Faro di Eddystone

Il faro di Eddystone

In Fari, Storia di Silvio Dell'Acqua

Eddystone lighthouse

1 – Il faro di Eddystone oggi. La costruzione sulla destra è il basamento del precedente faro di Smeaton del 1759 (foto: A. Talbot, 2007).

Il faro di Eddystone, sull’omonimo gruppo di scogli in mare aperto circa venticinque chilometri a sudovest di Plymouth (Devon), è citato nelle prime pagine nel Moby Dick di Herman Melville come esempio di costruzione in un luogo assolutamente desolato e proibitivo, qualcosa cui paragonare la cittadina di Nantucket da dove salperà il Pequod del Capitano Achab.[1] La sua presenza rappresenta la vittoria della tenacia dell’uomo sulla furia aggressiva del mare; al termine di una sfida durata quasi due secoli e conclusasi con la costruzione di un baluardo d’ingegneria in grado di resistere ancora oggi, nonostante l’isolamento, alle potenti e gelide sferzate del vento e dell’oceano. Il quale, alla fine (e non senza riserve), sembra aver accettato l’intruso.

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Eddystone Lighthouse 50.171990, -4.244538 Eddystone

Gli scogli

Eddystone map 1861

2 – Il faro di Eddystone rispetto alla Cornovaglia e Devon meridionale, mappa del 1861.

Lo stesso nome, apparentemente innocuo ad un non-angolofono, è evocativo: Eddystone. Come eddy, che significa “vortice”, “mulinello”, dall’antico inglese edēa (ed- “che gira” + ēa “acqua”),[2] “acqua che gira”, che va contro la corrente principale. Ma anche come stone, “roccia”, “scoglio”. Eddy e stone, vortice e scoglio: due parole che non vorreste trovare nella stessa frase, qualora vi trovaste su un’imbarcazione. Non solo infatti le rocce costituiscono uno sbarramento quasi invisibile per le navi in rotta da e per la costa meridionale del Devon o in transito nel canale della Manica, ma basta una brezza tesa da sud-ovest perché le acque circostanti si trasformino in «un ribollente calderone», come vengono descritte da un libro del 1876,[3] che non lascia scampo alle navi incappate nei suoi flutti. Nonostante nel 1492 Cristoforo Colombo fosse riuscito ad attraversare l’oceano e sbarcare nel “nuovo mondo”, ancora per due secoli nessuno avrebbe osato sfidare la temuta scogliera di Eddystone per erigervi un faro. Nel 1664 la Corporazione di Trinity House, ancor oggi l’autorità generale britannica per i fari, per porre fine ai numerosi tragici naufragi studiò la possibilità di costruire un segnale, ma le difficoltà furono giudicate insormontabili e ci vollero altri trent’anni prima a risolvere il problema si presentasse l’ingegnoso sir Winstanley.

Il faro di Winstanley

Henry Winstanley

3 – Autoritratto di Henry Winstanley, 1680 circa.

Noto incisore,[4] pittore ed impresario,[5] l’eclettico sir Henry Winstanley di Littlebury (1644-1703) era un estroso inventore che amava costruire trucchi meccanici per stupire gli amici. Realizzò anche due celebri attrazioni: una casa ricca di sorprendenti trucchi meccanici (“the Essex House of Wonders”), che divenne meta di numerosi visitatori, ed una serie di giochi d’acqua ad Hyde Park Corner a Londra, noti come “Winstanley’s Waterworks”.[6] Ma sir Winstanley era anche un armatore dall’animo nobile e patriottico, che perse due delle sue cinque navi proprio sugli scogli di Eddystone. Addolorato per il costante tributo di vite umane richiesto al traffico marittimo in prossimità della scogliera, chiese ed ottenne nel 1696 la licenza per la costruzione di un faro e, ad indennizzo, il diritto per i primi cinque anni a riscuotere i “pedaggi” (toll), ovvero la tassa versata dagli armatori per il mantenimento dei fari.

