Prolegomeni a una critica della ragion alcolica

In Filosofia di Martino Sacchi

 

Prolegomeni a una critica della ragion alcolica

 Le storie sono asce di guerra da disseppelire. Wu–Ming

Questo è uno scritto ironico. Eirôn, da cui viene ironia, era uno dei tre personaggi principali della commedia greca. Stupido, apparentemente incapace e sottomesso, mediante un meccanismo dialettico di inversione, si rivelava l’intelligente e il capace. Eirôn veniva sempre affiancato da Alazṓn, personaggio che inganna presentando un’immagine ingigantita delle proprie doti e capacità, ritrovandosi regolarmente a fare la parte del tonto imbrogliato. Ripensandoci, forse, questo è uno scritto alazonico. Ci occuperemo di alcol, per tanti motivi. Innanzitutto perché, come recita un vignetta di Facebook, nessuna bella storia inizia con «stavo mangiando un’insalata quando…» E abbiamo il quandoIl chi, è semplice, siamo quelli che condividono l’idea che l’alcool sia un’avventura, sia un viaggio al termine della notte nel quale perdere tempo non è mai stato un problema. L’avventura è senza dubbio anche il movente. Ci mancano ancora una vittima e un colpevole. Visto che il colpevole è sempre il maggiordomo, ma di maggiordomi nei bar non ne ho visti mai, ci adegueremo col cameriere. Del resto ha senso, non fa altro che portare da bere ed è vestito di nero, il colpevole dev’essere senz’altro lui. La vittima? Piuttosto le vittime. Di quelle purtroppo ce ne sono sempre tante: madri che ci aspettano sveglie, fidanzate e fidanzati che ci chiamano nel cuore della notte, vicini del quartiere che cercano di dormire e altri ancora, un’intera galleria di personaggi che pagheranno la nostra sete. Specie se usciamo coi loro soldi. Di solito c’è anche un come. Come? Ma è ovvio, come il classico discorso da bar.

Lettere

Iniziamo dall’inizio, dal primo bicchiere. Abbiamo bisogno di uno schema generale, di un modello in cui inserire la nostra riflessione. Lo troveremo, se tutto va come deve andare, in un pensatore tedesco della prima metà del ‘900, Walter Benjamin. Questi scrive un saggio intitolato L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, uno scritto di estetica che verrà saccheggiato da tutta la filosofia contemporanea. La tesi di fondo è la seguente: la riproducibilità tecnica delle opere d’arte genera una serie infinita di copie che con la loro stessa esistenza distruggono la possibilità di un originale. I simulacri, assomigliandosi tra loro e al primo esemplare, uccidono ciò che di metafisico si presentiva nell’originale, la cosiddetta “aura”. Questa struttura estetica ricalca l’alfabetica. Le lettere sono l’eternamente ripetibile, è impossibile ricondursi a qualcosa come una “A” originale, il primo esemplare. I caratteri mobili di Gutenberg esemplificano ulteriormente questa tesi. Il carattere che corrisponde alla “A” è una semplice astrazione di un’originale, a sua volta una copia, capace però, proprio grazie alla sua natura di simulacro, di riprodurre tecnicamente ulteriori esemplari. Ritroviamo nel bicchiere di rum la stessa struttura alfabetica. Chi, infatti, è in grado di ricordare il primo bicchiere di rum? E poi che primo? Della serata, della settimana, della vita, del mondo? Essi si assomigliano tutti, uno rimanda all’altro, il primo, parlando da una dimensione a cavallo tra l’esistenza e la non esistenza, si rifà alla serie.

Ogni bicchiere di rum è oggetto del desiderio, ma esso assume il proprio senso e il proprio valore solo all’interno di una serie di bicchieri di rum, tutti simili e tutti diversi tra di loro…

