bric-à-brac

In dizionario, voci dal francese di Silvio DellʼAcqua

cianfrusaglie, ciarpame, paccottiglia, roba vecchia o di scarso valore destinata ad essere rivenduta. Per estensione, negozio dove si vendono tali oggetti, rigattiere, robivecchi, rivendugliolo; detto anche di arredamento eterogeneo, sovrabbondante, di gusto decadente o che ostenta raffinatezza. Ancora più in generale, un insieme eterogeneo e confusionario di cose, un ambaradàn:

…lo stato dovrebbe rassegnarsi a ricevere un bric-a-brac di pezzi di terra, di appartamenti, di macchine, di scorte, di titoli buoni e cattivi. Una confusione ed uno sconquasso indicibili…

Luigi Einaudi, Miti e paradossi della giustizia tributaria (1940).

Deriva dalla voce francese bric-à-brac di origine onomatopeica che risale al XIX secolo e si riferiva in origine alle ceramiche da collezione riccamente decorate o altri oggetti ornamentali come miniature, statuine, composizioni di fiori o piume e simili; in sequito passato ad indicare articoli di poco valore venduti nei mercati di strada. È attestato in italiano almeno dalla fine dell’800:

È diventato un bric-a-brac di curiosità bizantine e archeologiche, una illustrazione della moda, un boudoir, un’alcova, e qualche volta anche un parc aux cerfs della letteratura…

da Nuova antologia di scienze, lettere ed arti – Volume 9, 1887 – Pagina 568


Foto sopra: 2016, “The Depot at Gibson Mill, Concord, United States” , 2016 J. Quaynor/Unsplash