Belle Tout: l’antico faro andava salvato

In Fari di Silvio DellʼAcqua

Belle Tout (© Clickos/Depositphotos)

1 – Il faro di Belle Tout sopra la scogliera di Beachy Head.

È come una guerra tra noi e la natura,
stiamo tentando di ritirarci più rapidamente di quanto lei avanzi.[1] 

Beachy Head, o “Beechy Head”, è una corruzione del francese Beauchef (XII secolo), poi Beaucheif (XIV secolo) che significa “magnifico promontorio”, in riferimento alle maestose falesie bianche che si stagliano come una fortezza sulle acque del canale della Manica, appena ad est delle famose scogliere dette Seven Sisters.[2] In cima a questo capo che si protende dalla costa dell’East Sussex (Inghilterra) si trova il faro di Belle Tout (scritto anche “Belle Toute” o “Bell Toot”), oggi inattivo e classificato dall’English Heritage come Grade II, ovvero «costruzione di speciale architettura o di interesse storico».


Le falesie di Beachy Head sono uno spettacolo da vedere da lontano. Se di giorno sono sempre state un importante punto di riferimento per la navigazione, di notte la distesa di scogli sottostante, nota come “cimitero dei marinai”, diventava una trappola per le imbarcazioni che si avventuravano troppo vicino alla costa, spinte dal mare mosso o da errori di navigazione.

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2 – Beachy Head, in una incisione di Frederick Griggs del 1902 (da E.V. Lucas, op. cit.)

Tra il XVII secolo e il principio del XVIII di navi ne passavano già parecchie: se già il canale della Manica era un passaggio obbligato per le rotte dirette verso il Mare del Nord, il promontorio ne segna l’inizio della parte più stretta, quella che termina ad Est con lo stretto di Dover, dove si concentravano quindi gli attraversamenti da e per la Francia, contrabbandieri compresi. Più intenso è il traffico, più alto il numero di incidenti.

Il “buco” del reverendo Darby

East-Dean-1920

3 – Chiesa di East Dean (M.M. Viger, 1920 c.a)

Il primo tentativo di stabilire un segnale per rendere più sicuro il passaggio a Beachy Head risalirebbe alla fine del XVII secolo: si racconta infatti tale Jonathan Darby, parroco del vicino villaggio di East Dean, nel 1670[3] o 1680[4] ricavò un rifugio nella parete della falesia, che divenne celebre con il nome di Parson Darby’s Hole (lett. “buco del parroco Darby”). Il sacerdote anglicano, a colpi di piccone e scalpello, ampliò una grotta naturale già usata dai contrabbandieri e scavò nella roccia una scala che dalla battigia raggiungesse l’imbocco della cavità, sei metri al di sopra del livello di alta marea.[5] Qui sistemò alcune lanterne per rendere visibile la scogliera e spesso vi passava le proprie notti vegliando sul mare tempestoso, pronto a trarre in salvo eventuali naufraghi ed offrire loro un ricovero sicuro ed asciutto. I suoi parrocchiani non gradirono molto queste sue inclinazioni umanitarie perché le comunità locali, già dedite al contrabbando, come in altre zone costiere dell’Inghilterra (→Faro di Longships) traevano ingenti benefici economici dal wrecking, ovvero lo sciacallaggio dei relitti: i naufràgi, insomma, erano un businnes. I wrecker del Sussex sono citati anche nei versi della tragedia The Mourning Bride del drammaturgo inglese William Congreve (1670 – 1729), che così scrisse:[6]

Sussex men that dwell upon the shore
Look out when storms arise and billows roar;
Devoutly praying with uplifted hands
That some well-laden ship may strike the sands.
To whose rich cargo they may make pretence.
Gli uomini del Sussex che abitano sulla costa
Guardano fuori quando le tempeste nascono e flutti ruggiscono;
Devotamente pregando con le mani alzate
Che qualche nave ben carica possa colpire le sabbie.
Il cui ricco carico possano rivendicare.


Per rappresaglia contro colui che stava rovinando il “mercato” locale i paesani —come le comari di Sant’Ilario nella canzone di De André,[7] — iniziarono a diffondere malignità sul reale utilizzo del rifugio da parte del povero parroco, che con la sua iniziativa salvò invece la vita ad almeno trenta naufraghi: alla sua morte, nel 1729, fu sepolto nel cimitero di Friston con l’epitaffio «Sailors’ Friend», amico dei marinai. Il covo di Darby, una volta abbandonato, tornò ad essere utilizzato dai contrabbandieri ed oggi non esiste più, divorato dall’erosione costiera.[8] Ma alla memoria del primo “faro” di Beachy Head è intitolata una birra: una stout[9] prodotta da un birrificio della vicina Eastbourne porta infatti il nome “Parson Darby’s Hole”.[10]

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4 – Naufraghi a Beachy Head, in una stampa della fine del XVIII secolo.