La sua condizione peculiare è infatti quella dell’esistenza non ricordata, secondo l’inflazionata formula «se non me lo ricordo non è successo», che nella storia avrà giustificato a posteriori più disgrazie che «è per un bene più grande» o «è in nome di Dio». L’originale e la serie si uniscono in un legame indissolubile: se da un lato il primo si perde nella seconda rendendola però possibile, dall’altro questa lo annichila e lo ingloba. Si instaura così un gioco complesso di significati e rimandi, sera dopo sera, di oscure corrispondenze che, come vedremo a continuazione, stimolano il desiderio nella sua dimensione più propria. Il desiderio, nella sua accezione psicoanalitica, è per definizione polimorfo e perverso. A partire da Freud, ma soprattutto con il contributo di Lacan, il desiderio si configura come una tensione inappagabile generata da una mancanza costitutiva del soggetto desiderante. Non è un mero vuoto, bensì una è forma di attività che spinge il soggetto a uscire da sé stesso, in una ricerca eternamente insoddisfabile. Il senso del desiderio è quindi quello di un’apertura primordiale. Vediamo che accade se mettiamo insieme questa struttura desiderante con la concezione dell’opera d’arte benjaminiana. Il carattere del desiderato non si definisce per sé stesso, bensì per il fatto di essere desiderato. In questo senso l’oggetto assume valore solo in tanto che simulacro di un altro oggetto desiderato, ne è copia all’interno di una serie, e solo a partire da essa assume il proprio significato. Ciò che accomuna i singoli esemplari è da un lato la sottile differenza intrinseca, che li rende simili ma distinti tra di loro, dall’altro è il fatto che su di essi versi la tensione attiva che abita la mancanza costitutiva del desiderante. Ogni bicchiere di rum è oggetto del desiderio, ma esso assume il proprio senso e il proprio valore solo all’interno di una serie di bicchieri di rum, tutti simili e tutti diversi tra di loro, simulacri di una struttura nella quale ognuno rimanda al precedente ma soprattutto al successivo.

PixabayLa corrispondenza nelle due direzioni è generalmente indicata dall’espressione «ma quanti ne abbiamo bevuti?», se rivolta al passato, e «va beh ma adesso cosa beviamo?» quando si dirige al futuro. Si noti che entrambe le formule assumono l’aspetto di domande, che partecipano del carattere aperto e pertanto incompleto del domandare. Il desiderio, incapace di saziarsi, pospone la propria soddisfazione al seguente bicchiere, che a sua volta non riempirà il vuoto abissale che caratterizza il bere del bevitore, che in ogni rum vedrà la proiezione del successivo. Al posarsi di una mano sul bicchiere, l’altra, desiderante e inappagata, già si alza per attirare l’attenzione del barista con un gesto, una rotazione del dito indice tenuto in posizione orizzontale, il cui significato è universalmente noto. Il bevitore vede e desidera il bicchiere, vive nell’illusione che sarà proprio il seguente a saziargli la sete, in un meccanismo che assomiglia al famoso «la rivoluzione oggi no, domani forse, dopodomani sicuramente» di Giorgio Gaber. L’attuale no, il prossimo è possibile che sazi (anche se inverosimile), ma quello dopo ancora sarà sicuramente l’ultimo. Deleuze, nella sua intervista Abecedario, alla lettera “B” si occupa giustamente di boisson, in onore al suo passato di illustre bevitore, sostenendo la seguente tesi: chi si alcolizza non è alla ricerca dell’ultimo, bensì del penultimo, e con questo integra il discorso alcolico nel pensiero del limite, del margine, del crinale.

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Questo spiegherebbe l’usanza, comune in Brasile, di chiamare la saidera; parola intraducibile che verrebbe a significare più o meno “ciò con cui si esce” per indicare l’ultimo giro di bicchieri, a seguito del quale il cameriere è automaticamente incaricato di portare il conto. Risulta che, tuttavia, a partire dal primo giro, ogni ordine venga presentato al cameriere come saidera, in un meccanismo curioso di rimando della conclusione che, in termini psicoanalitici, verrebbe a rappresentare la compiuta soddisfazione del desiderio, derivata dal riempimento della mancanza. Ogni saidera è quindi, direbbe Deleuze, la penultima, proprio ciò che chi beve cerca dal principio dell’epopea alcolica (della serata? della vita? dell’universo?). La natura intrinseca del bicchiere, ossia la sua infinita riproducibilità che si presenta sotto la forma di una serie infinita, si incontra con l’essenza insoddisfabile del desiderio, spingendo chi beve alla ricerca di un penultimo che a sua volta sia saidera. Tale ricerca, se viene interrotta una sera, è instancabilmente ripresa la sera successiva, generando così una serie altrettanto infinita di sere, di ognuna della quali il bevitore, in buona tradizione benjaminiana, non ricorda l’inizio. Questo oscuro scrutare il seguente rum fa del bevitore un teorico. Intendiamo teorico nell’accezione più forte, l’etimologica, del termine. È ora di chiedersi come e da che punto chi beve scorge la serie che gli si prospetta davanti. La risposta si trova evidentemente in fondo al bicchiere. L’alcolista deve finire il proprio rum per intravedere il seguente, proprio qui risiede il senso della teoria. La teoria, lo sguardo contemplativo, scorge l’incompletezza della serie attraverso la visione distorta del e dal fondo del bicchiere stesso. Lo spazio che si schiude alla base di ognuno di questi è ciò che viene scorto dall’azione teoretica del bevitore quando alza il gomito: un topos, un luogo e allo stesso tempo un progetto, dove ciò che si progetta è la (im)possibilità del compimento della sequenza. Ci si avvede di un barlume lontano, la saidera. Si riduce il rum a un mero agire contemplativo, a una mera speculazione su quel meccanismo che gioca insolubilmente col rapporto ormai esploso tra identità e differenza?