La costruzione

All’epoca dovette essere davvero un’impresa ardita: le rocce di duro e compatto gneiss,[7] circondate da acque spesso turbolente, affioravano appena con la bassa marea ed erano altrimenti interamente sommerse; tutto intorno era mare a perdita d’occhio. Sir Winstanley non si fece scoraggiare ed iniziò i lavori l’estate stessa. Ma le condizioni del mare consentivano di lavorare solo d’estate e quando le acque fossero state sufficientemente calme, ovvero una manciata di giorni all’anno. A completare il quadro non proprio favorevole ci si metteva lo scenario politico europeo: tra il 1688 ed il 1697 si combatteva infatti la “guerra dei nove anni” che vedeva l’Inghilterra di Guglielmo III schierata con una vasta coalizione antifrancese, detta Lega d’Augusta, finalizzata a contrastare la minaccia egemonica di Luigi XIV. Le acque del canale erano quindi teatro di scontri e l’Ammiragliato, riconosciuta l’importanza del faro, concesse a Winstanley la protezione di una nave della marina militare presso il cantiere. Una mattina però, alla fine di giugno del 1697, invece del vascello inglese arrivò una nave corsara francese. I corsari, spesso confusi con i pirati, erano in realtà privati formalmente autorizzati da un governo mediante “patente di corsa” a svolgere attività belliche o di rappresaglia nei confronti di nazioni rivali. Questi catturarono Winstanley e lo portarono in Francia:[8][5] la leggenda narra che Luigi XIV, informato dell’accaduto, ne avrebbe ordinato l’immediata liberazione e rimpatrio con questo messaggio: «la Francia è in guerra contro l’Inghilterra, non contro l’umanità»,[8] riconoscendo così implicitamente l’importanza internazionale del faro di Eddystone e la neutralità dei soggetti non combattenti, concetto introdotto dalle Convenzioni di Ginevra solo due secoli e mezzo più tardi.[9] In realtà, è molto più probabile che il costruttore -molto meno romanticamente- sia stato invece scambiato con prigionieri francesi trattenuti in Inghilterra.[10]

Come se nulla fosse accaduto Winstanley tornò al lavoro ma le difficoltà non erano finite. Nel 1698, durante la terza estate di lavoro, ultimata la lanterna con tanto di banderuola segnavento la squadra decise di pernottare sul posto ed iniziare l’allestimento degli alloggi. Pessima idea: la notte stessa le condizioni meteorologiche peggiorarono ed il mare divenne così burrascoso che nessuna imbarcazione poté avvicinarsi a loro per i successivi undici giorni, durante i quali Winstanley e i suoi operai furono investiti senza tregua dalla furia delle onde che spazzarono via buona parte del loro equipaggiamento ed inzupparono vestiti e provviste. Gli uomini lavorarono giorno e notte in quelle condizioni per costruirsi un rifugio, ma alla fine se la cavarono e nonappena le condizioni del mare lo consentirono una imbarcazione giunse in soccorso per riportarli sulla terraferma, sfiniti ma salvi. Il faro aveva retto, senza particolari danni, al primo attacco delle forze della natura. Winstanley ed i suoi tornarono ben presto al lavoro e riuscirono ad accendere la luce, per la prima volta, il 14 novembre del 1698.[11] Tre giorni prima di Natale la prima famiglia di faristi raggiunse Eddystone e i costruttori, ormai quasi privi di provviste, poterono tornare a casa.

Il primo faro di Eddystone, così arditamente costruito, entrò finalmente in funzione. La torre in legno, dell’altezza complessiva di sessanta piedi (poco più di 18 metri) poggiava su un solido basamento in muratura alto dodici piedi e del diametro di quattordici, ancorato alla roccia mediante dodici barre di ferro conficcate in altrettanti fori. [6] L’anno successivo il faro aveva già bisogno di riparazioni ma Winstanley tornò al lavoro: oltre a rimediare ai danni dell’inverno, l’armatore rinforzò il basamento in muratura, alzò la lanterna di quaranta piedi (circa 12 metri) per tenerla ben al di fuori degli spruzzi del mare, realizzando al di sotto di essa un’ampia veranda aperta. Infine, completò gli alloggi con una stanza da letto decorata ed un salotto.

Faro di Winstanley

4 – Il faro di Winstanley nel 1699.

