Golfo di Aden ed al Mar Rosso. Ancora un passo e l’Impero del Sol Levante avrebbe potuto congiungersi all’alleata Germania, che — dopo aver inutilmente fomentato i sentimenti anti–britannici in Medio Oriente, naturale corridoio terrestre verso l’India ed il Sud–Est asiatico — in quel momento sembrava sul punto di sconfiggere gli inglesi in Nord Africa e, quindi, di aprirsi la strada verso il Mar Rosso ed il Golfo di Aden[1]Sappiamo che le cose andarono diversamente, ma allora, nelle settimane successive al raid su Pearl Harbour, il Giappone stava attaccando con successo in ogni direzione, dal Pacifico centro–meridionale a quello settentrionale fino al Golfo del Bengala, ed erano in molti a credere — e a far credere — che il congiungimento dell’esercito del Tenno con la Wehrmacht fosse solo questione di tempo[2].

Per avere un’idea della rapidità e della portata dei successi del Sol Levante, basti pensare che, tra il dicembre 1941 ed il maggio 1942, i giapponesi conquistano l’arcipelago delle Filippine (dal 1898 possedimento degli Stati Uniti d’America); i capisaldi statunitensi di Guam e Wake, sulla via per le Hawaii; le isole di Attu e Kiska, nelle gelide — e disabitate — Aleutine[3]; la colonia britannica di Hong Kong; le isole Bismark con Rabaul, le isole Salomone e la Nuova Guinea, ad eccezione di Port Moresby; le Indie Orientali olandesi (Giava, Borneo, Sumatra, Celebes, le isole della Sonda, Timor e le Molucche) con i loro ricchi giacimenti di petrolio, di gomma e di altre materie prime strategiche; la Malesia, con la piazzaforte di Singapore (che, considerata imprendibile dal mare, viene aggirata e presa da terra); la Birmania, interrompendo la celebre “Burma Road” utilizzata dagli Alleati occidentali per rifornire l’esercito del Generalissimo Chiang Kai–shek. La sua espansione è tale che il Giappone è sul punto di invadere l’Australia (le città di Darwin, Broome e Sydney sono colpite dal cielo e dal mare) ed arriva a bombardare Ceylon, porta d’accesso al Mar Arabico.

Cartolina disegnata da Gino Bocassile nel 1941 per esaltare il "patto tripartito"

1 – Famosa cartolina postale del 1941 celebrativa del “Patto Tripartito” tra Germania Italia e Giappone, disegnata da Gino Bocassile.


Hong Kong, 1941: esercito giapponese assalta la stazione ferroviaria di Tsim Sha Tsui

2 – L’esercito giapponese assalta la stazione ferroviaria di Tsim Sha Tsui a Hong Kong, 1941.

Il generale Maltby discute la resa con i giapponesi al Pensinsula Hotel di Hong Kong, il 25 dicembre 1941.

3 – Il generale Maltby discute con i giapponesi le condizioni della resa, al Pensinsula Hotel di Hong Kong il 25 dicembre 1941.


Proprio all’apice della sua espansione, però, il Giappone subisce due disastrose sconfitte aeronavali, nel Mar dei Coralli (maggio 1942) e presso le isole Midway (giugno 1942), e perde l’iniziativa militare nel Pacifico e nel Sud-Est asiatico[4]. Dopo Midway, gli americani attueranno una strategia aeronavale ed anfibia coordinata (denominata Leapfrogging o “salto della rana”) volta ad avvicinare progressivamente al Giappone la linea del fronte mediante la conquista delle basi nemiche meno difese — o comunque necessarie sul piano logistico — e l’aggiramento di quelle più fortificate[5]. Da Gualdacanal (nelle Salomone) a Tarawa (nelle Gilbert) a Roi–Namur (nelle Marshall) a Truk (nelle Caroline) a Saipan (nelle Marianne) a Peleliu (nelle Palau) fino al Golfo di Leyte (nelle Filippine), tra l’agosto 1942 ed il dicembre 1944 è un susseguirsi di vittorie americane che aprono la strada a massicce incursioni aeree contro il Giappone ed all’invasione del suolo giapponese (sbarchi di Iwo Jima e di Okinawa, rispettivamente febbraio e aprile 1945). Si sa già come finisce questa storia: la mattina del 6 agosto 1945, un bombardiere statunitense Superfortress B–29 (si chiamava “Enola Gay”), decollato dall’isola di Tinian, nelle Marianne, sgancia una bomba atomica (si chiamava “Little Boy”) sulla città di Hiroshima, polverizzando 70 000 persone in una frazione di secondo. Ai bombardamenti atomici (quello su Nagasaki è del 9 agosto) fa seguito, il 15 agosto, la resa del Giappone, pronunciata via radio dall’imperatore Hirohito (ed è in questo modo che i suoi sudditi ascoltano, per la prima volta, la sua voce), mentre il relativo atto formale viene firmato, il 2 settembre, dai plenipotenziari giapponesi a bordo della corazzata statunitense Missouri, ancorata nella baia di Tokyo. Così termina la seconda guerra mondiale[6]

