Belgian Commandos in Training in Britain, 1945

Fuoco incrociato: la storia della "X–Troop" e dei "British Free Corps"

In Militaria, Storia di Luca Marini

Belgian Commandos in Training in Britain, 1945

Ancora oggi, a settant’anni dalla fine della seconda guerra mondiale, poche persone sanno che in seno al commando No. 10 dell’esercito britannico operò la “X Troop”, composta quasi interamente da cittadini tedeschi e di altri Paesi dell’Asse (in particolare Austria ed Ungheria) che avevano trovato asilo a Londra per sfuggire alle persecuzioni naziste, perché di religione ebraica.[1] Ebrei e traditori del Reich: è quindi comprensibile che, per evitare di essere riconosciuti in caso di cattura, i componenti della “X Troop” adottarono noms de guerre e si costruirono un passato fittizio nelle forze armate britanniche. Durante il conflitto pochissimi funzionari del War Office di Londra ebbero accesso ai documenti riguardanti l’identità dei componenti della “X Troop”, documenti che, mutato l’equilibrio delle alleanze post–belliche, furono distrutti nel 1946 allo scopo dichiarato di impedire agli agenti sovietici l’identificazione degli ex componenti dell’unità provenienti dai Paesi dell’Est europeo.[2] Se l’identità di alcuni componenti della “X Troop” è rimasta avvolta nel mistero, è certo invece che la composizione di questa unità fu assai eterogenea: accanto a veterani della guerra di Spagna che avevano già combattuto contro i nazi–fascisti, vi erano reduci dai campi di concentramento di Dachau e di Buchenwald ed anche un aristocratico austriaco che era stato compagno di scuola di Filippo di Mountbatten (il Duca di Edimburgo, marito della Regina Elisabetta II d’Inghilterra).[3]

Uomini della No. 6 Polish Troop in esercitazione, Scozia 1943. Notare i distintivi del No.10 Commando, polacchi e delle Operazioni Combinate

1. Scozia, 1942: uomini della “No. 6 Polish Troop” britannica in esercitazione. Notare il distintivo del “Nº 10 Commando” e delle “Combined Operations”, oltre alla dicitura “Poland” (Polonia).

I soldati della “X Troop” (talvolta indicata come “Jewish Troop” e, dal 1944, formalmente ridenominata “Miscellaneous Troop”) furono addestrati non soltanto per operazioni di incursione e sabotaggio, al pari degli altri commandos, ma anche per azioni di spionaggio, di controspionaggio e di intelligence. Essi parteciparono sia a raids dietro le linee nemiche (operazione Jubilee a Dieppe, operazioni Forfar, Hardtack e Tarbrush sulle coste della Normandia in preparazione dello sbarco alleato) che a campagne militari di ampia portata nell’intero teatro europeo di operazioni (lo sbarco in Sicilia, lo sfondamento della Linea Gustav sui fiumi Sangro e Garigliano, l’avanzata nelle paludi di Comacchio, lo sbarco e la battaglia di Normandia, la liberazione dei Paesi Bassi, il passaggio del Reno e l’occupazione della Germania). In particolare, la conoscenza della lingua, delle armi e delle unità dell’esercito tedesco permise ai componenti della “X Troop” — spesso distaccati presso altre unità di commando e di forze speciali — di realizzare le più rischiose azioni di ricognizione, volte a saggiare la resistenza della Wermacht in determinati settori o a catturare ed interrogare specifici individui.[4] Cessate le ostilità in Europa, i componenti della “X Troop” furono impiegati dalle Commissioni militari alleate di occupazione della Germania per snidare le ultime cellule della resistenza nazista (i famigerati “lupi mannari”), tradurre documenti segreti, rintracciare criminali di guerra e denazificare l’industria tedesca. Come è intuibile, molti aspetti di queste operazioni non saranno mai resi noti.