L’edificio così ultimato aveva un’altezza complessiva di cento piedi (30,5 metri) ed il suo aspetto finale, non potendo che riflettere la personalità eccentrica del progettista, aveva ben poco a che vedere con quello che ci si aspetterebbe da un faro. Chi ebbe la fortuna di vederlo si trovò di fronte ad una bizzarra costruzione in legno, descritta come una via di mezzo tra «una pagoda cinese o un minareto turco, innestato sopra una torre circolare ed ornato con gru e catene come un magazzino portuale di Londra».[3] Lo scrittore e giornalista scozzese Samuel Smiles ne diede un’immagine altrettanto pittoresca: scrisse infatti che «questa costruzione, una volta ultimata, assomigliava a qualcosa come una pagoda cinese, con gallerie aperte e numerosi fantastici aggetti».[6]

La tempesta del 1703

All’epoca era opinione comune che il faro fosse tanto bizzarro quanto fragile,[12] ma Winstanley era così orgoglioso della propria opera e tanto sicuro della sua solidità da rispondere che avrebbe voluto trovarvisi all’interno qualora si fosse scatenata la più violenta tempesta che l’Inghilterra avesse mai visto. Fu accontentato: a coglierlo sul faro la notte del 26 novembre del 1703[13] fu niente meno che la “Great Storm”, la più violenta tempesta mai registrata nella storia dell’Inghilterra. Decine di navi furono affondate o disperse in mare, alcune furono ritrovate sulle coste della Danimarca o della Norvegia; sulla terraferma si verificarono disastrose alluvioni, crolli di edifici, foreste decimate: le vittime furono circa ottomila.[14] Quando la tempesta si calmò gli abitanti di Plymouth rivolsero con ansia lo sguardo al mare, sperando di vedere riapparire il faro di Eddystone tra le pesanti nubi che si andavano diradando. Inutile dire che del faro non rimaneva più traccia: inghiottito dalla tempesta, portò con sé Winstanley ed altre cinque persone tra operai e faristi, i cui corpi non furono mai più ritrovati.

1703 great storm

5 – La grande tempesta del 1703 in una antica incisione di J.S.Miller.

Il faro in effetti, così esposto alla furia del mare, era totalmente inadeguato a sopportare la spinta del vento e dell’acqua, né tampoco il suo progettista aveva le necessarie competenze in materia strutturale. Tuttavia, il famoso ingegnere britannico John Smeaton, incaricato mezzo secolo più tardi di ricostruire per la terza volta il faro, osservò in proposito:

«…it was no small degree of heroic merit in Winstanley to undertake a piece of work which had before been deemed impraticable, and, by the success which attended his endeavours, to show mankind that the erection of such a building was not in itself a thing of that kind.»[6]

«…non fu piccolo il grado di merito eroico in Winstanley nell’intraprendere un lavoro fino ad allora giudicato impossibile e, per il successo con cui portò a termine i propri sforzi, per aver dimostrato all’umanita che la costruzione di un simile edificio non fosse di per sé una cosa tanto folle.»

La fine del faro di Winstanley ispirò una toccante ballata della poetessa inglese Jean Ingelow (1820 — 1897) inclusa nel primo volume del libro Poems by Jean Ingelow.

Il secondo faro di Rudyard

Il faro di Eddystone fece presto sentire la propria mancanza: poco dopo la tempesta, la nave Winchelsea, una “virginiaman” (così erano dette le navi che commerciavano con la Virginia[15]) diretta a Plymouth e carica di prezioso tabacco finì in pezzi sulla scogliera. Nel 1706[16] un certo Capitano Lovet[17] ottenne dalla Corporazione di Trinity House la concessione per la costruzione di un nuovo faro ed i relativi diritti di riscossione dei pedaggi per 99 anni. Come progettista, curiosamente, non scelse un famoso ingegnere o architetto, ma un mercante di seta londinese,[] tale John Rudyard o Rudyerd (1650-circa 1718), il quale si rivelò tuttavia un buon acquisto e la longevità del suo faro, che gli sopravvisse, ne fu la dimostrazione. Rudyard scelse una forma più semplice possibile, perché offrisse la minore resistenza all’acqua ed al vento: una pianta circolare e forma conica, senza aggetti o fronzoli come invece l’edificio precedente.

Engraving of the Eddystone Lighthouse

6 – Il faro di Rudyard in una incisione di Isaac Sailmaker (1633-1721).

Rudyard Lighthouse

7 – Il faro di Rudyard, sezione.