Il B–29 Superfortress Enola Gay

4 – Il B–29 Superfortress Enola Gay, il bombardiere che sganciò la “Little Boy” su Hiroshima.

Firma della resa giapponese a bordo della Missouri il 2 settembre 1945.

5 – Il generale giapponese Yoshijirō Umezu firma l’atto di capitolazione a bordo della corazzata statunitense Missouri il 2 settembre 1945.


Tutti i conflitti armati, in ogni tempo ed in ogni luogo, hanno suscitato sublimi eroismi, crimini efferati e grandi misteri e la campagna del Pacifico — che conta, tra militari e civili, oltre 10 000 000 caduti cinesi, 1 700.000 giapponesi e 200 000 alleati — non è stata da meno. Ed uno dei più singolari misteri di questa campagna è quello relativo al “tesoro di Yamashita”, che dovrebbe nascondersi nelle Filippine. Il condizionale è d’obbligo perché, in realtà, questo tesoro potrebbe essere già stato ritrovato, almeno in parte, negli anni Settanta. O forse prima, nel 1945. O, forse, potrebbero esserci più “tesori di Yamashita”, nascosti in luoghi diversi e — sempre che non siano già stati scoperti ed utilizzati per finanziare attività più o meno illecite — ancora in attesa di essere ritrovati. Ma procediamo con ordine.
Il generale Tomoyuki Yamashita nel 1940

6 – Il generale Tomoyuki Yamashita nel 1940.


Il principe Chichibu

7 – Yasuhito, principe Chichibu (1940).

Secondo la versione eponima, il tesoro di Yamashita sarebbe stato accumulato, tra il 1941 ed il 1945, dalle truppe giapponesi di occupazione delle Filippine comandate dal generale Tomoyuki Yamashita, soprannominato “la Tigre della Malesia” perché artefice della capitolazione delle forze alleate in Malesia ed a Singapore[7]. Secondo un’altra versione8,[8] invece, il tesoro sarebbe stato accumulato a partire dal 1894, nel corso del lungo conflitto che contrappose a più riprese Cina e Giappone e che trasformò radicalmente gli equilibri geo–politici dell’Estremo Oriente[9]. Secondo questa versione, inoltre, il tesoro sarebbe stato gestito da una organizzazione creata ad hoc e denominata “Giglio d’Oro”, al cui vertice sedeva — unitamente ad alcuni esponenti della Yakuza, la famosa organizzazione criminale giapponese — niente poco di meno che il fratello minore dell’imperatore Hirohito, il principe Chichibu[10].


Quale delle due versioni è fondata? Se il tesoro è stato accumulato dal generale Yamashita e dalle sue truppe durante l’occupazione delle Filippine, è verosimile che, al momento della sconfitta del Giappone, esso fosse ancora, almeno in parte, nell’arcipelago: e infatti è proprio nelle Filippine che un tesoro è stato ritrovato (e rubato) negli anni Settanta, come tra poco si dirà. Se, invece, il tesoro è stato accumulato nell’arco di oltre quarant’anni (tra la fine dell’Ottocento e la seconda guerra mondiale) mediante il saccheggio sistematico di banche, opifici, stabilimenti commerciali, musei, edifici di culto e private abitazioni cinesi, è quantomeno singolare che una così vasta quantità di oggetti preziosi sia stata concentrata e trasferita dal continente nelle Filippine a guerra iniziata, tenuto anche conto dei rischi di un simile trasferimento via mare. È vero che tutto è possibile, tanto in amore quanto e soprattutto in guerra, ma, nel quadro di questa seconda versione, è più probabile che diversi “tesori di Yamashita” siano stati occultati in luoghi differenti: e, se chi l’ha fatto era un’organizzazione (“Giglio d’Oro” o Yakuza che sia), è verosimile che i tesori in questione siano stati in seguito utilizzati per le finalità dell’organizzazione medesima.

riunione della Gen'yōsha nel 1929

8 – 1929: riunione della Gen’yōsha o “Dark Ocean Society”, società segreta e organizzazione terroristica ultranazionalista considerata progenitrice della Yakuza. Si riconoscono in prima fila i fondatori Tōyama Mitsuru (al centro) e Kodama Yoshio (secondo da destra), entrambi ex–samurai.