Dei 130 uomini che militarono nella “X Troop” fino al settembre 1945, quando l’unità fu sciolta, 43 di essi furono uccisi o feriti in combattimento. Ed è singolare che i caduti della “X Troop” siano seppelliti quasi sempre sotto croci latine, anziché sotto la stella di David: le loro tombe si trovano nei cimiteri di guerra di Barmouth (Inghilterra), Minturno (Italia), Bayeux, Ranville e Hermanville (Francia), Becklingen e Reichswald Forest (Germania), Bergen Op Zoom e Groesebeek (Olanda), ma per tre di essi il luogo di sepoltura resta ignoto. Finita la guerra, molti dei superstiti della “X Troop” acquisirono la cittadinanza inglese – cambiando identità per la terza volta nella vita – e si dispersero tra l’Inghilterra, l’Europa, il Commonwealth e gli Stati Uniti d’America. Il loro eroismo ed il loro sacrificio sono ricordati da una stele eretta ad Aberdovey, nel Galles, e da un bosco di lecci piantato ad Ashton Wold, nel Northamptonshire, da Dame Miriam Rothschild, moglie di un ufficiale della “X Troop”, il tenente George Lane (l’ungherese Georg Lanyi).[5]

Penhelig Park, Aberdovey: targa in memoria della "(No. 3) X Troop".

2. Targa in memoria della “(No. 3) X Troop” a Penhelig Park, Aberdovey (Galles).

Per una straordinaria coincidenza, come se ne verificano solo durante congiunture straordinarie, la creazione della “X Troop” si sovrappose al progetto dell’Oberkommando der Wehrmacht (l’Alto comando tedesco) di creare un’unità composta interamente da soldati inglesi e del Commonwealth britannico da inquadrare nelle truppe combattenti delle SS, le Waffen SS. Le premesse del “British Free Corps” (come fu ufficialmente denominata tale unità a partire dal gennaio 1944, anche se nei documenti ufficiali tedeschi essa viene indicata anche come “Britisches Freikorps”) vanno fatte risalire al progetto di “Legione britannica di San Giorgio” ideata in funzione anti–bolscevica da John Amery (1912 — 1945). Figlio di un membro del Parlamento e ministro del governo Churchill, di origini ebree ed ungheresi da parte materna, Amery aveva abbracciato la dottrina nazi–fascista ed aveva partecipato alla guerra civile spagnola dalla parte dei franchisti, guadagnando una decorazione in qualità di ufficiale addetto al collegamento con il Corpo Truppe Volontarie italiane. Trasferitosi successivamente nella Francia di Vichy, nell’autunno del 1942 Amery fu condotto in Germania per esporre ad Hitler il suo progetto di “Legione britannica” in funzione anti-comunista. Hitler rimase favorevolmente impressionato dal progetto e propose ad Amery di restare in Germania quale ospite del Reich. In questa veste, Amery partecipò ad una serie di trasmissioni radiofoniche destinate all’Inghilterra e cominciò ad arruolare volontari per la “sua” Legione, ma gli scarsi risultati conseguiti (appena quattro volontari reclutati tra il gennaio e l’ottobre del 1943) indussero le autorità militari tedesche a disfarsene.[6]

Membri del "British Free Corps" della Waffen SS:, Kenneth Berry e Alfred Minchin, con ufficiali tedeschi nell'aprile del '44.

3. Membri del “British Free Corps” delle Waffen–SS:, Kenneth Berry e Alfred Minchin, con ufficiali tedeschi nell’aprile del ’44.

