Francisco Franco in visita a Reus, Catalogna, nel 1940

Barcellona contro Madrid: dalla Storia al Clásico

In Sport, Storia di Alessio Lisi

El Clásico 2009, (foto: Alejandro Ramos

1 – Madrid, maggio 2009: al Santiago Bernabéu si gioca Madrid — Barça: è “El Clasico” (foto A. Ramos CC BY–SA 2.0).

Il calcio non è mai soltanto undici uomini in mutande che corrono dietro a un pallone.Luca Valdiserri (giornalista).
El Clásico, la sfida calcistica tra le squadre del Real Madrid e del Futbol Club Barcelona, è una delle partite e delle rivalità più famose al mondo. Una partita che non è mai solo una questione di calcio, una rivalità sportiva che trae origine anche dai contrasti storici tra le due città.[1]

Le prime spinte indipendentiste della Catalogna risalgono al XVII secolo. I costi derivanti dalla guerra dei trent’anni (1618 — 1648) spinsero il conte di Olivares [2] a riorganizzare lo Stato spagnolo, accentrando il potere e decidendo di far contribuire alle spese militari ogni provincia in proporzione alla propria popolazione. Nel giugno del 1640, nelle campagne della Catalogna scoppiò la protesta contro gli “alloggiamenti” delle truppe impegnate nella guerra contro la Francia. La rivolta si estese alla città di Barcellona e l’adesione della borghesia urbana fece pendere la ribellione verso la secessione: fu proclamata la Repubblica indipendente, ma, allo stesso tempo, venne chiesta la protezione francese offrendo al re Luigi XIII il titolo di “conte di Barcellona”. La Catalogna ottenne in cambio, gradite o meno, l’invio di truppe francesi. La ribellione aveva connotati diversi e conservava aspirazioni diverse tra contadini, borghesia cittadina e interessi francesi, e finì dodici anni dopo con la riconquista di Barcellona da parte dell’autorità centrale spagnola, che però dovette cedere alla Francia la provincia catalana del Rossiglione.[3]

Ritratto equestre del Conte di Olivares, Diego Velásquez circa 1636

2 – Il Conte di Olivares, in un ritratto di Diego Velásquez del 1636 (c.a).



Cinquant’anni più tardi Madrid e Barcellona si trovarono nuovamente divise dalla guerra di successione spagnola (1701 – 1714). Alla morte senza eredi di Carlo II d’Asburgo, nel 1700, i due candidati alla corona spagnola erano Filippo d’Angiò, secondogenito del Delfino di Francia,[4] e l’arciduca d’Austria Carlo d’Asburgo: scoppiò una nuova guerra europea[5] con Madrid che prese le parti dei Borbone, mentre Barcellona si schierò con gli Asburgo.[6] Secondo i termini del trattato di Utrecht del 1713 Filippo fu riconosciuto come re di Spagna e gli austriaci accettarono di ritirare le truppe dalla Catalogna, lasciando così una regione autonoma, asburgofila e decisa a resistere.

Europa dopo il trattato di Ultrecht del 1713

3 – L’Europa dopo i trattati di Ultrecht e la pace di Rastadt del 1713, che portarono alla fine della guerra di successione spagnola.

L’11 settembre 1714 le truppe borboniche guidate dal duca di Berwick[7] espugnarono Barcellona ponendo fine alla guerra; Filippo V volle punire la provincia ribelle promulgando il Decreto de Nueva Planta, con cui si obbligava all’uso del castigliano nei tribunali e nell’amministrazione pubblica in sostituzione del catalano. Ai giorni nostri l’11 settembre è la Diada Nacional de Catalunya (Giornata nazionale della Catalogna), uno dei pochi casi in cui una festa nazionale celebra una sconfitta anziché una vittoria,[8] ed è per questo motivo che in ogni partita casalinga del FC Barcelona al minuto di gioco 17 e 14 secondi si può udire l’urlo «Indipendencia» seguito, se la partita è di una competizione europea, da cartelli nella lingua dei tifosi ospiti con scritto «Benvenuti nella Repubblica Catalana».

Onze de Setembre de 1714, pera di Antoni Estruch i Bros (1909).

4 – Onze de Setembre de 1714, opera di Antoni Estruch i Bros (1909).