Una cosa, però, è certa in questa storia. E cioè che nel 1971, nei dintorni di Baguio City, nella provincia filippina di Benguet, un tale Rogelio Roxas rinvenne alcune casse contenenti lingotti d’oro, nonché una grande statua d’oro di Buddha (pesante una tonnellata e contenente, come se non bastasse, diamanti).[11] Convinto di avere individuato il tesoro di Yamashita, Roxas prese contatti con alcuni intermediari nel tentativo di vendere l’oro ritrovato; ma mal gliene incolse — come del resto accade a tutti, o quasi, gli scopritori di tesori — perché fu arrestato e imprigionato (e torturato) dalle autorità filippine, mentre il tesoro, così incautamente pubblicizzato, si volatilizzava. Chi se ne appropriò? Ferdinand Marcos, allora presidente delle Filippine. E questo è sicuro, perché lo affermano sia la vedova di Marcos, l’intramontabile Imelda (a tutt’oggi membro della Camera dei rappresentati delle Filippine),[12] che alcune sentenze di tribunali statunitensi, tra cui la Corte suprema delle Hawaii e la Corte d’Appello del Nono distretto federale. Nel 1988, infatti, Roxas e la società da questi creata (la “Golden Budha Corporation”) avevano citato Imelda e Ferdinand Marcos di fronte ad un tribunale delle Hawaii: al termine del processo, nel 1996 (nel frattempo erano morti sia Roxas che Marcos), il tribunale aveva riconosciuto il diritto della Golden Budha Corporation e degli eredi di Roxas al risarcimento dei danni sofferti, rispettivamente, in conseguenza del furto del tesoro e della violazione dei diritti umani. Anche la Corte d’Appello del Nono distretto federale, chiamata a pronunciarsi su taluni seguiti del caso, affermò incisivamente nel 2006 che «The Yamashita Treasure was discovered by Roxas and stolen from Roxas by Marcos’s men»[13].

Rogelio Roxas, Ferdinand Marcos, Imelda Marcos

A sinistra: 9 – Rogelio “Roger” Roxas, ex soldato filippino, con la statua del Buddha (1971). Al centro: 10 – Ferdinand Marcos, presidente e dittatore delle Filippine. A destra: 11 – Imelda, vedova di Marcos, nel 2006.

Resta da chiedersi se Roxas abbia scoperto il vero ed unico tesoro di Yamashita e quanta parte di esso. Alla prima domanda è difficile dare una risposta, perché, come già rilevato, di “tesori di Yamashita” potrebbero essercene più d’uno, anche al di fuori delle Filippine. Ma alla seconda domanda la risposta è scontata: o Roxas ha scoperto tutto il tesoro nascosto nelle Filippine o ne ha scoperto solo una parte, e quella restante attende ancora di essere ritrovata. A meno che, come qualcuno sostiene[14], il tesoro “filippino” di Yamashita non sia stato scoperto già nel 1945, al momento della liberazione dell’arcipelago, dai servizi segreti americani, che lo avrebbero poi utilizzato per finanziare, nel corso della guerra fredda, operazioni militari clandestine nel Sud–Est asiatico. In questo caso, Roxas sarebbe stato così fortunato (o sfortunato, considerati gli sviluppi della sua vicenda) da scoprire la parte del tesoro sfuggita all’intelligence statunitense: anche se ciò non escluderebbe che altre parti di questo tesoro (come di altri possibili tesori di Yamashita sparsi in tutto l’Estremo Oriente ed il Pacifico) siano ancora in attesa di essere scoperte. E questo, per chi crede nell’esistenza dei tesori o è così fortunato da trovarli, può essere un buon motivo per decidere di passare le prossime vacanze su una spiaggia delle Filippine (o, secondo le preferenze personali, della Cina o del Giappone o della Corea o dell’Indonesia) armato di secchiello, pala e piccone.