Dopo l’uscita di scena di Amery, l’Oberkommando der Wehrmacht tentò in diversi modi di sollecitare le adesioni al “British Free Corps” (BFC), sia istituendo appositi campi di prigionia (“Holiday Camp” o “Propaganda Camp”), che ricorrendo a misure di intimidazione e di coercizione. Fatto è che numerosi prigionieri britannici, anche appartenenti ad unità di solide tradizioni militari, ad unità speciali o di commando (quali il Long Range Desert Groupe lo Special Air Service), domandarono di aderire al BFC, sia per la prospettiva di un migliore trattamento sia, in qualche caso, per convinzioni politiche, e che le autorità naziste poterono permettersi addirittura di respingere alcune domande di adesione (come nel caso di quelle presentate da sei prigionieri australiani di etnia maori). Si è parlato di un numero di domande compreso tra 300 e 1.100 ed infatti, alla fine del 1943, fu ordinata la produzione di 800 distintivi nazionali britannici da apporre sulle uniformi da campo tedesche: il leone di San Giorgio sulle mostrine del colletto, l’Union Jack e la fascia “British Free Corps” sulla manica sinistra della giubba. In ogni caso, la consistenza del BFC rimase assai variabile (e probabilmente non superò mai le 25 unità), anche perché il corpo di volontari britannici conobbe numerose e continue defezioni: alcuni componenti chiesero a più riprese di tornare nei campi di prigionia; altri tentarono la fuga durante il tragico bombardamento alleato di Dresda del 12 febbraio 1945; altri ancora ottennero di unirsi ad unità non combattenti (corpi di sanità, polizia militare); due di essi, divenuti corrispondenti di guerra della SS-Standarte Kurt Eggers, si consegnarono agli Alleati in Belgio, dopo aver rimosso i distintivi britannici dalle uniformi. Ci fu anche chi tentò di sabotare il BFC dall’interno: nella primavera del 1944, per evitare che l’unità raggiungesse la consistenza del plotone di fanteria (30 uomini) e che fosse aggregata ad una divisione di volontari scandinavi delle Waffen–SS in partenza per il fronte (la divisione “Wiking”), un componente chiese, insieme ad altri da lui sobillati, di tornare ai rispettivi campi di prigionia; incriminato per ammutinamento nel giugno 1944, fu rinchiuso in un campo di concentramento da cui evase nel novembre 1944 per raggiungere le linee sovietiche ed essere rimpatriato nel marzo 1945 (ed infine decorato con la Distinguished Conduct Medal).[7]

Tunica dell'uniforme del "British Free Corps"

4. Tunica dell’uniforme del “British Free Corps” delle Waffen–SS, con il grado di Untersturmführer (riproduzione).

Qualunque siano stati il numero e la stessa identità dei componenti del BFC, è certo che il corpo di volontari britannici fu organizzato sul modello del plotone di fanteria tedesca e che rimase soggetto a comandanti tedeschi,[8] anche se i suoi componenti non erano tenuti a giurare fedeltà al Führer, non erano soggetti al codice militare tedesco di guerra e non erano gravati dall’obbligo del tatuaggio imposto alle SS (ciò che facilitò nel dopoguerra il rientro nell’anonimato per molti di essi). Inoltre, i componenti del BFC ricevettero l’assicurazione che avrebbero ricevuto un trattamento economico equivalente a quello di un soldato tedesco di pari grado e che non avrebbero partecipato ad operazioni militari contro l’Inghilterra (o contro Paesi del Commonwealth), né ad operazioni di intelligence.[9] In realtà, dal punto di vista operativo, il “British Free Corps” condusse un’esistenza piuttosto incerta, perché passò da un campo di addestramento ad un altro, senza partecipare ad alcuna azione bellica, e di fatto fu ridotto a strumento della propaganda nazista. Dopo un breve periodo passato a Pankow, vicino Berlino, il primo acquartieramento dell’unità fu il convento di Hildesheim, sede del Centro di studi nordici delle SS. Nell’ottobre 1944, il BFC fu trasferito a Dresda, presso il campo di addestramento dei genieri d’assalto e pionieri d’arresto delle Waffen–SS, sotto il comando dell’SS–Obersturmführer (colonnello delle SS) Walter Kuhlich. All’inizio del 1945, l’unità fu trasferita a Niemeck, nei pressi di Berlino, quindi a Stettino (dove, per la prima volta, si trovò sotto il fuoco nemico, senza peraltro subire perdite) ed infine, nel marzo 1945, fu aggregata alla 3° compagnia del battaglione esplorante della 11a Freiwilligen–Panzergrenadieren–Division Waffen–SS “Nordland” (composta da volontari scandinavi ed olandesi) di stanza a Grussow, di fronte alle linee sovietiche. Tuttavia, il BFC non prese parte ad alcun combattimento e, quando la divisione “Nordland” venne chiamata a Berlino per tentare l’ultima difesa della città, alla metà dell’aprile 1945, il comandante della divisione, SS–Brigadeführer (generale delle SS) Joachim Ziegler, decise di lasciare il BFC ad Angermunde, presso il comando della divisione stessa. Il British Free Corps fu quindi ricondotto prima a Templin e poi a Neustrelitz, dove servì come unità di trasporto e servizi presso il quartier generale della IX SS–Panzer Armee, ed infine, tra il 29 aprile ed il 2 maggio 1945, i suoi componenti furono catturati nei pressi di Schwerin dai soldati americani della Nona armata. È probabile che dietro la decisione di ritirare l’unità dal fronte ci fosse anche la preoccupazione, da parte dei comandanti tedeschi più consapevoli dell’imminente disfatta, di sfuggire alle pene previste dalle norme del diritto bellico che vietano di utilizzare in combattimento i prigionieri di guerra: i componenti del BFC, infatti, erano ancora qualificati come tali e ricevevano regolarmente i pacchi della Croce Rossa Internazionale. Terminato il conflitto, la maggior parte dei superstiti del BFC subì condanne a pene detentive (l’unica condanna a morte, a carico di uno dei leader del BFC, Thomas Cooper alias Tom Boettcher, figlio di madre tedesca e decorato sul fronte orientale, venne commutata in ergastolo), uno — rimasto fedele al suo ruolo — fu implicato in azioni di spionaggio nella Germania orientale e fu arrestato dai russi nel 1946, mentre altri semplicemente svanirono nel nulla.