Nel gennaio del 1885 il neonato movimento catalanista sottopose al re Alfonso XII il Memorial de greuges (agravios), in cui sostanzialmente si chiedeva una serie di interventi in difesa della identità catalana e della sua lingua, ma la morte del sovrano due mesi dopo interruppe qualsiasi trattativa; la lingua catalana ritornò a essere legale solo con l’avvento della Repubblica nel 1931. Nel 1898 la Spagna perse ciò che restava del suo impero combattendo contro gli Stati Uniti a Cuba e nelle Filippine; crollato l’impero venne meno l’importante attività di commercio di Barcellona con le colonie, e i catalani addossarono le colpe all’inettitudine del governo centrale ovvero a Madrid. Infine il dramma della guerra civile con Barcellona e la Catalogna ultimo bastione della Repubblica a cedere alle truppe franchiste, a cui seguirono trent’anni di dittatura e la repressione di qualsiasi rivendicazione locale (compreso l’utilizzo della lingua catalana).

Francisco Franco in visita a Reus, Catalogna, nel 1940

5 – Il dittatore Francisco Franco in visita a Reus, Catalogna, nel 1940.

Tra le truppe franchiste che conquistarono Barcellona il 26 gennaio del 1939 vi era un quarantatreenne volontario di nome Santiago Bernabéu, futuro presidente del Real Madrid. Il presidente del Barcellona Josep Sunyol invece era stato ucciso tre anni prima a Madrid con un colpo di pistola alla testa. Per molti catalani tanto basta per tramandare il “peccato originale” dei legami del Real Madrid con la dittatura, e dei presunti favoritismi del regime verso la squadra della capitale. Peccato che la storia sia andata diversamente.

La squadra del Real Madrid nel 1902, anno della fondazione.

6 – La prima formazione del Real Madrid nel 1902.

Il “Madrid Club de Futbol” fu fondato il 6 Marzo del 1902 con Julian Palacios come primo presidente, ma la fondazione è dovuta principalmente all’opera di due fratelli catalani: Juan e Carlos Padros, nati a Barcellona e ufficialmente i primi due presidenti. Il nuovo club propose al sindaco di Madrid di organizzare un torneo in onore del re Alfono XIII, a cui parteciparono nel 1903 altre 4 società e che viene considerata la prima edizione dell’attuale Coppa di Spagna (o Copa del Rey). Nel 1920 il re concesse alla squadra sia l’appellativo Real sia la corona sullo stemma. Il Futbol Club Barcelona, detto anche Barça, era stato invece fondato il 29 Novembre del 1899 da uno svizzero, Hans Gamper che viveva a Barcellona per motivi di lavoro, insieme ad altri due svizzeri, due inglesi, un tedesco e sei catalani. Nessuno sa il perché furono scelti come colori sociali il blu e il rosso, anziché i colori della senyera giallo–rossa catalana, ma l’ipotesi più accreditata è che Gamper abbia scelto i colori del Basilea, squadra svizzera nel quale aveva giocato prima di trasferirsi in Spagna. Durante il regime di Franco il Barcellona si trasformò in qualcosa di più di un club: divenne l’esercito disarmato della Catalogna, il simbolo di quella identità che il caudillo voleva reprimere. Il Barça come mezzo di rivendicazione dell’identità e di rivincita dei catalani non poteva che avere come nemico il Real Madrid, vincente e potente squadra della capitale e a detta dei catalani favorito dal regime in quanto “squadra di Franco”: il dittatore però tifava sì una squadra di Madrid ma per l’Atlético, che infatti fu unito alla squadra dell’Aviazione militare e divenne per qualche anno Athletic–Aviación.[9] La fusione tra la squadra di calcio e l’identità catalana è stata tale che ancora oggi il motto del Barcelona è ”Mes que un club” (più di un club) — motto ideato dal presidente Narciso de Carreras alla fine degli anni sessanta — e probabilmente è proprio il Barça il marchio catalano più famoso al mondo.

Il motto «mes que un club" sulle tribune del Camp Nou.

7 – Il motto «mes que un club» sulle tribune dello stadio “Camp Nou” (campo nuovo) a Barcellona.