Un’ultima notazione. Che nel 1945 i servizi segreti statunitensi abbiano ritrovato un tesoro giapponese nelle Filippine (all’epoca, si ricorda, possedimento degli stessi Stati Uniti) è senz’altro possibile, anche se non è facilmente dimostrabile; né è dimostrabile che l’abbiano utilizzato per gli scopi clandestini più sopra indicati (anche se il nome dell’ufficiale americano che avrebbe ritrovato il tesoro è tale da far tremare le vene ai polsi degli esperti di trame occulte e di operazioni under cover: Edward G. Lansdale[15]). Ma è comunque significativo ricordare che, il 12 marzo 1942, per ordine espresso del presidente Roosevelt, comandante supremo dell’esercito statunitense, il generale Douglas MacArthur, comandante dell’esercito statunitense operante in Estremo Oriente, abbandonava in motosilurante la fortezza di Corregidor poco prima della sua caduta, accompagnato dal suo stato maggiore al completo, dalla moglie, dal figlio e dalla servitù[16].
Douglas MacArthur a Manila nel 1945

12 – Douglas MacArthur fuma la caratteristica pipa di granoturco a Manila, nelle Filippine (1945).


sbarco di MacArthur a Leyte

13 – La celebre fotografia dello sbarco di MacArthur a Leyte, nelle Filippine, nell’ottobre del 1944.

Dello stato maggiore di MacArthur faceva parte, quale comandante dell’intelligence, anche il colonnello Charles Andrew Willoughby. Quest’ultimo si chiamava, in realtà, Karl Adolph Weidenbach, era nato ad Heidelberg nel 1892 ed era emigrato nel 1910 negli Stati Uniti (ma nome, origine e date sono a tutt’oggi controversi) per arruolarsi come soldato semplice nell’esercito statunitense[17]. Capitano nel 1917, addetto militare in Ecuador negli anni Venti, tenente colonnello nel 1936, pare che Willoughby fosse un fervente ammiratore del generale e futuro dittatore spagnolo Francisco Franco (per il quale lavorerà, come “consulente” negli anni Cinquanta) ed è certo che le sue simpatie politiche gli valsero l’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro da parte del Governo fascista italiano. Pare anche che Willoughby sia stato, subito dopo l’occupazione del Giappone, il principale protettore di Shirō Ishii, il medico militare direttore della famigerata “Unità 731”, cui fu risparmiato qualsiasi procedimento penale al termine del conflitto (a differenza di quanto accadde ai “dottori” nazisti processati a Norimberga)[18]. Pare, infine, che MacArthur si riferisse a Willoughby chiamandolo “my pet fascist”[19]

Charles Willoughby

14 – Il generale Charles Willoughby.

Harry S. Truman

15 – Harry S. Truman, presidente USA dal 1945 al 1953.

Willoughby fu capo dell’intelligence di MacArthur anche durante la guerra di Corea (in cui MacCarthur fu comandante in capo delle forze armate dell’allora neocostituita ONU) e, pare, che in quella veste abbia intenzionalmente distorto le informazioni destinate al suo comandante, che, come noto, nel 1951 fu destituito dal presidente Truman dopo avere auspicato, anche sulla base delle informazioni ricevute, l’ampliamento del conflitto alla Cina comunista ed un risolutivo intervento nucleare degli Stati Uniti[20]. Oggi possiamo dire che Willoughby (come anche Lansdale) si mosse come una pedina del grande gioco degli equilibri del terrore che caratterizzarono la guerra fredda; e che a questo gioco partecipò, nello scacchiere dell’Estremo Oriente, anche Ferdinand Marcos, che, con la sua ultraventennale presidenza delle Filippine (cominciata nel 1965 e preceduta, nel 1949, dalla sua elezione al Parlamento filippino), garantì stabilità ed appoggi agli Stati Uniti ed ai loro alleati, ad esempio durante la guerra del Vietnam[21] Può essere questo un ulteriore indizio per capire che fine ha fatto il tesoro (o i tesori) di Yamashita?

Battaglia di Ia Drang, Vietnam, 1965

16 – Guerra del Vietnam, battaglia di Ia Drang: truppe dell’esercito USA sbarcano da un elicottero UH-1D (novembre 1965).