L’alcolista deve finire il proprio rum per intravedere il seguente, proprio qui risiede il senso della teoria.

No, il rum è praxis. Aristotele distingue due tipi di azione, poiesis e praxis. La prima è produzione, azione produttiva che trova il proprio fine fuori di sé, ossia nell’oggetto prodotto, mentre la seconda possiede un fine che le è inerente. La praxis è completa, racchiude il proprio fine in sé stessa e nel suo stesso compimento e svolgimento incontra la propria ragion d’essere. Il rum, nella sua accezione più forte, è quindi una praxis. La ragione che abita l’alcolista non è la strumentale, capace solo di adeguare mezzi a fini, ma di un altro tipo. Distinguiamo così due tipi di bevitori. I primi bevono per compiere un’obbiettivo, per raggiungere uno scopo che va al di là del rum in sé stesso, il cui esempio più comune è portarsi a casa del sesso ebbro, mentre i secondi bevono per bere, si incontrano per bere, definendo e fondando un momento, frutto della praxis alcolica, sul quale torneremo. Se poniamo come fine il portarsi qualcuno a letto (o in bagno, nella sua versione più love me tender), la ragione strumentale determinerà con precisione la quantità di alcol che sarà necessario assumere, nel caso il partner sia più brutto di noi, o far assumere, nel caso sia più bello, per compiere il proprio obbiettivo. Ecco come si denigra il rum a mero mezzo. Nel bevitore degno di questo nome abita invece una ragion alcolica, che vede nei bicchieri l’inizio, la fine e il fine di ogni epica notturna. Il vero bevitore si incarica quindi di portare avanti regolarmente un triplice discorso: un’archeologia, un’escatologia e una teleologia dell’ebbrezza. Tale azione fine a sé stessa è dunque praxis nel senso stretto del termine, con determinate caratteristiche. Come ogni azione essa si compie in uno spazio e un tempo. Ci si impone pensare lo spazio e il tempo del rum. Esistono dei canoni senza dubbio, a prima vista indicheremmo il bar e la sera come elementi per eccellenza delle suddette categorie. Canoni che, in tanto che tali, possono e devono essere infranti, pensiamo per esempio al bere di mattina o nel primo pomeriggio, o bere tanto al parco come in spiaggia. L’analisi di canoni e controcanoni ci può portare lontano, ma non è la direzione che ci interessa, non solo perché estremamente variabili, ma soprattutto perché pensiamo sia più importante un’analisi marginale, liminale rispetto all’ortodossia alcolica.