Un marchio costruito, tra le altre cose, anche sul mito del Barça fiero oppositore del regime fin dalla guerra civile e dalla figura di Sunyol contrapposta a quella di Bernabéu. Il presidente Sunyol tuttavia fu ucciso in quanto fervente repubblicano nel bel mezzo del conflitto; Bernabéu quando sfilò con le truppe franchiste per le strade di Barcellona era un giocatore del Real ma non il presidente del club. Anzi. Nel 1939 il presidente del Real Madrid era Rafael Sanchez Guerra, un moderato cattolico diventato repubblicano a seguito dei legami della monarchia con la dittatura di Primo de Rivera.[10] Politicamente centrista Guerra fu perseguitato e arrestato prima sotto il regime di De Rivera, e poi sotto quello di Francisco Franco (che lo costrinse all’esilio in Francia). Quando scoppiò la guerra civile il Real Madrid era una squadra repubblicana[11] e vincente, che lottava per il titolo sia in campionato sia in quella Coppa di Spagna che aveva contribuito a fondare; durante il conflitto il club però cessò tutte le attività per ritrovarsi poi alla fine senza nulla: né giocatori, né stadio né soldi. Il Barcellona invece durante la guerra riuscì a giocare un centinaio di partite anche con tournée in Messico e negli Stati Uniti. Le prime frizioni tra i due club si ebbero quando il Madrid chiese di giocare nel campionato catalano e le quattro squadre di Badalona, Girona, Sabadell e Terrassa accettarono, a condizione che in caso di vittoria il Real Madrid non avrebbe potuto proclamarsi “campione di Catalogna”; era quasi fatta ma il Barcellona disse di no condannando il Madrid al declino per anni. Alla ripresa dopo la guerra il campionato spagnolo fu vinto dal 1940 al 1953 da: Athletic–Aviación (ex Atlético Madrid[9]) per due volte e poi altre due volte di nuovo come Atlético Madrid;[9] tre volte dal Valencia, una volta dall’Atlético Bilbao, una volta dal Siviglia e ben cinque volte dal Barcellona. Il Real Madrid nel mentre si piazzava al massimo sul podio in campionato e vinceva due edizioni della Coppa di Spagna (contro le quattro del Barcellona). Sul sito ufficiale del FC Barcelona si può leggere che dopo la guerra civile molti dei giocatori furono sospesi ed esiliati, che lo stemma e il nome del Club furono cambiati perché non erano considerati sufficientemente spagnoli e che i presidenti del Club erano selezionati dalle autorità; sportivamente parlando però non fu intaccata la forza del club, a differenza del Real Madrid che dei venti giocatori in rosa nel 1936 ne conservò solo quattro, buona parte degli assenti era in prigione, e che diventò una potenza solo a partire dagli anni ’50.

Si arrivò così al fatidico 13 giugno del 1943. Quel giorno era infatti in programma il ritorno della semifinale di Coppa di Spagna[12] tra i due club; all’andata il Barça, campione in carica, si era imposto per 3 a 0 ma con i madridisti che si lamentarono per l’arbitraggio. La polemica sportiva infuriò sulla stampa nell’attesa della partita di ritorno. Il 13 giugno successe di tutto: allo stadio Chamartin di Madrid il Real si impose 11 a 1, in un clima infuocato e pesante caratterizzato dall’aggressione verbale e fisica, con tanto di lancio di bottiglie, dei tifosi madridisti contro i catalani. Quel giorno nacque “El Clasico”, Real Madrid contro Barcellona. In Catalogna è considerata la partita che simbolizza i favoritismi del regime nei confronti del Real. La leggenda popolare parla di intimidazione non solo dai tifosi madridisti ma anche da ufficiali del regime (per alcuni addirittura intervenne un generale) che consegnarono al secondo allenatore del Barcellona un appunto con scritto «oggi voi dovete perdere».

Quotidiano Marca, 14 giugno 1943

8 – Prima pagina del quotidiano Marca, dopo la partita del 13 giugno 1943.



Altre versioni parlano di un messaggio arrivato da Franco nei giorni prima della partita in cui ricordava la sua “generosità” nel perdonare il patriottismo catalano; qualcuno addirittura riferisce di pistole puntate contro i giocatori catalani. Di storicamente accertato c’è che il Real Madrid perse poi in finale contro l’Atlético Bilbao, una squadra basca, mentre i disordini non piacquero per nulla al dittatore, che “invitò” i due presidenti a dimettersi e nominò al loro posto due leali franchisti: il colonnello Vendrell come presidente del Barcellona e Santiago Bernabéu per il Real Madrid. Oltre che volontario franchista Bernabéu aveva fatto di tutto per il Real, dal centravanti al giardiniere, e il Club era la sua ragione di vita. Fu un presidente innovatore che anticipò di decenni l’evoluzione del calcio, il primo a intuire che un grande stadio avrebbe aiutato a costruire una grande squadra: riuscì in entrambe le cose proiettando il Real Madrid nella storia dello sport. Ma per i catalani fece tutto questo con l’aiuto di Franco, sopratutto per via dell’affare Di Stéfano.