Note

  1. [1]I tentativi tedeschi di sostenere o instaurare governi pro–Asse in Medio Oriente fallirono tutti nell’arco di pochi mesi: tra maggio e settembre 1941, l’esercito di Sua Maestà britannica occupò la Siria ed il Libano controllati dalla Francia di Vichy, soffocò un colpo di Stato nell’Iraq di re Faysal II e del suo reggente Abd al–Ilāh ed invase — congiuntamente alle truppe sovietiche — l’Iran dello scià Reza Pahlavi. Per contro, tra maggio e giugno 1942, al comando del Deutsches Afrikakorps, il generale (poi feldmaresciallo) Erwin Rommel travolse gli inglesi nella battaglia di Ain el–Gazala e conquistò Tobruk, entrando in Egitto. Ma proprio in territorio egiziano, nei dintorni di una località denominata El Alamein (“Le due bandiere”), Rommel fu sconfitto nell’autunno 1942: e, con la battaglia di El Alamein, le sorti della guerra in Nord Africa si invertirono definitivamente a favore degli Alleati.
  2. [2] Sullo spettro di tale congiungimento gioca tutta la propaganda alleata del periodo. Tra i tanti film e documentari realizzati negli Stati Uniti, si veda, per tutti, l’episodio n. 1 della serie Why We Fight, dal titolo Prelude To War, realizzato nel 1942 dal celebre regista (italiano di nascita) Frank Capra, allora in servizio nell’esercito statunitense con il grado di maggiore (poi colonnello).
  3. [3]Le isole in questione furono l’unico lembo di territorio nazionale statunitense occupato dai giapponesi nel corso del conflitto.
  4. [4]In particolare la battaglia delle Midway è considerata, insieme alla disfatta tedesca di Stalingrado (gennaio 1943), come il “turning point” della seconda guerra mondiale: da questo momento, il Tripartito perderà l’iniziativa militare su tutti i fronti.
  5. [5]Artefice di questa strategia e della vittoria finale degli Stati Uniti fu principalmente l’ammiraglio Chester Nimitz, che si scontrò non solo con la resistenza giapponese, ma anche con le difficoltà logistiche derivanti dalla decisione del presidente Roosevelt di sostenere la proposta britannica, espressa da Winston Churchill all’indomani dell’attacco giapponese a Pearl Harbour, di rivolgere tutta la potenza militare alleata contro il Giappone solo dopo avere sconfitto la Germania nazista. L’approccio “Hitler first”, formulato nel corso della Conferenza “Arcadia” (tenutasi a Washington dal 22 dicembre 1941 al 14 gennaio 1942), porterà, anche per le insistenti richieste di Stalin, alla decisione di alleviare la pressione militare tedesca sulla Russia sovietica aprendo altri fronti nei teatri operativi mediterraneo ed europeo: ed è per questa ragione che gli Alleati sbarcheranno a Dieppe (Operazione “Jubilee”, 13 agosto 1942, risoltasi in un totale fallimento), in Nord Africa (Operazione “Torch”, 8 novembre 1942), in Sicilia (Operazione “Husky”, 9 luglio 1943), nell’Italia del Sud (il 3 settembre 1943 in Calabria con l’Operazione “Baytown”; il 9 settembre a Salerno, con l’Operazione “Avalanche”; ancora il 9 settembre a Taranto, con l’Operazione “Slapstick”), ad Anzio (Operazione “Shingle, 21 gennaio 1944), in Normandia (Operazione “Neptune”, parte della più ampia Operazione “Overlord”, 6 giugno 1944), in Provenza (Operazione “Dragoon”, 15 agosto 1944). È tuttavia curioso che Roosevelt, pronto a far sbarcare le truppe statunitensi praticamente in qualsiasi punto del Nord Africa e dell’Europa occidentale, non abbia avallato la proposta di Churchill di sbarcare nei Balcani: se ciò fosse avvenuto, gli Alleati occidentali si sarebbero risparmiati una campagna lunga e sanguinosa (e forse, secondo alcuni, inutile) come quella d’Italia e, molto probabilmente, avrebbero liberato i Paesi dell’Europa centro–orientale prima delle truppe sovietiche, con intuibili conseguenze sulla definizione degli equilibri post–bellici. Ma questo secondo risultato evidentemente sfuggiva alla concezione strategica di Roosevelt, preoccupato, più che di contenere la “minaccia” sovietica in Europa e nel mondo (all’epoca, in verità, ancora irrilevante), di arginare l’imperialismo politico e commerciale britannico (che allora dominava su un quarto della popolazione mondiale), in vista della creazione di un mercato post–bellico dominato dalla strabiliante capacità produttiva di cui l’apparato industriale statunitense stava dando prova nel corso del conflitto. Per strabiliante si intende, tanto per fare un esempio, che le celeberrime navi da trasporto della classe Liberty, da oltre 14.000 tonnellate di stazza, erano impostate, varate e completate nel tempo medio di 24 giorni (che per alcune di esse scese a 4!).