Le vicende descritte costituiscono lo sfondo del romanzo “X Troop” Il commando segreto di Churchill di Luca Marini (ESSPI Edizioni, Roma 2016); un romanzo che riguarda fatti realmente accaduti e personaggi che militarono effettivamente nelle due unità, anche se nel teatro di guerra la “X Troop” ed il “British Free Corps” non si scontrarono mai: la prima impiegata in missioni di incursione, sabotaggio ed intelligence nell’intero teatro europeo di operazioni, il secondo ridotto a strumento della propaganda nazista sul fronte orientale. Una storia di guerra che vede protagonisti un ebreo tedesco che, costretto a rinunciare alla propria identità, combatte per gli inglesi, sotto la copertura di un nome e di una fede fittizi, ed un membro dell’establishment inglese che, deciso a battersi per un ideale, si schiera dalla parte dei tedeschi mantenendo orgogliosamente i segni distintivi della propria classe, ma con un segreto da nascondere. Tra loro un figlio che scoprirà, settant’anni dopo la fine della guerra, il coraggio dell’identità.

Note

  1. [1]Il commando No. 10 dell’esercito britannico era un commando inter–alleato interamente composto da soldati provenienti dai Paesi sconfitti ed occupati dalla Germania nazista, e cioè Polonia, Cecoslovacchia, Danimarca, Norvegia, Lussemburgo, Belgio, Paesi Bassi, Francia, Iugoslavia e Grecia. L’idea di costituire un’unità di questo genere era stata formulata per la prima volta da un ufficiale di marina della Francia libera, Philippe Kieffer, all’indomani del raid sulle isole Lofoten compiuto nel marzo 1941 dai commandos britannici No. 3 e No. 4. In seguito, l’idea di Kieffer fu fatta propria dal comandante delle Combined Operations, Lord Louis Mountbatten, ed il Commando No. 10 fu effettivamente costituito nel luglio 1942. Al suo interno, la “X Troop” costituiva la Troop No. 3, le altre Troop essendo composte nel modo seguente: la No. 1 da francesi (“French Troop”); la No. 2 da olandesi (“Dutch Troop”); la No. 4 da belgi (“Belgian Troop”); la No. 5 da norvegesi (“Norvegian Troop”); la No. 6 da polacchi (“Polish Troop”); la No. 7 da sloveni, anche di lingua italiana, e da greci (“Mediterranean Troop”); la No. 8 ancora da francesi. La consistenza organica di ogni Troop, in teoria pari a quella di una compagnia di fanteria, variava dai 20 ai 130 uomini.
  2. [2]Infatti, oltre agli ungheresi cui si è già accennato, nella “X Troop” militarono numerosi cecoslovacchi ed anche un russo.
  3. [3]Le principali fonti di informazioni sull’identità dei componenti della “X Troop”, in particolare per quanto riguarda i caduti in combattimento, sono costituite dagli elenchi compilati nell’aprile del 1944 dal capitano (poi maggiore) Bryan Hilton–Jones, primo comandante della “X Troop”, elenchi in seguito ripresi dalla Commonwealth War Graves Commission. Si vedano, inoltre, Ian Dear, Ten Commando 1942–45, Pen & Sword, 1987; Michael Arton, One Day in York, Hazelwood Press, 1989; Peter Masters, Striking Back – A Jewish Commando’s War against the Nazis, Presidio Press, 1997; Nick van der Bijl, No. 10 (Inter-Allied) Commando 1942–45, Osprey Publishing, Oxford, 2006.
  4. [4]In particolare, i componenti della “X Troop” furono distaccati presso i Royal Marines, la Small Scale Raiding Force (anche nota come Commando No. 62, l’unità posta alle dirette dipendenze dell’organizzazione incaricata di pianificare le azioni di spionaggio, incursione e sabotaggio nell’Europa occupata dai nazisti, e cioè lo Special Operations Executive–SOE), lo Special Boat Squadron (l’unità di commando creata nel luglio 1940 per realizzare incursioni dal mare e perciò dotata di kayak) e lo Special Air Service (l’unità di commando creata nel luglio 1941 per operare dietro le linee tedesche in Nord Africa, ma che in seguito trovò proficuo impiego anche in Francia, Belgio, Olanda e nella stessa Germania).
  5. [5]Anche Miriam Rothschild (1908 — 2005) era ebrea e di ascendenza ungherese da parte materna: la madre, infatti, nata von Wertheimstein, apparteneva alla prima famiglia ebrea d’Europa insignita di un titolo nobiliare.
