rasta

In dizionario di Silvio DellʼAcqua

sostantivo e aggettivo invariabile, può indicare:

  1. rastafariano, seguace del rastafarianesimo (o rastafari), movimento religioso nato in Etiopia negli anni ’30 del XX secolo e derivato dal cristianesimo: «Recentemente, ho visto sui muri di Parigi, un manifesto che invitava ad un raduno di rasta in onore di Hailè Sellasiè (ATF Rivista di fotografia, nº21-24, 1995); come aggettivo, caratteristico dei seguaci o simpatizzanti del rastafarianesimo (es: «movimento rasta»);
  2. per estensione, sottocultura giovanile associata alla musica reggae e ispirata ai canoni estetici del rastafari (es: «sottocultura rasta») e/o i singoli membri (es: «i rasta»); come aggettivo, relativo alla stessa (es: «abbigliamento rasta», «musica rasta»);
  3. per estensione o metonimia, la capigliatura a dreadlock (o dread), trecce simili a corde che si formano evitando di pettinarsi o di tagliarsi i capelli per lungo tempo oppure con altri metodi, acconciatura associata appunto alla cultura rastafariana:

Io avevo già i capelli lunghi quando sono arrivato in India, poi non li ho curati e dopo un po’ mi si sono infeltriti. Ora li chiamano capelli “rasta“, ma sono molto pre rasta.

Folco Terzani, A piedi nudi sulla terra Mondadori (2011)

Sono detti “rasta” anche le stesse trecce, o dread, che compongono tale acconciatura:

Dago aveva i capelli biondi poco curati e si radeva non più di una volta alla settimana; Il Marcio portava i rasta biondi e la barba incolta.

Michele Lancellotti, Il demone di Alessandro (2013)

Origine

Il termine rasta, attestato in inglese dal 1955 come aggettivo, e dal 1962 come sostantivo, è l’abbreviazione di rastafari, e designava in origine i seguaci del rastafarianesimo. A sua volta rastafari deriva da “Ras Tafarì”, titolo (Ras) e nome di battesimo del nobile etiope Tafarì Maconnèn (1892 — 1975), incoronato imperatore di Etiopia nel 1930 con il nome di Hailé Selassié I e secondo la tradizione etiope duecentoventicinquesimo discendente della dinastia di Salomone attraverso la linea di David, appartenente alla Tribù di Giuda. Il rastafari o rastafarianesimo nacque in Etiopia negli anni ’30 come una versione nazionalista del cristianesimo legata all’etiopismo (movimento nato agli inizi del Novecento che aveva l’obiettivo è riunire sotto la monarchia etiope tutte le popolazioni nere), poi diffuso e sviluppato ai Caraibi, e in particolare in Giamaica, in una visione anti-colonialista e anti-britannica.

Trecce spaventose

La pettinatura a dreads, precedentemente nota in sanscrito come Jaṭā, era di gran lunga preesistente al movimento rastafariano: le più antiche testimonianze la ricollegano alla civiltà minoica[1] (dal 2700 a.C. al 1400 a.C.), e più in generale al bacino del Mediterraneo (Thera e Antico Egitto). I capelli a ciocche si diffusero anche in India e in Africa, dove in molte culture sono associati alle figure dei guaritori. I rastafariani ritenevano che fosse un precetto biblico[2] e un simbolo di forza (richiamando la figura biblica di Sansone[3]);  ma furono forse anche ispirati nella scelta di questa capigliatura dai guerriglieri Mau Mau del “Kenya Land and Freedom Army” (KLFA),[4] l’esercito di guerriglieri che combatterono l’occupazione britannica del Kenya tra il 1940 ed il 1960 e con i quali i “rasta” condividevano il sentimento anti-britannico.
rastaman capoverdiano

Un rastaman capoverdiano (Nick Fewings/Unsplash)



rastaman con il copricapo detto "rastacap"

Un rastaman giamaicano con le trecce raccolte dentro l’apposito copricapo detto rastacap (foto: Bruno Henrique Baruta Barreto/Commons CC BY 2.0).

La popolarità dei capelli “rasta” si deve però in gran parte ai rastaman giamaicani: negli anni ’40 nacque infatti la House of the Youth Black Faith, un influente gruppo radicale interno al rastafarianesimo che invitava i propri membri a farsi crescere dapprima un lunga barba come segno distintivo di appartenenza al movimento. Successivamente furono estromessi i membri che portavano capelli corti, detti spregiativamente baldheads (“teste pelate”, termine con cui venivano designati anche i non-rasta) consolidando così la diffusione della capigliatura dread tra la popolazione afro-giamaicana, spesso portata all’interno di un copricapo detto rastacap.

I membri di una delle frange più separatiste (nei confronti della divisione bianchi-neri) si facevano chiamare Dreadlock, “trecce spaventose”, da cui il termine dreadlock(s) – poi anche abbreviato in dread o lock – con cui anche è nota, in inglese, questo tipo di acconciatura. La musica raggae giamaicana giocò poi un ruolo fondamentale nella diffusione della cultura rastafari dai primi anni Settanta, grazie ad artisti di fama internazionale come Bob Marley e Peter Tosh che ne veicolavano il messaggio nei propri testi, fissando definitivamente nell’immaginario collettivo l’associazione tra la capigliatura dreadlock tipica dei rastaman e il genere musicale, gettando inoltre le basi per la nascita della “sottocultura rasta”.
Bob Marley a Zurigo nel 1980

Bob Marley a Zurigo nel 1980
(Ueli Frey CC-BY-SA 3.0).