Il faro di John Fuller

Dopo il rifugio di Darby, a Beachy Head tornò l’oscurità. Nel 1691 ci fu una petizione per la costruzione di un faro sul promontorio, ma fu ignorata ed il vuoto non sarebbe stato colmato per oltre un secolo. Nel febbraio 1833 fece naufragio Thames, un veliero di 1500 tonnellate di classe “East Indiaman”.[11] Un ricco filantropo di nome John ‘Mad Jack’ Fuller, ex-membro del parlamento britannico, fu talmente impressionato dal disastro che decise di interessarsi personalmente alla costruzione del faro.[12]Un edificio  provvisorio in legno fu eretto in cima alla scogliera occidentale del promontorio, detta di “Belle Toute”. Il nome, apparentemente di origine francese, è invece una corruzione del celtico “Bael Tout”, che significa “sentinella di Bael”, la dea della guerra nella tradizione pagana anglosassone. La luce entrò in funzione il 1º di ottobre e si dimostrò subito efficace, riducendo in modo drastico il numero di incidenti.

Il faro di James Walker

Di fronte al successo del faro di Fuller, nel 1831 la Corporazione di Trinity House[13] affidò il progetto di un faro permanente a due ingegneri, tale W. Hallett e lo scozzese James Walker, lo stesso che vent’anni più tardi avrebbe progettato il primo faro di Bishop Rock (1849). Nella sua lunga carriera Walker avrebbe firmato numerosi fari,[14] ponti e ferrovie, porti, opere idrauliche ed uno dei più famosi simboli di Londra: la torre in stile neogotico dell’orologio del Palazzo di Westminster, ufficialmente Elizabeth Tower ma nota con il nomignolo di “Big Ben” (1834 – 1858). I lavori iniziarono nel 1832 e nel 1834 l’edificio fu completato; era una torre tozza, costruita in granito di Aberdeen e pietra calcarea locale, sormontata da una grande lanterna metallica, la cui altezza complessiva non superava i 14 metri. Il 1º ottobre dello stesso anno fu attivata la luce, della potenza di 22 mila candela e visibile da 23 miglia di distanza; 30 lampade a petrolio erano montate su un castelletto rotante a due riflettori, che compiva una giro ogni due minuti. L’altezza e la distanza dal limite della scogliera, pari a 34 metri, era stata accuratamente calcolata affinché si creasse una “zona d’ombra” ai piedi della falesia. In questo modo le navi, vedendo scomparire la luce, avrebbero saputo di essere troppo vicine alla scogliera.
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5 – “il vecchio faro” di James Walker, in una cartolina dei primi del ‘900.


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6 – La nave verde si trova ad una distanza sicura dalla scogliera e può vedere la luce del faro. La nave rossa invece è troppo vicina e si trova nella zona d’ombra dove la luce è occultata dalla scogliera: ciò allertava i marinai del pericolo.

Ben presto però si manifestarono due problemi. Il primo era che la luce, in cima alla scogliera, era troppo in alto e le frequenti nebbie (→nebbia sul Canale) lo occultavano alla vista delle navi. Il secondo è che l’erosione costiera causava, e causa tutt’ora, il continuo arretramento del margine della falesia, riducendo via via la distanza tra questo ed il faro. Di conseguenza, la zona d’ombra ai piedi della scogliera continuava a ridursi e le navi, ritenendo di essere al sicuro, si avvicinavano sempre di più alla costa rischiando il naufragio. Nel 1900 Trinity House iniziò così la costruzione di un nuovo faro a Bechy Head, questa volta ai piedi della scogliera e circa un miglio più a est, all’altezza della punta più meridionale del promontorio. L’edificio fu ultimato nel 1902, il 2 ottobre la luce fu accesa e lo stesso giorno il faro di Belle Tout fu messo fuori servizio. Ed è ora che inizia la parte più interessante della storia.