Alfredo Di Stéfano al River Plate negli anni 40.

9 – Alfredo Di Stéfano al River Plate negli anni ’40.

Alfredo Di Stéfano, argentino noto come “la Saeta Rubia”, a causa di uno sciopero generale del campionato passò in prestito dal River Plate di Buenos Aires al Millonarios di Bogotà. Le sue qualità attirarono i due club con il Barcellona che trovò l’accordo per il suo acquisto con il River, mentre il Real con i Millonarios. La situazione era bloccata, Di Stefano sbarcò a Barcellona ma restò inattivo per mesi e premeva per giocare. Il Barcellona tentò la trattativa con i Millonarios ma non voleva assecondarne le richieste economiche. La Federazione spagnola chiese un intervento della FIFA, il massimo organismo mondiale del calcio, che però prese una decisione tanto salomonica quanto impraticabile: per quattro anni Di Stefano avrebbe dovuto giocare un anno col Real e un anno col Barcellona. Alla fine il Barcellona si ritirò dall’affare, incassò dal Real Madrid quanto pagato al River, e Di Stefano passò definitivamente al Real con cui fece la storia: 8 campionati su 11 vinti e 5 Coppe dei Campioni.

Stando alla versione catalana Franco ne fece una questione di stato, e pressò il presidente blaugrana[13] Enric Martì per non concludere l’accordo con i Millonarios. È tuttavia innegabile che nel 1950 il Barcellona concluse l’affare per Laszlo Kubala soffiandolo al Real Madrid, era infatti fortemente voluto da Santiago Bernabéu, senza che il regime intervenisse; così come sono innegabili le responsabilità del Barcellona nel non voler concludere l’affare avendo già a disposizione Di Stefano.

Inoltre negli anni sessanta il dittatore cancellò il debito del Barcellona in modo da permettere la costruzione del Camp Nou, il nuovo grande stadio; non autorizzò invece un nuovo debito per il Real Madrid per ingrandire lo stadio oggi intitolato proprio a Santiago Bernabéu. I successi del Real aiutarono sì il regime franchista a uscire dall’isolamento internazionale, tanto che fu definita da Alfredo Sanchez Bella[14] la “miglior ambasciata che abbiamo mai avuto”, ma Bernabéu con il suo curriculum di leale franchista si poté permettere anche di distanziarsi dal regime. L’autonomia di Bernabéu si vide sia quando cacciò dallo stadio un alto gerarca del franchismo come Josè Millan Astray, sia quando nel 1970 — nonostante le pressioni del regime per ritrattare la sua frase «Io non ho nulla contro la Catalogna, tutt’altro. Mi piace, nonostante i catalani» — restò fermamente su quanto detto nell’intervista.

Il presidente del Real Madrid Santiago Bernabéu nel 1971

10 – Il presidente del Real Madrid Santiago Bernabéu nel 1971.



Gli anni che seguirono, con il ritorno della Spagna alla democrazia, videro il paese cambiare ma non la rivalità tra le due squadre. Una rivalità così accesa da non perdonare ai giocatori il cambio di casacca: ne sa qualcosa il portoghese Luis Figo che nel 2000 passò dal Barça, dove aveva giocato per cinque stagioni, al Real alla modica cifra di 140 miliardi di lire.[15] Nella prima partita di Figo a Barcellona con la nuova maglia, è stato calcolato che la bordata di fischi che lo accolse superava in decibel il rumore di un Boeing in decollo; gli striscioni più carini nei suoi confronti erano “Mercenario traditore”, “Tanto ti abbiamo amato ancora di più ti odieremo” e “Giuda al tuo confronto era un vero tifoso”. E il peggio doveva ancora arrivare. Nel Clasico del 23 novembre 2002 il pubblico del Camp Nou era talmente inferocito contro Figo che non si accontentò di fischiarlo e insultarlo ma gli lanciarono contro di tutto: accendini, monetine, bottiglie di plastica, bottiglie di whisky, scarpe e persino una testa di maialino cotta a dovere. Gli altri giocatori del Real erano scioccati, Puyol del Barcellona tentò di placare gli animi, mentre in tribuna il presidente Joan Gaspart abbandonò lo stadio per dissociarsi da quanto stava accadendo. La ferita non si è ancora rimarginata: nel 2015 in occasione della finale di Champions League tra Barcellona e Juventus è stata organizzata una partita tra “vecchie glorie” delle due squadre; i tifosi blaugrana, a distanza di 15 anni dal suo trasferimento, si sono scatenati sui social per chiedere al proprio club di non convocare Figo per la partita, scelta ufficialmente confermata dal Barcellona alla UEFA.[16]