  6. [6] In seguito Amery raggiunse l’Italia e aderì alla Repubblica di Salò. Catturato da partigiani italiani a Milano nell’aprile 1945, fu consegnato agli inglesi, condannato a morte e giustiziato. Sulla sua vita, cfr. il volume di Ronald Harwood, An English Tragedy, Faber & Faber, 2008. Va detto, comunque, che Amery non fu né il primo né l’unico cittadino britannico a passare dalla parte della Germania nel corso della guerra. Il più famoso “rinnegato” fu senz’altro lo speaker radiofonico William Joyce, noto come “Lord Haw Haw”, ma un numero incerto di cittadini britannici prestò servizio presso unità tedesche durante il conflitto: alcune fonti parlano della presenza, già nel 1940, di soldati inglesi nella 3a SS–Panzer Division “Totenkopf” e nei reparti di artiglieria contraerea della 1a SS–Panzer Division “Leibstandarte SS Adolf Hitler” (due di essi, in particolare, furono insigniti della croce di ferro di seconda classe: la loro storia è raccontata nel libro di Willi Baldig–Gerhard Kiebuth–Reinhold Sellner–Karl Wortmann, Gefaehrten Unser Jugend. Die Flak–Abteilung Der Leibstandarte, Schütz, Preussisch Oldendorf, 1984). E’ certo, in ogni caso, che alcuni sudditi britannici parteciparono sia a campagne di guerra che ad azioni di sabotaggio e spionaggio per conto dei tedeschi (uno, ferito sul fronte orientale, fu l’unico cittadino inglese a guadagnare sul campo una decorazione tedesca al valor militare; un altro, paracadutato in Inghilterra, fu scoperto e giustiziato nel marzo 1944), come del resto è certo che molti altri europei si arruolarono nelle Waffen–SS per contrastare l’espansione bolscevica ad Ovest: tra questi, particolarmente famosi furono i francesi della 33a SS Waffen–Grenadieren–Division “Charlemagne” (gli ultimi “nazisti” a difendere Berlino dai russi) ed i belgi, gli olandesi e gli scandinavi della 5a SS–Panzer–Division “Wiking”.
  7. [7]Le principali fonti di informazioni sul BFC sono costituite dal libro di Adrian Weale, Renegades. Hitler’s Englishmen, Pimlico, 2002, anche se la prima testimonianza letteraria dell’esistenza dell’unità è quella offerta da Jack Higgins in La notte dell’aquila, Garzanti, 1975, da cui, nel 1977, è stato tratto il film omonimo di John Sturges, con Michael Caine, Donald Sutherland e Robert Duvall. Si noti che, mentre oggi è relativamente facile reperire informazioni sulla nazionalità e sull’identità – reali o presunte – dei componenti del BFC, in passato l’esistenza stessa dell’unità è stata spesso negata o sottaciuta: ad esempio, la trasposizione cinematografica de La notte dell’aquila omette il personaggio dell’ufficiale inglese che, nel romanzo di Higgins, è un componente del BFC aggregato all’unità di paracadutisti tedeschi inviata in Inghilterra con l’incarico di uccidere Winston Churchill. E in effetti del BFC hanno fatto parte, sia pure per un breve periodo di tempo, due ufficiali: uno fu subito ricoverato per disturbi mentali e rimpatriato; l’altro, un commando proveniente dallo Special Air Service, dopo la guerra fu assolto dall’accusa di tradimento, ma in seguito fu condannato per furto e congedato dall’esercito. In ogni caso, l’identità e la sorte di molti componenti del BFC è e resterà avvolta dal mistero, complice il diffuso ricorso a noms de guerre e la distruzione degli archivi tedeschi: le versioni oggi più accreditate parlano della presenza discontinua di una cinquantina di individui (prevalentemente inglesi, ma anche sudafricani, australiani e neozelandesi), tra cui alcuni Volksdeutch (uno, figlio di padre inglese e di madre tedesca, si trovava in Germania allo scoppio delle ostilità e si era arruolato nelle Waffen–SS; l’altro, acquisita la cittadinanza tedesca nel 1932, era diventando esperto in “British Affairs” presso le SS) ed altri di nazionalità incerta (probabilmente canadesi). L’elenco dei componenti del BFC reperibile su internet indica comunque che cinque di essi, nel 2016, sono ancora vivi.
  8. [8]Primo comandante dell’unità fu l’SS–Hauptstumrführer (capitano delle SS) Johannes Roggenfeld, nato negli Stati Uniti d’America da genitori tedeschi e, quindi, cittadino statunitense. A Roggenfeld successe, nel novembre 1943, l’SS–Hauptstumrführer Hans Werner Roepke, che aveva vissuto in Inghilterra prima della guerra.
  9. [9]Per accedere a tale trattamento, ciascun componente dell’unità era tenuto a pronunciare la seguente dichiarazione: «I [name], being a British subject, consider it my duty to offer my service in the common European struggle against Communism, and hereby apply to enlist in the British Free Corps».