© D. Dixon/Geograph CC-BY-SA 2.0

7 – Il nuovo faro di Beachy Head visto dalla scogliera di Belle Tout. (© D. Dixon/Geograph)

Dopo la dismissione

All’annuncio della vendita, da parte di Trinity House, di un «piccolo, significativo edificio a 3 piani» rispose un proprietario terriero locale, tale Carew Davies Gilbert che nel 1903 si aggiudicò il faro per 200 sterline. Nel 1923 fu acquistato per 1500 sterline dall’eminente neurologo Sir James Purves–Stewart di Edimburgo e dalla moglie Elizabeth Phipps che vi si stabilirono, costruirono una strada di accesso e apportarono alcuni aggiornamenti alla struttura. Il nuovo proprietario ebbe ben presto una sorpresa, come racconta  egli stesso nel suo libro Sand of Times: «poco dopo essere entrati in possesso del faro leggemmo un allarmante articolo sulla stampa locale nel quale si affermava che a causa dell’erosione costiera, si temeva gravemente per la sicurezza del faro. Decidemmo di ottenere il parere di un esperto.»[15] Le rilevazioni del 1834 e del 1895 dimostravano in effetti che la distanza dal margine della falesia si era ridotta da 34 a 30 metri in 61 anni; il professore londinese di geologia incaricato della perizia affermò che entro seicento anni il faro si sarebbe trovato sull’orlo del baratro: poco male, dovettero pensare i coniugi, c’è tempo. Ma la previsione dell’esperto si sarebbe rivelata a dir poco ottimistica.
Belle Tout Lighthouse CC-BY 2.0

8 – L’impressionante scogliera di Belle Tout, con il faro di Walker. (R. Faulkner/Flickr)



Nel 1935 i coniugi ebbero l’onore di ricevere presso la pittoresca dimora nientemeno che Sua Maestà Giorgio V (1865 — 1936) e la regina consorte Mary di Trek che si trovavano nel West Sussex  in soggiorno di convalescenza: «ospiti deliziosi e facili da intrattenere», come ricorda sir James. Il sovrano si appassionò «come un vecchio marinaio» alla collezione di oggettistica nautica che decorava l’abitazione e le raccomandazioni della regina consorte, preoccupata per le sue condizioni di salute,[16] non lo fecero desistere dal salire le ripide scale che portavano alla sala della lanterna.[17]
George V and Mary Von Teck

9 – Giorgio V del Regno Unito e la regina consorte Mary di Tek.


La guerra

Nel 1939 gli eventi europei portano il Regno Unito nella seconda guerra mondiale. Non riuscendo a trovare un accordo con la Gran Bretagna, Hitler pensava di invaderla: la Luftwaffe iniziò una campagna di incursioni contro le difese costiere per preparare il terreno ad una gigantesca operazione di sbarco navale denominata Seelöwe, leone marino, che non ebbero mai modo di realizzare. Le coste furono evacuate dai civili, compresi i proprietari del faro che rimase vuoto. Nel 1942 fu installata una batteria contraerea circa 180 metri ad est dell’edificio. Il promontorio divenne teatro delle esercitazioni dell’artiglieria canadese, che utilizzava vecchie auto o sagome come bersagli per obici e cannoni leggeri, ma che non disdegnò di tirare pure verso il faro causando gravi danni alla struttura. Nel 1943 le pareti di granito erano tanto danneggiate che, nonostante lo spessore di due metri, la luce del sole poteva passare attraverso le crepe. Dopo la fine del conflitto la coppia ottenne 5 mila sterline di rimborso per i danni di guerra. L’edificio storico fu acquistato dal Municipio di Eastbourne, il quale però non aveva i fondi per restaurarlo e lo concesse in locazione con la formula anglosassone del leasehold, un “affitto con diritto di proprietà”,[18] a tale Edward Revill Cullinan, che inizò la ricostruzione della parte abitativa. Nel 1962 Cullinan rivendette[19] per 15 mila sterline la concessione, che da allora passò in diverse mani fino a che nel 1986 fu acquistata per 250 mila sterline dalla BBC che utilizzò il faro come set per la miniserie The Life and Loves of a She-Devil, trasposizione sul piccolo schermo dell’omonimo romanzo di Fay Weldon del 1983. La produzione fece costruire un patio e, al termine delle riprese, vendette la concessione a Paul Foulkes e sua moglie Shirley che proseguirono il restauro nel rispetto delle caratteristiche “marittime” dell’edificio. Ma il faro era troppo lontano per andarci tutti i weekend e così nel 1995 si trovava di nuovo in vendita. Furono l’imprenditore australiano Mark Roberts e sua moglie Louise a rilevare la concessione per 200 mila sterline, finendo così per ritrovarsi in mano la pagliuzza corta.

Una corsa contro il tempo

Già, perché in tutti questi passaggi l’erosione costiera non si era certo arrestata ed anzi, smentendo gli ottimistici pronostici del geologo londinese, nel 1997 ormai restavano solo circa 10 metri a separare il piccolo faro dal precipizio, margine che continuava ad assottigliarsi. Che fare? I Roberts incaricarono la società di ingegneria Abbey Pynford Company di trovare una soluzione: non potendo arrestare il processo di erosione della scogliera, gli specialisti conclusero che era necessario spostare il faro. Ma servivano 250 mila sterline.