Rasta e “rastoni”

La sottocultura rasta è una sottocultura giovanile nata in Inghilterra negli anni ’60 che fà propri i canoni estetici del rastafari, caratterizzata appunto solitamente dall’acconciatura a dreadlock eventualmente raccolta nel rastacap,  da un’aspetto rude e trasandato, dal frequente ricorso ai colori della bandiera etiope (verde, giallo e rosso), dall’ascolto della musica reggae o altri generi come il soul, il rhythm and blues, lo ska giamaicano,[5] dall’uso di uno slang indio-occidentale,[6] dal consumo di cannabis e dall’avvicinamento più o meno superficiale a temi del rastafarianesimo come la propensione al misticismo, la lotta ideologica, l’emancipazione dei neri e la “missione”.

white rasta

Un white rasta a Miami (Unsplash).



I capelli rasta, simbolo più noto e riconoscibile della sottocultura rasta, sono diventati un «segno esteriore generazionale»[7] al pari di quelli di altre sottoculture (come i capelli lunghi o rasati, o taluni tipi di abbigliamento) il cui scopo è rendersi riconoscibili all’interno di un gruppo e contemporaneamente dall’esterno dello stesso, creando una barriera visibile tra il proprio gruppo e il resto della società.[6]

Gli stilemi propri della sottocultura rasta si sono diffusi quindi al di fuori del contesto originario, tra i bianchi (detti “white rasta”) e tra gli appartenenti ad altre sottoculture, in particolare quella degli hippie (la quale ha, del resto, punti di contatto con quella rasta) e dei neo-hippie finanche agli hipster. I capelli a dread si sono poi evoluti in acconciature moderne, curate e modaiole, la cui funzione è puramente estetica e scevra di qualsiasi significato distintivo. Tuttavia, i termini rasta e dreadlock, originatesi in seno al rastafarianesimo, sono rimasti la denominazione prevalente per designare questo tipo di trecce e talvolta chi le porta.

rasta urbano

Moderna acconciatura “rasta” (foto: phits_right/Pixabay).



Il rastone

In italiano popolare (soprattutto giovanile) il termine rasta ha generato anche l’accrescitivo rastone, utilizzato in modo ironico o vagamente dispregiativo per indicare una persona che porta l’acconciatura a dread e che, nell’abbigliamento e negli atteggiamenti, si rifà allo stereotipo del rastaman:

Nel centro sociale c’erano solo sette persone: Peppe Lacerenza, la sua ragazza Wendy, il Rastone, Silvietta, il cingalese Malik e due magrebini senza permesso di soggiorno.

S. D’Onofrio, ‎V. Monteventi Berretta rossa: storie di Bologna attraverso i centri sociali (Pendragon, 2011) pag. 131.

Vediamo ‘sto rastone alla fermata del bus. A chi chiedere di accendere se non a lui?

Syd B. Tekno Free Doom: Musica, rave, intrallazzi e illuminazioni mistiche (Nobook, 2015)

Differenza tra rasta e rastafariano

Mentre il termine rastafariano (in inglese rastafarian) si riferisce segnatamente ad una persona che segue i principi e la dottrina del rastafarianesimo, nel linguaggio corrente il termine rasta (e il derivato rastone) ha un uso più ampio ed è utilizzato anche per chi appartiene alla sottocultura rasta o semplicemente porta i capelli a dreadlock, senza che ciò comporti necessariamente un legame con la religione rastafari.


  1. [1]Blencowe, Chris. YRIA: The Guiding Shadow. Sidewalk Editions, 2013. p. 36. ISBN9780992676100
  2. [2]Nel Libro dei Numeri, Dio rivela a Mosè i precetti per i nazirei, tra i quali vi è quello di non tagliarsi i capelli:«Per tutto il tempo del suo voto di nazireato il rasoio non passerà sul suo capo; finché non siano compiuti i giorni per i quali si è consacrato al Signore, sarà santo; si lascerà crescere la capigliatura» (Numeri, 6:5).
  3. [3]Barrett, Leonard E. The Rastafarians. Boston: Beacon Press, 1997 (1ª ed 1988). Pag. 137. ISBN 9780807010396.
  4. [4]Foehr (op.cit.)
  5. [5]Bridda (op. cit.)
  6. [6]“The Right to Party”— L’irresistibile ascesa della sottocultura rave. Tesi di laurea della facoltà di mediazione linguistica presso l’Università degli Studi di Milano, su Docsity. Web.
  7. [7]La società degli individui, Vol. 4, nº 10-12, 2011. Ed. Franco Angeli. Pag. 89.
  • Bridda, Emiliano. Storia sociale delle musica giovanile. (PDF)
  • Foehr , Stephen. Risvegliarsi in Giamaica. Feltrinelli, Pag. 201.
  •  “rastafariano” in Cortelazzo, Manlio e Ugo Cardinale Dizionario di parole nuove 1964 – 1984. Torino: Loescher Editore, 1986. Pag. 143

Foto in alto: moderna pettinatura a “rasta” (Unsplash )