Bibliografia

Immagini

In alto: esercitazione della “(No. 4) Belgian Troop” del No. 10 Command, Inghilterra 1945. Imperial War Museum.

  1. Scozia, 1943 [PD] Polish government in Exile — Ministry of Information War Photo Service, da Perepeczko, Andrzej Komandosi w akcji (Commandos in action) Gdańsk, 1978 (Commons).
  2. Penhelig Park, Aberdovey (Galles) [fair useCommons.
  3. Aprile 1944 [PD] Commons.
  4. 2007 [PD] Commons.
Over de auteur

Luca Marini

Professore di ruolo di diritto internazionale nell’Università di Roma “la Sapienza”, è autore di oltre 120 pubblicazioni scientifiche. La sua attività di ricerca riguarda principalmente il diritto dei conflitti armati, i diritti umani ed il biodiritto: in quest’ultimo ambito ha ricoperto numerosi incarichi, tra cui quello di Vice presidente del Comitato Nazionale per la Bioetica della Presidenza del Consiglio dei Ministri. E’ stato inoltre coordinatore scientifico nazionale di PRIN ed è stato insignito dalla Commissione europea di una Cattedra Jean Monnet e di due Cattedre Jean Monnet “Ad Personam”. Qualche anno fa, convintosi anche della necessità di non sottrarre braccia all’agricoltura, ha rilevato una antica “masseria di pecore” e fa il contadino nel tempo libero.