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10 – Erosione costiera a Belle Tout.

Fu lanciata una campagna di crowdfunding i cui proventi erano destinati ad un apposito ente fiduciario, il “South Downs Lighthouse Trust”, con il compito di finanziare l’ardita operazione.[20] Era una corsa contro il tempo: una notte di novembre del 1998 si verificò un massiccio crollo della scogliera. Roberts, che quella notte dormiva nel faro, ricorda: «Io e mia moglie Louise siamo stati svegliati da un tremendo boato, molto simile ad un tuono, ma che durò per circa un minuto e capimmo che la tanto temuta frana era avvenuta». All’alba, solo 4 metri[21][5] di roccia separavano la torre dal suo destino, rovinare sulla spiaggia 85 metri più sotto. Dal punto di vista ingegneristico muovere un edificio storico tutto d’un pezzo non era cosa di tutti i giorni, ma salvarlo dalla terra che si sgretola, inghiottita dal “nulla” come il mondo di Fantàsia ne La storia infinita di Michael Ende, rendeva il tutto vagamente epico.

Per cinque lunghi mesi gli operai lavorarono per rinforzare la struttura, scavare fin sotto l’edificio e realizzare le travi in calcestruzzo sulle quali, spinte da potenti martinetti idraulici e lubrificate con il grasso, sarebbero scivolate lentamente le 850 tonnellate di pietra. Il tutto a badile e carriole, i mezzi meccanici furono banditi perché le vibrazioni avrebbero potuto mettere a rischio la scogliera. L’annuncio che la guardia costiera avrebbe fatto brillare due bombe inesplose della seconda guerra mondiale ritrovate ai piedi del promontorio fece temere il disastro. Invece, il 17 marzo del 1999 tutto era finalmente pronto e — sotto gli occhi di stampa e televisione — furono accese le pompe idrauliche.

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12 – I lavori di spostamento del faro, il 17 marzo del 1999 (da un servizio della BBC).

I martinetti, controllati con precisione millimetrica da un computer, spostavano la struttura con una lentezza estenuante: ci vollero tre ore per i primi due piedi (66 cm) ed un intero giorno per percorrere 28 piedi (8,5 m). Entro la serata del giorno successivo l’operazione era terminata con successo, il faro era stato spostato all’interno di 50 piedi,[21] poco più di 15 metri. Può sembrare poco, ma secondo le stime era sufficiente a metterlo al sicuro per almeno altri 60 anni.[22] Mark Roberts, felice, così commentò il successo dell’operazione: «Tutte le nostre bottiglie di vetro erano rimaste perfettamente al loro posto!».[23] Chissà se tra quelle bottiglie ce n’era anche una di amaro, quello che si beve dopo ogni improbabile missione avventurosa che si concluda con la frase: sembrava impossibile, ma ce l’avevamo fatta![24]

 Belle Tout © Simon Carey/Geograph CC-BY 2.0

13 – «Sembrava impossibile, ma ce l’avevamo fatta!»
Il faro Belle Tout al tramonto visto da Baily’s Hill (© Simon Carey/Geograph)

Epilogo

I Roberts, già titolari della concessione (leasehold), nel 2002 poterono acquistare dalla municipalità di Eastbourne anche la freehold, la nuda proprietà, diventando così pieni possessori dell’edificio, ma nel 2007 lo rimisero in vendita. Fu fondata un altra charity, la “Belle Toute Lighthouse Preservation Trust”, che promosse una nuova raccolta fondi per acquistare il faro e trasformarlo in una struttura ricettiva, ma nel 2008 fu battuta sul tempo[25] da David e Barbara Shaw che, dopo una accurata ristrutturazione, vi aprirono nel 2010 un rinomato e suggestivo bed & breakfast. Come da tradizione britannica, nell’edificio si aggirerebbero anche uno o due fantasmi.