  6. [6]Alla firma dell’atto di resa sulla Missouri seguì, nel 1951 a San Francisco, la firma del trattato di pace tra Stati Uniti d’America (ed altri 48 Stati), da una parte, e Giappone, dall’altra (ma il trattato non fu firmato da URSS, Polonia e Cecoslovacchia, che pure parteciparono alla conferenza di San Francisco, e non fu ratificato da Lussemburgo, Colombia e Indonesia, che pure lo avevano firmato). La resa giapponese dell’agosto 1945, comunque, non determinò la cessazione delle ostilità nel Pacifico ed in Estremo Oriente, perché alcune unità dell’esercito imperiale, più o meno organiche ed efficienti (oltre due milioni di soldati giapponesi si trovavano, al momento della resa, al di fuori dei confini nazionali), continuarono a dare filo da torcere agli americani (a Bali, in Manciuria, nelle Filippine, a Guam, a Guadalcanal, a Morotai, a Peleliu) addirittura fino alla fine degli anni Quaranta. Ancora più prolungata è stata la “resistenza” di soldati giapponesi completamente isolati e dimenticati (i cosiddetti “soldati fantasma”), ritrovati a più riprese, nella giungla delle Filippine o su remoti atolli corallini, tra gli anni Cinquanta e Ottanta.
  7. [7]La Tigre della Malesia terminò i suoi giorni nelle Filippine: processato da un tribunale militare statunitense per crimini di guerra, Yamashita fu condannato a morte e giustiziato nel febbraio 1946, presso la località di Los Baños.
  8. [8]Cfr. S. Seagrave–P. Seagrave, The Yamato Dynasty: the Secret History of Japan’s Imperial Family, Brodway Book, New York, 1999 e Id., Gold Warriors: America’s Secret Recovery of Yamashita’s Gold, Verso, London–New York, 2003.
  9. [9]La prima guerra sino–giapponese (1894-1895) scoppiò per il controllo della Corea e portò — complice la rivoluzione cinese del 1911 — alla dissoluzione della dinastia Qing e dell’Impero Celeste. La seconda guerra sino–giapponese, scoppiata nel 1937, si concluderà solo con la fine della seconda guerra mondiale.
  10. [10]Il principe Chichibu è stato un personaggio controverso: ufficiale di carriera dell’esercito imperiale, è considerato il principale sostenitore — se non l’ispiratore — del tentativo di colpo di Stato del febbraio 1936, che avrebbe dovuto rafforzare (come in effetti avvenne) il militarismo nazionalista giapponese. Dopo il tentato golpe militare, il principe Chichibu fu inviato in tour presso le principali capitali europee, compresa Londra (dove partecipò all’incoronazione di Giorgio VI) e Berlino (ma trovò il tempo di partecipare anche al Reichsparteitag di quell’anno a Norimberga). Rientrato in patria nel 1937, Chichibu assunse responsabilità di comando a Nanchino (teatro, proprio in quell’anno, del famoso “massacro”, che si protrasse per mesi dopo l’occupazione giapponese della città e che costò la vita a centinaia di migliaia di civili cinesi) e nel Manciukuò (lo stato–fantoccio giapponese in Cina dove operava l’armata del Kwantung, i cui vertici avevano sostenuto il tentativo di colpo di Stato del 1936). Tuttavia, nel 1940 il principe Chichibu si ritirò dal servizio attivo (per ragioni di salute: gli fu diagnostica la tubercolosi, di cui morirà nel 1953) senza prendere parte al conflitto e spese l’ultima parte della sua vita nelle residenze imperiali.
  11. [11]Nelle storie di tesori fa quasi sempre capolino una statua d’oro. Precedente illustre, tra i tanti, è quello del favoloso Tesoro di Lima, che ancora oggi giacerebbe occultato, insieme ad altri due tesori, nell’isola del Cocco, al largo delle coste del Costa Rica, e che comprenderebbe una statua d’oro della Vergine Maria a grandezza naturale. Per la cronaca, l’isola del Cocco è quella dove è stata ambientata la saga cinematografica Jurassik Park e che compare nelle scene aeree iniziali del primo film di tale saga. I dati sulla statua d’oro rinvenuta da Roxas sono ricavati dagli atti dei processi di cui si dirà tra breve.
  12. [12]Cfr. “Marcos Widow Claims Wealth Due to ‘Yamashita Treasure’”, in The Bulletin, febbraio 1992. Ma è anche vero che Imelda Marcos potrebbe avere utilizzato lo stratagemma del tesoro nel tentativo di scagionare la memoria del marito dalle accuse di corruzione accumulate durante la sua ultraventennale presidenza delle Filippine.
  13. [13]Della questione si occupò, nel 2007, anche la Corte Suprema degli Stati Uniti, chiamata a pronunciarsi su taluni profili di immunità giurisdizionale sollevati dalle sentenze dei tribunali statunitensi che avevano giudicato la causa intentata da Roxas (ed altre analoghe) contro i coniugi Marcos (per la ricostruzione dell’intera vicenda giudiziaria, v. la sentenza della Corte Suprema sul blog della Corte medesima ).