Ad assisterlo nell’esecuzione dei lavori furono due carpentieri navali, forniti nientemeno che dai cantieri della casa reale di Woolwich. Lo scoglio fu spianato in modo da ottenere dei gradoni, via via colmati con strati di legno di quercia a trama incrociata, assicurati alla roccia con una trentina di robuste chiavarde incastrate nei fori “a coda di rondine” realizzati nello gneiss, fino ad ottenere una superficie piana. Dopo aver proseguito per altri due strati con questo sistema, i carpentieri ne alternarono due in legno e cinque di granito della Cornovaglia, fissati tra loro mediante zanche e bulloni, per tre volte. Al di sopra di questo massiccio basamento fu eretta (senza soluzione nella continuità della sagoma) una sovrastruttura di solo legno, magistralmente realizzata con le tecniche della carpenteria navale, che ospitava quattro stanze disposte una sopra all’altra e terminava con una lanterna ottagonale circondata da un ballatoio (la cosiddetta “galleria”), sormontata da un ornamento sferico del diametro di 2 piedi e 3”. Nel complesso, l’edificio misurava 92 piedi (28 metri) dalla sommità della sfera al punto più alto della roccia dello scoglio. Il faro sopravvisse senza particolari problemi all’assalto delle onde per quasi mezzo secolo, salvando numerose navi da un tragico destino.

L’incendio

Non l’acqua, questa volta, ma un nuovo inaspettato nemico avrebbe distrutto l’edificio: il fuoco. Il 2 dicembre 1755, circa alle due del mattino, uno dei tre guardiani salì alla lanterna per controllare le candele e la trovò piena di fumo. Aprendo la porta che dava sulla galleria esterna, involontariamente diede nuovo ossigeno alle fiamme, che divamparono incendiando la cupola. Da li si propagarono lentamente verso il basso, nonostante gli sforzi dei faristi che portavano l’acqua in cima al faro un secchio alla volta, gettandola sulle fiamme al di sopra delle loro teste: il faro era di legno e ben presto il fuoco sarebbe arrivato sino alla base.

Men-o’-War and other Vessels before the Eddystone Lighthouse

8 – “Men-o’-War and other Vessels before the Eddystone Lighthouse”: Isaac Sailaker, olio su tela.

Fortunatamente l’incendio fu avvistato da Cawsand e da Rame Head,[16] così alcuni pescherecci partirono in soccorso e verso le dieci del mattino giunsero finalmente alla scogliera dove trassero in salvo i faristi, stremati ma vivi. Il faro invece, continuò a bruciare per cinque giorni, fino alla completa distruzione. Si narra[16][8] che uno dei guardiani sopravvissuti, il novantaquattrenne Henry Hall, mentre tentava di spegnere l’incendio sopra la sua testa fu ustionato al volto e alle braccia da una massa di piombo fuso che colava dall’alto. Una volta in salvo e sottoposto alle prime cure, asserì di aver ingerito una parte di quel piombo. Il medico considerò l’affermazione come il frutto di uno stato confusionale dovuto all’intensa esperienza, ma Hall peggiorò ed in capo ad una dozzina di giorni morì. Il dottor Spry di Plymouth effettuò un esame post-mortem, trovando nel suo stomaco un pezzo di piombo del peso di circa due etti. Spry scrisse alla Royal Society un resoconto sul caso, ma i membri si dimostrarono scettici sulla veridicità della storia. Il medico, per salvaguardare la propria reputazione, avrebbe in seguito effettuato esperimenti facendo ingerire piombo fuso a cani e galline.[8]

Il terzo faro di Smeaton

La scogliera aveva già dimostrato di non poter restare a lungo senza una luce e Trinity House sopperì temporaneamente con una una nave faro. Tale Mr Robert Weston, che con due soci aveva rilevato la concessione dopo la morte del Capitano Lovet, si rivolse a George Parker, Conte di Macclesfield e presidente della Royal Society di Londra, perché gli indicasse una persona in grado di progettare un nuovo faro e dirigerne la costruzione.[18] Questa persona fu John Smeaton (1724 – 1792), membro della Royal Society, il primo a definirsi “ingegnere civile” e considerato il “padre” di tale disciplina.[19]

John Smeaton

9 – John Smeaton, ritratto con il faro di Eddystone.