Note

  1. [1]Watts, Alex. “Crucial Days On The Cliff” The Argus 16 Lug. 1998 (in Department of Geography, op. cit.)
  2. [2]Seven Sisters: il nome, che significa “sette sorelle”, è riconducibile al numero di colli che si possono contare nella scogliera.
  3. [3]Trinity House (op. cit.)
  4. [4]Holmes (op. cit.)
  5. [5]“On the Edge.” The Guardian 26 Gen. 1999 (in Department of Geography, op. cit.)
  6. [6]da Congreve, William: The Works of Mr. William Congreve In Three Volumes. Consisting of His Plays and Poems. Vol. 1. Birmingham: Printed by John Baskerville; 1761.
  7. [7]Bocca di Rosa (1967): «Ma le comari di un paesino/non brillano certo in iniziativa/le contromisure fino a quel punto/si limitavano all’invettiva.»
  8. [8]Scomparve completamente tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX: cfr. The Guardian, (op. cit.)
  9. [9]Stout: birre scure ad alta fermentazione prodotte da malto d’orzo tostato, tipicamente inglesi e irlandesi.
  10. [10]Beer Searcher. Web. 18-1-2015.
  11. [11]L’East Indiaman (plurale East Indiamen) erano una classe di velieri, divisa in sottoclassi di diverso tonnellaggio, costruite in diversi cantieri inglesi tra il Settecento e l’Ottocento.
  12. [12]Artists of the South East.” Inside Out. BBC, 30 Gen. 2006. Web. 18-1-2015.
  13. [13]Autorità Generale per i Fari d’Inghilterra ed isole del Canale.
  14. [14]Tra cui: West Usk (1921), Belle Tout (1831), Start Point (1836), Wolf Rock I (1840) e II (1862), Trevose Head (1844–1847), Whitby North e Whitby South (1857–58), Bishop Rock (1849), Needles (1859).
  15. [15]Wright (op. cit.)
  16. [16]Il sovrano soffriva di enfisema polmonare.
  17. [17]Dalla sala della lanterna, la regina gli urlò «George, non salire qui è troppo ripido per te!» La sua risposta fu: «Dannazione! Sto arrivando!». Cfr. Wright (op. cit.)
  18. [18]LeaseholdIl Sansoni Inglese. Corriere della Sera.
  19. [19]Nel diritto britannico i contratti di leasehold possono essere venduti, come le proprietà.
  20. [20]Nel 1993 negli USA era già stato spostato un altro faro, quello di Block Island nel Rhode Island. Nel settembre del ’99, qualche mese dopo di quello di Belle Tout, nel North Carolina (USA) fu conclusa una analoga impresa: lo spostamento del famoso faro di Cape Hatteras, nell’arcipelago delle Outer Banks.
  21. [21]“Race to save family’s teetering lighthouse” The Argus 16 Nov. 1998 (in Department of Geography, op. cit.)
  22. [22]In realtà anche questa volta le previsioni potrebbero essere state ottimistiche: secondo la Applied Geology Research Unit (AGRU) della Brighton University (cfr. Rob Wassel, op. cit.), al tasso di erosione attuale potrebbe essere necessario spostarlo di nuovo entro 34 anni. Le opere eseguite nel 1999 faciliteranno ulteriori spostamenti.
  23. [23]Bell Toot Lighthouse, Eastbourne.” Solar Navigator. Max Energy Limited Educational Charity., 2006. Web. 20-1-2015.
  24. [24]Un classico spot televisivo italiano degli anni ’80: cfr. Zacchigna, M. “Amore Montenegro“. Microclismi, 27 Nov. 2011. Web. 21-1-2015.
  25. [25]Mancato lo scopo iniziale, il trust diventò “Belle Toute Lighthouse Information Resource” (op. cit.), un sito web finalizzato alla valorizzazione culturale del faro.

Bibliografia e fonti

Immagini

  1. © Clickos, 14-10-2014 (Depositphotos);
  2. Frederick Griggs, 1902 [PD] da da E.V. Lucas (op. cit.);
  3. incisione di Mary M. Viger, 1920 c.a [PD] da Holmes, Edric. Seaward Sussex… (op. cit.);
  4. Autore sconosciuto, tra 1790-1900 c.a (cfr.)
  5. 1902 c.a [PD] da Wandering Genealogist;
  6. © S. Dell’Acqua/Laputa 18-1-2015;
  7. © David Dixon [CC-BY-SA 2.0] Geograph;
  8. © Rob Faulkner [CC-BY 2.0] Flickr;
  9. [PD] da Beach, Chandler Belden, and Frank M. McMurry. The New Student’s Reference Work for Teachers, Students and Families. Chicago: F.E. Compton, 1915.
  10. © S. Dell’Acqua/Laputa 21-1-2015;
  11. © Phil Bird 25-7-2014 (Depositphotos);
  12. © BBC 17-3-1999 (Fair Use) via Youtube.
  13. © Simon Carey, 20-12-2013 [CC-BY 2.0] Geograph.
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Silvio DellʼAcqua

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Fondatore, editore e webmaster di Lapůta. Cultore di storia della Croce Rossa Internazionale. Appassionato di ricci.