Rum in cambio di sesso

Proviamo a pensare invece il bere come una praxis della prossimità, le cui coordinate spaziotemporali non siano un posto o un’ora, bensì si presentino come lo spazio e il tempo di una certa intimità. Ci troviamo di fronte a un’erotica alcolica. Bere è un’affare intimo: non si può bere con chiunque. Bere con estranei assomiglia di più a una pornografia alcolica, un momento volgare nel cui totale disvelamento non si palesa tuttavia nessuna verità. Come pornografico è quel bevitore che usa il rum per portarsi a letto qualcuno, come se oggigiorno ci fosse bisogno di bere per fare sesso: siamo ancora costretti ad assistere quotidianamente allo scempio alcolico di chi paga da bere a sconosciuti e sconosciute nei bar col solo scopo di vederli nudi. Tanto lo spazio come il tempo alcolico sono qualcosa di privato, la cui condivisione va scelta con cura e attenzione. Emerge qui il tema della cura. Bere insieme è una cura dell’anima. Anzi, è una cura delle anime. Foucault nelle sue ultime ricerche si occupa proprio del tema dell’epimeleia heautou, la cura di sé, una praxis vitale che si snoda attraverso le tecniche del sé, che, nel suo successore intellettuale P. Hadot, prenderanno il nome di esercizi spirituali. Per Foucault una delle tecniche necessarie e fondanti della cura di sé è la parresìa, il parlar franco, il dire la verità, che costituisce «la maniera in cui quest’anima verrà formata». La parresìa ha quindi a che vedere con la formazione del sé, la propria definizione, la Bildung personale di ognuno. Il bevitore è un parresiasta, è qualcuno che dice la verità a chi ha di fronte, a chi condivide con lui quello spazio e quel tempo di verità e, per questo, di intimità. La prossimità alcolica è quindi una vera e propria erotica: in essa emerge, allo stesso tempo che si tende a essa, una verità, in puro stile platonico, una verità condivisa, comune anche se non collettiva né tantomeno pubblica. L’intimità che abita il continuum alcolico è uno spazio al riparo dalle intemperie, nel quale il senso della frase di Erri de Luca può tranquillamente dispiegarsi: «Due non è il doppio ma il contrario di uno, della sua solitudine. Due è alleanza, filo doppio che non è spezzato». Se bere insieme è prendersi cura della propria anima, è allo stesso tempo un’apertura e un’attenzione all’altro. Raccogliere la verità dell’altro, custodirla, anche a costo di averla dimenticata il mattino dopo, persa in un certo mal di testa, prendersi insomma cura del discorso sincero dell’altro, rappresentano forme di resistenza alcolica alla naturale degenerazione e indecenza a cui sono sottoposte le cose e le relazioni umane.