La scelta non fu casuale: Smeaton era davvero un grande ingegnere, progettista di numerose importanti opere come ponti, canali navigabili e porti. Non solo: fu scopritore della calce idraulica, che segnò il passaggio dal calcestruzzo romano a quello moderno, e fondatore nel 1771 della “Smeatonian Society of Civil Engineers”, la prima società al mondo di ingegneria civile. Rispetto ai precedenti costuttori, ebbe un approccio più scientifico al problema di Eddystone: innanzitutto studiò i progetti di Winstanley e di Rudyard, individuandone i punti deboli ma riconoscendone anche i meriti. Per questo incontrò a Plymouth colui che gli fu indicato come il maggior conoscitore del faro di Rudyard, ovvero il carpentiere navale Jossia Jessop che ne era stato il responsabile della manutenzione fino al fatidico incendio. Smeaton vi trovò una persona di «grande modestia, integrità ed ingenuità nei problemi meccanici»: [18] fu l’inizio di una lunga collaborazione, che avrebbe visto Jossia nominato sovrintendente ai lavori del faro. In seguito suo figlio William Jessop (1745 – 1814) sarebbe diventato apprendista del grande Smeaton, e quindi a sua volta un noto ingegnere progettista di numerosi canali navigabili ed alcune delle prime ferrovie agli inizi del XIX secolo: ma questa è un’altra storia.

Smeaton si convinse che entrambi i fari precedenti erano troppo leggeri e che la qualità essenziale che avrebbe permesso ad un faro di non essere spazzato via dal mare era il peso: per questo decise che il nuovo edificio sarebbe stato interamente in massiccia pietra. Jessop era invece convinto che un nuovo faro avrebbe dovuto essere ancora in legno, semplicemente perché lo erano i due precedenti. Fu perciò molto sorpreso nel vedere i disegni di Smeaton di un faro in pietra, ma ben presto ne riconobbe la potenziale superiorità in termini di resistenza alle onde.[18]

Il faro di Smeaton: sezione (10) e schema degli incastri (11).

Deciso a costruire un edificio di ineguagliata solidità, Smeaton si ispirò al tronco della quercia per progettare una torre circolare, come quella di Rudyard, ma con una base più ampia; i blocchi che ne avrebbero costituito il fusto, di granito cornico all’esterno e di pietra di Portland all’interno,[20] sarebbero stati sagomati a coda di rondine in modo da incastrarsi tra loro a formare una massa compatta.

costruzione del faro

12 – costruzione del faro di Smeaton.

Smeaton comprese inoltre che i precedenti costruttori avevano sprecato molto tempo prezioso per recarsi al cantiere e tornare a terra alla fine della giornata. Tuttavia sullo scoglio non era possibile pernottare, pertanto pensò di ormeggiare la nave Neptune[18] come base di appoggio ad un quarto di miglio di distanza da esso, in grado di ospitare uomini (quasi tutti minatori della Cornovaglia) e materiali. Il corpo di fabbrica fu assemblato sulla terraferma per verificare gli incastri, quindi smontato, trasportato pezzo per pezzo e ricostruito sul posto. Le pietre furono incastrate, le fessure cementate con la calce idraulica inventata dallo stesso Smeaton e qui utilizzata per la prima volta, infine la torre fu ulteriormente fasciata orizzontalmente con grosse catene continue annegate in appositi solchi, ricavati sulla superficie esterna e quindi sigillati con il piombo: quest’ultima tecnica era già stata utilizzata da Sir Christopher Wren per la cupola della cattedrale di San Paolo a Londra alla fine del XVI secolo, di cui Smeaton aveva avuto occasione di leggere.[20]

Faro di Eddystone

13 – il faro di Smeaton in un dipinto dell’artista danese Anton Melbye, 1846.

I lavori erano iniziati nel giugno del 1757[17] ed il 16 ottobre del 1759 la rassicurante luce del faro, generata da 24 candele, tornò a brillare ad Eddystone. La nuova torre, alta settanta piedi (25 metri, esclusa la lanterna), era così massiccia che resistette per oltre un secolo all’attacco di onde tanto alte da oscurarne la luce. Nel 1807 la concessione giunse alla scadenza ed il faro tornò alla gestione di Trinity House, che tre anni più tardi sostituì le candele con lampade ad olio dotate di riflettore. [20] Nel 1845 furono invece installate le lenti a sezioni concentriche, inventate nel 1827 dal fisico Augustin-Jean Fresnel, oggi comunemente utilizzate nei fari: le cosiddette “lenti Fresnel”.