  14. [14]Cfr. gli autori citati alla nota 8.
  15. [15]Cfr. ancora gli autori citati alla nota 8. Figura leggendaria dell’intelligence statunitense, Lansdale, ufficiale dell’Army Air Force, cominciò la sua carriera proprio nelle Filippine, dove operò come membro dell’Office of Strategic Services (e poi della Central Intelligence Agency) dal 1945 al 1948. Nel 1953 fu tra i primi consiglieri militari americani inviati in Vietnam (quando l’Indocina era ancora colonia francese) ed in seguito fu responsabile dell’Operazione “Mongoose”, varata dalla CIA nel 1961 allo scopo di rovesciare il regime di Fidel Castro. Il nome di Lansdale è rimasto legato anche all’omicidio del presidente Kennedy, avvenuto a Dallas nel 1963, perché, secondo le dichiarazioni di Leroy F. Prouty, capo delle Special Operations del Joint Chiefs of Staff dell’amministrazione Kennedy, Lansdale sarebbe stato uno dei “three tramps” (“i tre barboni”) arrestati nelle vicinanze del Texas School Book Depository di Dallas (l’edificio da cui si ritiene furono sparati i colpi mortali) subito dopo l’omicidio del presidente. La vicenda è rappresentata nel film di Oliver Stone JFK del 1991, dove, nel quadro della ricostruzione dell’operazione di depistaggio circa i mandanti ed i moventi dell’assassinio di Kennedy, Prouty diventa “Mister X” (interpretato da Donald Sutherland) e Lansdale “General Y” (interpretato da Dale Dye).
  16. [16]Il 20 ottobre 1944 MacArthur, con la caratteristica pipa di granoturco tra i denti (foto 12), tornava nelle Filippine, come promesso (“I shall return”, aveva laconicamente affermato, ma quando si trovava già in salvo in Australia), sbarcando sulla spiaggia di Leyte in perfetto stile marine. Esiste una celebre fotografia (13) che ritrae MacArthur ed il gruppo di ufficiali e collaboratori al suo seguito che scendono da un Landing Craft, caviglie nell’acqua: dal 1981, l’immagine immortalata dalla fotografia in questione è stata riprodotta e trasformata in una scultura a grandezza maggiore del naturale, collocata sulla spiaggia dello sbarco (oggi compresa nel MacArthur Leyte Landing Memorial National Park).
  17. [17]Cfr. F. Kluckhohn, Heidelberg to Madrid. The Story of General Willoughby, in The Reporter, New York Journal, 19 August 1952.
  18. [18]L’Unità 731 operò nel Manciukuò dal 1936 al 1945, con l’incarico di studiare e testare, su migliaia di prigionieri (cinesi, mongoli, coreani, russi, ma anche inglesi ed americani), armi chimiche e batteriologiche. Al termine del conflitto gli Stati Uniti decisero di non perseguire i membri dell’Unità, in cambio dei risultati delle ricerche da essi condotte. Analogo baratto interessò, solo per fare un esempio, Wernher Von Braun, l’inventore delle Vergeltungswaffen (le “armi della vendetta”) che terrorizzarono Londra nel corso del 1944 (il Fieseler Fi 103, meglio nota come bomba volante V1, e l’Aggregat 4, meglio noto come razzo V2): mediante l’Operazione “Paperclip”, Von Braun venne reclutato dall’Office of Strategic Services (insieme ad altri 1 600 scienziati nazisti) e trasferito negli Stati Uniti per diventare il responsabile dei progetto spaziale che, nel 1969, porterà l’uomo sulla Luna. Per completezza, va ricordato che i tedeschi sperimentarono un’altra “arma della vendetta”, la V3, e cioè il super–cannone “Hochdruckpumpe” (letteralmente: pompa ad alta pressione). La V3 avrebbe dovuto colpire Londra dalla fortezza di Mimoyecques, un complesso militare sotterraneo costruito dai tedeschi tra il 1943 ed il 1944 nei pressi di Calais, ma i bombardamenti alleati, prima, e lo sbarco in Normadia, dopo, causarono l’interruzione delle sperimentazioni. Una parte minima dei bombardamenti alleati diretti contro la fortezza di Mimoyecques fu condotta nell’ambito dell’operazione “Aphrodite” (parte della più ampia operazione “Crossbow”, diretta a contrastare le Vergeltungswaffen), che contemplava l’utilizzo di bombardieri portati in volo da un equipaggio ridotto di due uomini e poi radiocomandati contro l’obiettivo: in una delle due sole missioni Aphrodite contro Mimoyecques trovò la morte, ai comandi di un bombardiere esploso prematuramente, il tenente Joseph P. Kennedy Jr., fratello maggiore del futuro presidente John F. Kennedy.
  19. [19]Ma pare anche che di lui MacCarthur dicesse: «There have been three great intelligence officers in history. Mine is not one of them» (cfr. Richard B. Frank, MacCarthur, New York, 2007).
  20. [20]Cfr. D. Halberstam, The Coldest Winter: America and the Korean War, Hyperion, 2007
  21. [21]Tra il 1966 ed il 1970, 10 000 soldati filippini prestarono servizio in Vietnam.