brindisi

"drunk crossing" (Pixabay)L’afferrarsi ai bicchieri insieme, il brindisi, è un disperato tentativo di non sparire, di resistere ancora un po’, di fare il possibile con ciò che si ha e per chi si ha accanto. Torna qui con forza il tema dell’escatologia. Un teologo tedesco scrisse che la domanda escatologica del tempo per eccellenza è «quanto tempo abbiamo in generale (ancora)?» Eccolo, il resistere ancora un po’, il bere ancora un po’ insieme, lo stare insieme con l’alcool. Quanto tempo abbiamo ancora per bere prima che ci caccino dal bar? Quanto tempo ancora abbiamo per bere, in generale? Questa serie di domande ci conduce inevitabilmente a una ultima, l’escatologica appunto, che ci sorge immediatamente al pensare la fragilità: quanto tempo abbiamo ancora insieme? Lo spazio e il tempo del rum sono così le forme di una resistenza intima, una pratica e un’educazione dello sguardo e del tocco. Ma cosa vuol dire educare lo sguardo e il tocco? Dobbiamo imparare a leggere i segnali rivelatori che ci dicono se chi ci affianca ha bevuto troppo o troppo poco, è necessaria un’educazione da cui possono dipendere tante cose, dallo stato di salute allo stato civile. E senza dubbio l’educazione del tocco è ciò che ci consente di portare a casa l’altro, di guidarlo incolume fuori da un bar tenendolo sotto braccio, piuttosto che stringerlo forte se non è la serata giusta. Bisogna, in definitiva, saper toccare. Attraverso l’alcol passa quindi la Bildung del bevitore. In tedesco Bildung significa “costruzione” allo stesso tempo che “educazione”, “formazione” e “immaginazione”. Ogni bevitore, anzi possiamo dire ora ogni coppia di bevitori, ha vissuto e porta con sé dei luoghi e dei momenti attraverso i quali è passata la propria Bildung alcolica. Particolari tavoli di determinati bar, orari più o meno ritualizzati nei quali, come in un atto sacrificale, si ripercorre una volta dopo l’altra la serie infinita di bicchieri. In angoli e momenti specifici si materializza l’intimità di cui abbiamo parlato, sono luoghi abitati dalla verità, che ne portano il sigillo, il timbro inconfondibile e indelebile che appare al bevitore sotto la forma di ricordo. Per questo le storie vissute da chi beve non iniziano con tè e biscotti, né quelle ascoltate sono state sentite passeggiando sul lungomare. I luoghi dell’alcol sono parte integrante della propria cultura, della propria formazione, parlano al bevitore allo stesso tempo che parlano di e per lui. Sono posti magici, abitati dal ricordo e dall’immaginazione, per questo sono specchio della sua anima, della sua storia, sono carne viva. Portare un estraneo nei propri bar è lasciarlo penetrare nella propria intimità, è lasciargli spiare un passato che non gli appartiene, come se passeggiasse impunito per un’immaginaria biblioteca colma di tutti i libri letti e di tutti i film visti. Ordinare il proprio liquore insieme a un estraneo è come fargli baciare tutte le compagne e i compagni che abbiamo mai baciato, sono cose che non lo riguardano, non potrebbe capire, e, quando beve dai nostri bicchieri, abbiamo la sensazione che stia mettendo la bocca dove non dovrebbe. Lo straniero è destinato a non capire, e se capisce si può smettere di considerarlo uno straniero. La normalità trascorre in una genuina indifferenza, non solo non si capisce ma non si vuole essere capiti, perché se a una persona è necessario spiegarsi, vuol dire che non ne vale la pena. Resta un mistero come a volte si possa generare un’intimità alcolica, come due persone si trovino accomunate da una rete di cure e attenzioni per le sporche verità dell’altro, e, allo stesso tempo, abiti in loro un affetto che li porti a sostenersi poco a poco negli infiniti ritorni a casa. Come disse Simone de Beauvoir alla morte del suo eterno compagno: «È già tanto che le nostre vite abbiano potuto essere in sintonia così a lungo». Se andare a bere con una persona vicina è a sua volta un parlarsi da vicino e un condividere la prossimità, come dimostrano i piccoli tavolini o le barre dei bar, fare lo stesso con chiunque altro è parlare al vento, tutti gridano da una lontananza insanabile e da una distanza irrecuperabile. Esempio evidente ne sono le grandi tavolate alcoliche, tipiche dell’erasmus–way–of–life. Parliamo così di una prossimità che diviene aspazialità, mancanza di spazio e di distanza tra i bevitori alla barra, a sua volta sensazione di vivere un (non) spazio fuori dal mondo, di non appartenere al continuum.


I luoghi dell’alcol sono parte integrante della propria cultura, della propria formazione, parlano al bevitore allo stesso tempo che parlano di e per lui. Sono posti magici, abitati dal ricordo e dall’immaginazione, per questo sono specchio della sua anima, della sua storia, sono carne viva.

È abbastanza sullo spazio del rum. È ora di passare oltre, di iniziare a pensare la peculiarità del tempo ebbro. Nel tempo alcolico viviamo un ritardarsi, un attardarsi, e questo in più sensi. L’attardarsi, il fare o tirare tardi, sono tipici del bevitore. La ricerca del penultimo bicchiere, cioè in definitiva la continua posposizione della soddisfazione libidinosa, è essa stessa un fare tardi, esemplificata dalle varie espressioni «ancora una e poi vado», «l’ultima e andiamo» «dai ancora una», è un ritardare il ritorno a casa. Così chi beve fa tardi. In un altro senso, il bere è un attardarsi dello sguardo, nell’accezione questa volta di soffermarsi. Lo sguardo dell’alcolista è doppiamente soffermato. Da un lato si attarda per prendersi cura dell’altro, del proprio compagno di bevute, perché se è chiaro che la verità che da esso emerge necessita calma e attenzione, è altrettanto chiaro che se il nostro compagno ha bevuto troppo bisogna attardarsi per portarlo a casa, mettergli il pigiama e magari farlo pure vomitare. Lo sguardo si sofferma quindi per verificare che chi sta con noi stia bene, si senta bene, potrebbe aver bevuto troppo o troppo poco: «L’uomo più lento della guerriglia era quello che stabiliva la velocità. Dovevamo marciare tutti al passo del più lento, perché certamente non potevamo abbandonarlo», diceva Che Guevara. Bisogna assicurarsi di essere davvero accompagnati e a sua volta di accompagnare, come in ogni relazione erotica il ritmo e la consonanza sono fondamentali. Ma la sincronia che abita la prossimità alcolica è allo stesso tempo acronica. Questo vuol dire che nella non–spazialità si gioca a sua volta una atemporalità sincronica, nel non–luogo (utopia?) il tempo è contesto lontano che non appartiene ai bevitori. Quando i tempi convergono, si sincronizzano nella cura reciproca e nell’ascolto, si dissolvono, lasciando i bevitori a vivere una immediatezza assoluta. Tutto ciò dovrebbe fornire una struttura teorica per spiegare come sia possibile che, appena sembra di entrare in un bar, esso immediatamente chiuda (di già? Ma siamo appena entrati…) Ma questa comune esperienza di perdita del tempo non va confusa con una perdita di tempo, che come abbiamo detto in apertura non è mai stata un problema, bensì all’aver vissuto insieme un istante assoluto, sincronia acronica. D’altro canto lo sguardo di chi beve è uno sguardo da ritardato. Lento, vuoto e perso, esso indugia inutilmente sulle cose e sulle operazioni più semplici (la chiave nella toppa della porta di casa o le maniche nel cappotto), facendo apparire tutto come una difficile impresa. Mettere la chiave nella serratura finisce così per assomigliare sempre più a un’operazione di microchirurgia, e il cappotto di tutti i giorni sembra in quel momento essere stato pensato per un qualche ragno o polipo ancestrale.