Il ritorno a terra

La torre di Smeaton a Plymouth

14 – La torre di Smeaton a Plymouth: non è un faro attivo (foto: S.Tarleton, 1999).

Torre di Smeaton 1967

15 – “torre di Smeaton”: la foto del 1967 mostra una differente colorazione (foto C. Matthews).

Nonostante gli auspici del progettista, anche questo faro aveva un punto debole: lo scoglio. Il mare ne reclamava la proprietà ma non essendo riuscito ad abbattere un edificio tanto solido scelse un’altra strada, iniziando ad erodere pazientemente la roccia sottostante. Nel 1870, complice l’enorme peso dell’edificio, lo gneiss iniziò a cedere ed una grossa crepa fece la sua comparsa: anche il faro di Smeaton, dopo oltre un secolo di onorato servizio, non era più sicuro. Prima o poi sarebbe crollato, se non fosse stato smontato pietra per pietra e trasportato a terra, dove fu ricostruito sulla collina di Plymouth Hoe (ove attualmente si trova l’omonimo parco municipale) grazie al generoso contributo dei cittadini che si fecero carico dei relativi costi. La “torre di Smeaton” è alta 22 metri ovvero circa 2/3 dell’altezza originale[21] in quanto la porzione alla base è rimasta sulla scogliera dove si trova ancor oggi, accanto al faro attuale (foto 17).

Il quarto faro di Douglass

Faro di Eddystone

16 – Il faro di Eddystone in una cartolina “photocrom” (1890-1900 circa)

La pericolosa scogliera aveva bisogno di un nuovo faro. Nel 1877 Trinity House ne affidò la costruzione al proprio ingegnere capo sir James Douglass (1826 – 1898), cavaliere e membro della Royal Society, già progettista dei fari di Hartland Point e di Longships. Lo scoglio su cui erano stati eretti i tre fari precedenti era compromesso e non più utilizzabile, così Douglass utilizzò una nuova tecnica: realizzò una fondazione a cassone sommerso che poggiava direttamente sul fondale, appena a sud-est del ceppo residuo del faro di Smeaton. Al di sopra di esso fu eretta la nuova torre a “tronco di quercia” alta complessivamente 49 metri, per la quale furono utilizzati blocchi di granito più grandi di quelli usati da Smeaton, provenienti dalle storiche cave De Lank vicino a St. Breward (Cornovaglia),[22] con incastri a coda di rondine sia tra le pietre di una stessa fila, sia sopra e sotto tra le varie ricorse. L’ultima pietra fu simbolicamente posata dal Duca di Edimburgo, Alfredo di Sassonia-Coburgo-Gotha, e nel 1882 il faro fu completato.

Faro di Eddystone

17 – Faro di Eddystone nel 2005: sopra la lanterna è stata realizzata una piattaforma per l’atterraggio degli elicotteri. Sulla destra il basamento del precedente faro di Smeaton.

La storia del faro di Eddystone sembra ricordare la “fiaba dei tre porcellini”.[23] I costruttori furono però quattro: il primo costruì un faro leggero e fragile e la tempesta lo spazzò via. Il secondo costruì un faro più robusto, ma di legno, ed il fuoco lo distrusse. Il terzo costruì un faro di solida pietra, ma il mare scavò sotto di esso per farlo crollare. Il quarto costruì un edificio talmente solido che le onde non riuscirono neppure ad intaccarlo, ed il mare dovette imparare a conviverci. Tanto che ancora oggi si trova lì, intatto e funzionante, a fendere con il suo rassicurante fascio di luce il buio profondo dell’oceano.

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18 – Confronto tra i quattro fari di Eddystone, da “Encyclopædia Britannica” (11ª edizione) volume XVI

Il faro oggi

Con i suoi 49 metri, condivide con il faro di Bishop Rock il primato del faro più alto tra quelli di Trinity House.[24] L’elevazione, ovvero l’altezza del piano focale è di 41 metri e la “portata”, ovvero la distanza entro la quale potenzialmente può essere visto, è di 17 miglia nautiche.[8] Tra i fari di Trinity House, quello di Eddystone fu anche il primo ad essere automatizzato: nel 1982, esattamente nell’anno del suo centesimo anniversario, fu installata una piattaforma per l’atterraggio degli elicotteri sopra la lanterna, ed il 18 maggio iniziò a funzionare in modalità automatica telecontrollato dal centro operativo di Trinity House ad Harwich (Essex). L’attuale segnale, generato da una lampada da 70 w attraverso lenti Fresnel di 4° ordine con lunghezza focale di 250 mm, ha una intensità di 26.200 candele.[8] Ogni faro ha una sequenza tipica di lampi detta “caratteristica”, che in questo caso è di due lampi brevi che si ripetono in un periodo di 10 secondi. Il faro di Eddystone dispone anche di un “corno da nebbia”, ovvero un segnale acustico che ne segnala la presenza in caso di visibilità ridotta: anch’esso ha una propria caratteristica che è di un suono ogni 30 secondi.[8]