Immagini

  1. 1941, Gino Bocassile, cartolina postale [PD] Commons
  2.  da The Battle of Hong Kong — Hong Kong under the camera of the Japanese Army, Hong Kong Museum of History, 2002 [PD] Commons 
  3. ibidem [PD] Commons 
  4. 1945, United States Air Force [PD] Commons 
  5. 12 Set. 1945, Tokyo Bay, U.S. National Archives, photo no. 80-G-332701 [PD] Commons
  6. 1940, Esercito Imperiale Giapponese (Dai–Nippon Teikoku Rikugun) [PD] Commons
  7. 4 Dic. 1940, Esercito Giapponese della Cina Meridionale [PD] Commons
  8. 1929 [PD] Commons
  9. 1971 [PD] Unsolved Misteries Wikia
  10. 1970 circa, Corbis [PD] Commons
  11. 2006, Guinsahugon (Filippine), Brian P. Biller [PD] US Navy
  12. 1945, Manila, U.S: Naval Historical Center [PD] Commons
  13. Ott. 1944, Leyte (Filippine), U.S. Army Signal Corps officer Gaetano Faillace [PD] Commons
  14. [fair use] English Wikipedia
  15. 1945 circa, Frank Gatteri/United States Army Signal Corps [PD] Commons
  16. Nov. 1965, l’elicottero UH-1 del maggiore Bruce P. Crandall sbarca truppe del 1º e 2º battaglione del 7º e 5º reggimento di cavalleria dell’esercito USA nella valle di Ia Drang durante l’omonima battaglia. Foto: US Army [PD] Commons
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Luca Marini

Professore di ruolo di diritto internazionale nell’Università di Roma “la Sapienza”, è autore di oltre 120 pubblicazioni scientifiche. La sua attività di ricerca riguarda principalmente il diritto dei conflitti armati, i diritti umani ed il biodiritto: in quest’ultimo ambito ha ricoperto numerosi incarichi, tra cui quello di Vice presidente del Comitato Nazionale per la Bioetica della Presidenza del Consiglio dei Ministri. È stato inoltre coordinatore scientifico nazionale di PRIN ed è stato insignito dalla Commissione europea di una Cattedra Jean Monnet e di due Cattedre Jean Monnet “Ad Personam”. Qualche anno fa, convintosi anche della necessità di non sottrarre braccia all’agricoltura, ha rilevato una antica “masseria di pecore” e fa il contadino nel tempo libero.