 L’uomo più lento della guerriglia era quello che stabiliva la velocità. Dovevamo marciare tutti al passo del più lento, perché certamente non potevamo abbandonarlo.Che Guevara

Abbiamo così vagamente delineato, dispiegandoli sotto la forma del tempo, i tratti dello sguardo di chi ha bevuto. Ma manca ancora qualcosa. Bisogna ancora integrare il concetto di estraniamento nella nostra metaottica alcolica. Categoria letteraria che fu cavallo di battaglia del formalismo russo dei primi del ‘900, l’estraniamento consiste in rivolgersi alle cose quotidiane con occhi nuovi, riscossi dall’atrofia causata da un lato dallo scorrere monotono dei giorni, e dall’altro dalla meccanizzazione della vita lavorativa. Le cose più semplici non vengono tanto ripensate né reinterpretate, semplicemente esse vengono viste invece che guardate, forse per la prima volta. Lo sguardo e l’occhio del bevitore vivono una condizione di estraniamento, le cose non si caricano di nuovi significati (come vorrebbe chi sostiene che alcol e droghe in generale ampliano le vedute e ribaltano punti di vista), bensì al contrario si svuotano di quelli che già possiedono. Le cose appaiono intanto che tali come sempre nuove, come inaudite e mai viste, ogni significato che gli si attribuiva da sobri giace schiacciato sotto il bicchiere. Ecco come si produce l’estraniamento, ogni volta che una cosa si posa davanti a chi ha bevuto essa è nuova, estranea appunto, un’incognita tutta da scoprire. Il rum rende incapaci di ricondurre le cose al loro uso, esse appaiono semplicemente come oggetti nel senso etimologico del termine, ob–yectum, tirati davanti, senza scopo né utilità apparente. Ecco qui di nuovo ritroviamo un attardarsi dello sguardo alcolizzato sull’oggetto, esso viene squadrato, si cerca di individuarne lentamente i punti di accesso che permettano un qualche tipo interazione, ci si impegna in complesse forme di retroingegneria, atte a decifrare quel curioso artefatto di origine evidentemente aliena. Si potrebbe dire di più, ma si fa tardi è bisogna affrettare il passo, già che siamo arrivati a un certo crepuscolo, è ora di affrontare quella che è forse la parte più dura di tutto il discorso.

