viaggio in Albania

Viaggio in Albania e Montenegro

In Viaggi di Andrea Panigada

23 giugno 2017: Scutari — Tirana

Sereno e afoso. Dopo una vigorosa colazione compresa nel prezzo della stanza, usciamo per visitare il Museo della Memoria, ovviamente dedicato alle atrocità del regime comunista, che dista qualche centinaio di metri dal nostro albergo. Il caldo e l’umidità sono quasi insopportabili, e rischio seriamente un colpo di calore. Fortunatamente siamo ormai arrivati e all’interno del museo c’è l’aria condizionata, che mi ritempra un po’. La struttura è ricavata all’interno di una delle tante prigioni non ufficiali di cui era zeppa l’Albania: solo a Scutari se ne contavano centinaia. Paghiamo il biglietto e iniziamo la visita: entriamo in una vasta sala alle cui pareti sono esposte le fotografie di tutte le vittime accertate di Hohxa. La presentazione è volutamente scenografica e, dando ovviamente per scontato il fatto che le esecuzioni e i processi sommari ci siano sicuramente stati — come ci mostra anche un video a ciclo continuo su un grande schermo appeso ad una parete, si nota che tra questi martiri ce ne sono parecchi decisamente compromessi con il nazifascismo, alcuni, soprattutto tra i militari, addirittura grottescamente imitanti il taglio di capelli e la foggia dei baffetti di Hitler.
Museo della memoria di Scutari.

Museo della memoria di Scutari: le vittime del regime di Hohxa.

Passiamo poi in un corridoio vuoto che immette in una sala in cui sono conservati i manufatti dei detenuti nei campi di lavoro. Ci sono documenti inerenti centinaia di persone detenute per anni (secondo alcune fonti, circa un terzo della popolazione albanese ebbe questa sorte), spesso senza nemmeno essere incriminate, e abbondano le storie di coloro che sono stati uccisi tentando la fuga. Da qui si passa in un corridoio buio (gli interruttori della luce non funzionano) su cui affacciano le celle in cui sostavano coloro che erano sottoposti agli interrogatori della Sigurimi, la temibile polizia segreta: buchi di due metri per due con una feritoia da cui far entrare aria e luce. In fondo, la ricostruzione della camera degli interrogatori, con tanto di magnetofono e arredamento d’epoca. Nel museo non c’è altro e l’impressione generale è, tanto per cambiare, quella di un cantiere aperto. La ricostruzione storica lascia piuttosto a desiderare e sembra che il tutto sia costruito ad uso e consumo dei turisti più che per ripercorrere seriamente la lunga storia del governo di Hoxha. È mia opinione personale che almeno in parte ciò dipenda dal fatto che quello albanese è stato oggettivamente il più oppressivo, grigio e asfissiante dei regimi dell’Europa Orientale e che non ci sia, almeno per il momento e forse anche comprensibilmente, la volontà di riaprire ferite che non si sono ancora rimarginate e che sono ben vivide nella memoria collettiva.

Usciamo e raggiungiamo l’automobile per recarci sul lungolago. Io continuo a non stare affatto bene e cedo volentieri il volante a Caterina. Costeggiamo il grande specchio d’acqua per un tratto piuttosto lungo: il paesaggio merita e l’acqua è indubbiamente molto pulita. Caterina vorrebbe fermarsi e fare un bagno; io però non me la sento e oltretutto sarebbe il caso di mangiare qualcosa, visto che ormai è pomeriggio inoltrato, per poi proseguire per Tirana, che dista circa 100 chilometri.

Lago di Scutari

Lago di Scutari: dalla riva.

Ci infiliamo in uno dei tanti locali sulla riva e mangiamo sotto una tettoia fresca e ventilata mentre il lago sciaborda sotto le assi del pavimento. Ancora una volta la scelta è fra pasta e pizza, e ancora una volta Caterina opta per la pizza. Io non ho appetito e mi accontento di sbocconcellare una fetta della sua. Ripartiamo con l’intenzione di visitare il castello di Scutari, un’antica rocca posta fuori città, ma l’idea di arrampicarci sotto il sole battente sulla pietraia da percorrere per raggiungerlo ci fa desistere e ci accontentiamo di guardarcelo bene da sotto le mura.

Castello di Scutari

Castello di Scutari.

Riprendiamo l’auto in direzione Tirana: i chilometri corrono via piuttosto monotoni e io approfitto del fatto che a guidare sia Caterina per riposarmi un po’. Mi risveglio alle porte della città: il posto è triste come tutte le periferie, ma mi balza all’occhio l’impressionante numero di mobileri presenti: si tratta di magazzini che vendono non solo mobili, come potrebbe far pensare il nome, ma tutto ciò che può servire per rendere una casa abitabile. Facciamo letteralmente a gara a chi ne conta di più e arriviamo tranquillamente ad una cinquantina, il che mi fa pensare che forse, ogni tanto, i cantieri costruiscano effettivamente qualcosa e poi chiudano pure. Al di là della battuta è un’ulteriore prova della fase di esplosiva e incontrollata espansione del settore edilizio che, come già accennato, è uno dei problemi più gravi dell’Albania d’oggi.

Affrontato di nuovo il tentacolare traffico cittadino, troviamo il nostro albergo non senza difficoltà e saliamo in camera: è piccola e molto, molto pacchiana, tanto da recare in bella mostra una gigantografia di Boy George (mi sto ancora interrogando sul sadismo verso la clientela dimostrato da una scelta del genere). I colori sfacciati della tappezzeria rendono ancora più angusti gli spazi e si fatica a trovare posto per stipare il nostro pur esiguo bagaglio. Non è possibile farsi una doccia senza allagare il bagno e parte della stanza. Ci riproponiamo, nel caso ripassassimo per Tirana, di aumentare un po’ il budget di spesa per trovare una sistemazione meno scomoda.

Usciamo per cena. Caterina ha individuato nelle vicinanze un ristorante tipico a gestione familiare e non vede l’ora di provarlo. Pochi passi a piedi e ci troviamo in una casa privata adibita ad uso pubblico. Veniamo fatti accomodare all’interno, perché i tavolini esterni sono tutti occupati. Buon segno. Agnello alla griglia, melanzane ripiene e di nuovo quella gustosissima torta salata all’aneto: piatti a cui ormai siamo abituati, ma decisamente ben cucinati, accompagnati da un buon vino rosso locale. Dopo l’immancabile yogurt con noci e miele, chiedo del raki: ce n’è una selezione davvero notevole, naturalmente tutta fatta in casa, e provo quello alla prugna, che trovo molto simile allo slivovitz.

Melanzane ripiene

Melanzane ripiene.

Il caldo non dà tregua, ma non rinunciamo a farci un giro nell’enorme piazza Skanderbeg (intitolata all’eroe nazionale albanese), salotto buono della città, appena risistemata. Lastricata con pietre simbolicamente provenienti da tutti i territori albanesi è anche il polmone verde di Tirana. Vi si affacciano i ministeri, il municipio, la moschea, il Palazzo della Cultura, il Museo Nazionale e i grandi alberghi internazionali. Una maestosa fontana lancia getti d’acqua colorati, mentre al centro sventola una gigantesca bandiera albanese. Concludiamo la serata concedendoci il lusso di due caffè al Tirana International Hotel.



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