Musica

Il faro di Eddystone è il soggetto di una canzone popolare inglese intitolata The keeper of the Eddystone Light, reinterpretata da numerosi gruppi folk odierni, che recita: «Oh, me father was the keeper of the Eddystone light / And he slept with a mermaid one fine night /  From this union there came three /  A porpoise[25] and a porgy[26] and the other was me / Yo ho ho / The wind blows free / Oh for the life on the rolling sea …

Eddystone Light – Howling Wind (dall’album Salty Dogs, 2009)

Eddystone nella toponomastica

Al Faro di Eddystone devono il nome luoghi anche molto distanti dal canale della Manica, ove si trova. L’isoletta di Larapuna (così la chiamavano i nativi) è uno scoglio roccioso che emerge dall’oceano per 30 metri, 27 chilometri al largo di South East Cape in Tasmania (Australia). Il capitano James Cook vi trovò una certa somiglianza con il faro del Devon, e la ribattezzò Eddystone Rock nel 1777. (43° 51′ 18″ S, 147° 0′ 0″ E)

New Eddystone Rock

19 – New Eddystone Rock, nel canale di Behem (Alaska)

Quando l’esploratore George Vancouver, ufficiale della Royal Navy, nel 1793 si trovò ad esplorare l’arcipelago di Alexander, una selva di oltre mille e cento isolette al largo della costa sud-occidentale dell’attuale Alaska, si imbatté in un imponente faraglione alto ben 293 piedi (89 m) nel bel mezzo del canale di Behem: sembrava una torre in mezzo al mare e gli ricordò il faro inglese di Eddystone. Così, Vancouver battezzò il faraglione New Eddystone Rock: oggi la formazione basaltica si chiama ancora così ed è simbolo del parco nazionale di Misty Fjords. (55° 30′ 13″ N, 130° 56′ 9″ W)

Nel XIX secolo tale William Simpson, americano, mentre si trovava Inghilterra ebbe modo di visitare il faro di Eddystone. Ne fu così impressionato, che quando tornò in Pennsylvania e fondò nell’ottobre del 1873 uno stabilimento tipografico nei pressi di Ridley insieme ai figli, lo chiamò “Eddystone Print Works”. Intorno ad esso si sviluppò un’insediamento[27] che prese il nome di Eddystone. La cittadina, sulla sponda occidentale del fiume Delaware, divenne un borough (termine che in Pennsilvanya indica il comune amministrativo) staccandosi da Ridley il 7 dicembre 1888[28] ed ancor oggi è intitolata ad un faro in Cornovaglia, cinquemila chilometri di distanza. E non c’è nemmeno il mare. (39° 51′ 34″ N, 75° 20′ 27″ W)