Si dice che si beve per dimenticare, ma non c’è nulla di più falso.
Si beve per ricordare.
"Il bevitore", Paul Cezanne

“Il bevitore”, Paul Cezanne

Deleuze, nella citata intervista, ci dice che beviamo perché nella vita c’è qualcosa che crediamo non poter sopportare senza alcol. Potremmo aggiungere qui che il peggio è che non sappiamo cosa sia. Si dice che si beve per dimenticare, ma non c’è nulla di più falso. Si beve per ricordare. Cos’è che stiamo cercando di ricordare? C’è qualcosa che avevamo e abbiamo perduto e quella che sentiamo è nostalgia? Sembra di no. Freud nel suo articolo sul lutto e la malinconia ci dice che il malinconico avverte che qualcosa è andato perduto, ma non è in grado di dire cosa. Mentre nel lutto è il mondo a essersi fatto povero e vuoto a causa della perdita di un oggetto determinato, nella malinconia l’impoverimento sembra darsi nell’Io, quando tuttavia lo stesso soggetto non è in grado di indicare cosa manchi. Forse siamo sulla buona strada. Lacan fa un passo in avanti al cercare di definire l’oggetto “a”. Esso è un oggetto perduto che non si costituisce se non a partire dalla perdita stessa. Questo significa che la mancanza e l’assenza ne sono parti costitutive: esso è già, da sempre e per sempre, assente. Tale oggetto non è mai esistito, non è mai stato presente, non si è mai palesato, mai stato posseduto, stato conosciuto o immaginato. Pertanto esso non solo è irrappresentabile, bensì si incarica di (non) presentificare l’irrappresentabilità. Quando chiediamo al bevitore triste «che c’è?», la risposta «niente!» è l’unica possibile. Perché è letteralmente vera, non c’è niente, non c’è mai stato e non può esserci. Tuttavia se ne sente la mancanza. Questo oggetto a appartiene a quello che Derrida chiama, nella sua Grammatologia, il “passato assoluto”: «[…] un lì–da–sempre al quale nessuna riattivazione dell’origine potrebbe dominare pienamente e svegliare alla presenza. Questa impossibilità di rianimare assolutamente l’evidenza di una presenza originaria ci rimanda quindi a un passato assoluto. Questo è ciò che ci autorizza a chiamare orma [trace] a ciò che non si lascia riassumere nella semplicità del presente.»

"Sisifo", Antonio Zanchi, c.a 1660-1665.

“Sisifo”, Antonio Zanchi, c.a 1660-1665.

Chi beve scorge dentro di sé tale traccia, ne scorge l’irriducibilità a qualsiasi forma di presenza. Cerca di ricordare qualcosa la cui perdita ne è momento fondativo e costitutivo, e il cui accesso è sempre metaforico e indiretto. Può darsi che lo scrutare meticolosamente il fondo di ogni bicchiere sia una forma di ricerca, il che dipingerebbe il bevitore come un novello Sisifo, la cui pena consisterebbe in dover svuotare ogni singolo calice di una serie infinita, per vederlo immediatamente riempito di nuovo, con l’irraggiungibile fine di vedere appagato tanto il proprio desiderio come la propria ricerca. Forse è quello che Deleuze intendeva quando diceva che c’è nella vita qualcosa che crediamo non poter sopportare senza alcool. Il problema non è dimenticare la nostra natura finita, come sicuramente vorrebbe qualche romantico, bensì il non poter ricordare cosa lasciò la trace, l’orma, l’oggetto di per sé perduto di un’archeologia impossibile.

Se è vero che la forma veicola un contenuto il chiudere così bruscamente questo scritto senz’altro qualcosa vorrà dire. Siamo forse a un punto morto, nel quale si mostra in tutta la sua forza la condizione di desamparado dell’alcolista. Se fosse un teorema matematico sarebbe ora di porre quod erat demonstrandum, ma non credo avessimo nulla da dimostrare. Come direbbe Tabucchi, si sta facendo sempre più tardi. Sarebbe il momento delle conclusioni, ma non credo ce ne siano nemmeno di quelle. Abbiamo aperto con una citazione di Wu-Ming e credo che, fosse solo per assonanza, chiuderemo con una strofa dei Wogiagia che recita così:

Oggi bevo,
non volevo
e mi scuso
per l’abuso
ma devo 


Autore

Martino Sacchi

Studia filosofia a Barcellona, appassionato di lotta e rum. Avrebbe voluto pubblicare, tra gli altri, “Ricky Martin, interprete critico della modernitá”, “Paperon de Paperoni e il protocapitalismo calisotese” e “l'ontologia di Alien”. Non ha mai nemmeno fondato nessuna rivista, ma quello che non ha è quel che non gli manca.

Immagini: Depositphotos/Pixabay/Commons