Infine tutto ciò che è ruotato intorno al referendum del 1 ottobre 2017 sull’indipendenza della Catalogna ha riacceso i fari della “rivalità” tra Madrid e Barcellona sia politica, sia calcistica dato che non sono mancate ipotesi sul futuro del FC Barcelona in caso di secessione. A detta di molti la rivalità tra i due club ha raggiunto un livello di simbiosi tale per cui Real Madrid e Barça non possono più fare a meno l’uno dell’altro. A noi non resta che goderci da lontano lo spettacolo del “Clásico” e il fascino della sua storia, a prescindere per quale delle due squadre decideremo di tifare, ma ricordandoci che non è solo una partita di calcio ma è molto, molto di più: è l’eterna sfida tra Barcellona e Madrid.

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Note

  1. [1]Non potendo stabilire una data di nascita univoca della rivalità sono stati citati i fatti ritenuti più significativi.
  2. [2]Al secolo Gaspar de Guzmán y Pimentel Ribera y Velasco de Tovar, conte di Olivares e duca di Sanlùcar.
  3. [3]A testimonianza delle origini catalane il comune francese di Perpignan riporta nello stemma la bandiera catalana, come anche in Italia il comune di Alghero.
  4. [4]Tecnicamente era lui l’erede designato da Carlo II con la clausola di non riunire mai la corona spagnola e francese.
  5. [5]Le potenze europee volevano evitare l’emergere di una potenza egemone.
  6. [6]Forse memori ancora dell’occupazione francese di cinquant’anni prima.
  7. [7]Che era inglese: James FitzJames (1670 – 1734), I Duca di Berwick, era figlio di Giacomo II Stuart, re di Scozia e d’Inghilterra, e della sua amante Arabella Churchill.
  8. [8]In maniera simile la Serbia celebra come giornata nazionale la sconfitta di Kosovo Polje del 15 giugno 1389.
  9. [9]Il Club Athletic–Aviatión nacque nel 1939 dalla fusione del Club Aviatión Nacional e dell’Atlético Madrid e torno a chiamarsi Atlético Madrid nel 1947.
  10. [10]Guerra fu eletto deputato per la prima volta quando aveva solo 26 anni.
  11. [11]Il club aveva all’epoca 6.000 soci di diversa estrazione sociale e fede politica, in cui vi erano molti simpatizzanti repubblicani.
  12. [12]All’epoca ribattezzata “Copa del Generalisimo”.
  13. [13]Con il termine blaugrana, ovvero i colori sociali del Barcellona, ci si riferisce a tutto ciò che riguarda la squadra catalana. È l’equivalente dei nostri “rossoneri” o “bianconeri” per riferirsi per esempio a Milan o Juve.
  14. [14]Ambasciatore spagnolo a Roma.
  15. [15]Circa 70 milioni di euro attuali, all’epoca una cifra stratosferica.
  16. [16]La federazione calcistica europea organizzatrice della competizione.

Bibliografia e fonti

Immagini

  1. 2009, foto Alejandro Ramos [CC BY–SA 2.0] Flickr /Commons Alejandro Ramos
  2. c.a 1636, Diego Velásquez, Retrato ecuestre de Gaspar de Guzmán y Pimentel c.a 1636 [PD] Commons
  3. 1905, da Charles Colbeck, The Public Schools Atlas Longman, Greens. [PD] University of Texas Libraries/Commons
  4. 1909, Antoni Estruch i Bros, Onze de Setembre de 1714 [PD].
  5. 1940, foto di Joan Barceló (Reus, Catalogna) [PD] Commons
  6. 1902 [PD] Commons [external-link].
  7. 2007, Andrew [CC BY–SA 3.0] Commons .
  8. 14 giugno 1943, quotidiano Marca.
  9. tra il 1944 e il 1949 [PD] Commons
  10. 13 aprile 1971, Eindhoven [CC BY–SA 3.0] National Archief/Commons
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Alessio Lisi

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Tarantino di nascita e pavese di adozione. Il resto è coperto dal segreto di stato dell'isola di Laputa.