Note

  1. [1]«Nantucket! Prendete la carta geografica e cercatela. Osservate come se ne sta in un vero e proprio angolino del mondo: lì, lontana dalla costa, più solitaria del faro di Eddystone.» Capitolo XIV, “Nantucket”.
  2. [2]eddy.” Wiktionary, the free dictionary. Web. 28 Dic. 2012.
  3. [3]Anonimo, 1876. Pagine 20-26, (bibliografia)
  4. [4]Bryan, Michael. Bryan’s Dictionary of Painters and Engravers. Volume 5. S-Z. London: G.Bell and Sons, Ltd. 1921.
  5. [5]Highfill, Philip H. Jr., Kalman A. Burnim, Edward A. Langhans. A Bioop. cit.aphical Dictionary of Actors, Actresses, Musicians, Dancers, Managers & Other Stage Personnel in London, 1660-1800: Tibbett to M. West: 015. Chicago: SIU Press, 1993. Volume 16, pag. 183.
  6. [6]Smiles, 1861. Pag. 17-20 (op. cit.)
  7. [7]Il termine gneiss (dal tedesco Gnais) nacque alla fine del ‘700 per indicare una roccia che aveva dei minerali orientati lungo piani e che conteneva abbondanti feldspati, in seguito il termine è stato utilizzato con significato strutturale. È una delle più comuni rocce metamorfiche scistose costituenti la crosta continentale.
  8. [8]Trinity House, sito ufficiale
  9. [9]La IV Convenzione di Ginevra del 1949 avrebbe espressamente vietato la presa di ostaggi civili nell’ambito di conflitti armati.
  10. [10]A. Mariotti, (op. cit.)
  11. [11]Del calendario giuliano, ovvero il 24 novembre secondo l’attuale calendario gregoriano. In Inghilterra il calendario gregoriano o “nuovo stile” fu adottato solo tra il 1750 ed il 1752
  12. [16]Wightwick, George 1836 (op. cit.)
  13. [13]Del calendario giuliano, ovvero il 7 dicembre del calendario gregoriano
  14. [14]The Great Storm of 1703.” Wiseweather forecasts. Web. 3 gen. 2013.
  15. [15]Little, Benerson. The Sea Rover’s Practice: Pirate Tactics And Techniques, 1630-1730. 1959.
  16. [16]Smiles,1861. Pag. 20-25 (op. cit.)
  17. [17]Anonimo, 1876. Pagine 26-42, (op. cit.)
  18. [18]Smiles,1861. Pag. 26-48 (op. cit.)
  19. [19]John Smeaton the father of civil engineering.” Legends. 13 Nov. 2008. Web. 6 Gen. 2013.
  20. [20]Eddystone Lighthouse, Smeaton Tower (relocated).” Engineering Timelines. Web. 7 gen. 2013.
  21. [21]Rowlett (op. cit.)
  22. [22]Stainer, Peter. “The De Lank Granite Quarry.” Mining History: the bulletin of Peak District Mines Historical Society, Vol.13 n°2, Winter 1996: pag. 42-46. Web. 1-2-2014.
  23. [23]ing. arch. Marco Rustioni
  24. [24]Frequently Asked Questions.” Trinity House. Web. 10 Feb. 2013.
  25. [25]Porpoise: una focena.
  26. [26]Porge (porgy): uno sparide (pesce).
  27. [27]Wiley, pag. 80 (op. cit.)
  28. [28]Wiley, pag. 123 (op. cit.)

Bibliografia e fonti

Toponomastica

  • Brothers, Nigel; David Pemberton, Helen Pryor, Vanessa Halley (2001). “Tasmania’s Offshore Islands: seabirds and other natural features”. Tasmanian Museum and Art Gallery Hobart, Tasmania: 2001. ISBN 0-7246-4816-X. pp. 510-511
  • Orth, Donald J. “Dictionary of Alaska Place Names” Geological Survey Professional Paper vol. 567. Washington: U.S. Government Printing Office, 1967. Pag. 684.
  • Wiley, Samuel T. “Biographical and Historical Cyclopedia of Delaware County, Pennsylvania“, Gresham Publishing Company. New York: 1894. pag. 80

Immagini

1: foto © Andy Talbot [CC-BY-SA-2.0] via geograph.org.uk.
2-7-10-11-12-15-16: da “Live of the engineer: with an account of their principal works, volume 2” – Smiles, 1861.
3-6-8-9-11-13: da Commons [PD] 4: da “The story of John Smeaton and the Eddystone Lighthouse, 1876
14: foto © Sheila Tarleton [CC-BY-SA-2.0] da geograph.org.uk.
15: foto © Christine Matthews [CC-BY-SA-2.0] da geograph.org.uk
16: Library Of Congress [PD] 17: Pline, 2005 [PD] Commons
18: da Encyclopædia Britannica (11ª edizione), volume XVI (Project Gutenberg)
19: Jerzystrzelecki, 1998 [CC-BY-3.0] Commons

Over de auteur

Silvio Dell'Acqua

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Fondatore, editore e webmaster di Laputa. Cultore Italiano di Storia della Croce Rossa Internazionale (CISCRI). Le notti insonni sono fatte per scoprire vecchie ferrovie ed esotiche monorotaie, progetti perduti di un futuro che non è mai arrivato se non in qualche universo parallelo.