Traditori e patrioti: Arminio e Giorgio Castriota Scanderbeg

In Storia di Luca Marini

La vittoriosa avanzata di Arminio (Der siegreich vordringende Hermann)

1- La vittoriosa avanzata di Arminio (Der siegreich vordringende Hermann) Peter Janssen, 1873.

 Vare, Vare, redde mihi legiones

 Varo, Varo, rendimi le mie legioni

Così, nel settembre del 9 d.C., Augusto lamentava la sconfitta di tre legioni — oltre a 6 coorti di fanteria e 3 ali di cavalleria ausiliarie, per un totale di oltre 20.000 uomini — subita nella selva di Teutoburgo, nei pressi dell’altura denominata Kalkriese, non lontano dall’odierna Osnabrück.[1]

Provincia romana di Germania ai tempi di Publio Quintilio Varo (7-9 d.C.)

2 – Provincia romana di Germania ai tempi di Publio Quintilio Varo (7-9 d.C.)

Artefice di quella sconfitta fu Arminio, duce dei Cherusci,[2] il cui nome (“Irmin”, grande; dal Cinquecento in poi “Hermann”: uomo dell’esercito, guerriero per antonomasia) sarebbe stato, in seguito, sinonimo di tradimento. Ovviamente per i Romani, e solo per questi. Perché Arminio era un prefetto di coorte dell’esercito romano — l’equivalente, oggi, di un comandante anziano di compagnia (nell’esercito italiano, diremmo un ufficiale inferiore con il grado di capitano o di primo capitano) — e dunque un ufficiale di provata qualità ed esperienza. Figlio di un capo dei Cherusci, Arminio acquisì la cittadinanza romana intorno ai venti anni, venne ammesso nell’ordine equestre, militò nelle legioni romane, combatté per Roma e finì per tradire la fiducia di Roma attirando le legioni del governatore provinciale Publio Quintilio Varo — che si suicidò per il disonore della sconfitta — nella sanguinosa imboscata sulle alture di Kalkriese, oggi sito privilegiato per ricerche di archeologia militare.

3 – L’Hermannsdenkmal (Monumento di Arminio) a Detmold, nel Land Renania Settentrionale-Vestfalia, realizzato tra il 1838 ed il 1875 su progetto di Ernst von Bandel.

Diversamente, agli occhi delle tribù germaniche di allora e della gente tedesca di poi, Arminio/Hermann è stato ed è un eroe nazionale, anzi il primo ed il più importante degli eroi nazionali: la sua figura potrebbe aver fornito le basi per l’elaborazione del mito di Sigfrido e della Nibelungenlied e, milleottocentocinquantasei anni dopo la sua morte, nel 1875 l’Impero tedesco ne ha celebrato il merito di fondatore dell’identità nazionale con l’inaugurazione di un imponente monumento di arenaria e lastre di rame alto quasi 54 metri, l’Hermannsdenkmal (letteralmente, monumento ad Arminio), in prossimità del luogo dove fu combattuta e vinta la battaglia contro Varo. Non è un caso che l’Hermannsdenkmal, sopravvissuto alle due guerre mondiali, sia rivolto a fronteggiare la Francia e che la spada di Arminio (lunga, da sola, 7 metri) rechi la scritta «Deutsche Einigkeit Meine Stärke» (La mia forza è la Germania unita); ciò che, sia detto senza pruderie, ancora oggi suscita qualche apprensione. In ogni caso, almeno per Arminio, il tradimento (o il patriottismo) non fruttò grandi tributi, visto che il duce dei Cherusci, come registra Tacito negli Annali (II, 88), «ebbe a suo sfavore l’amore per la libertà del suo popolo e, assalito con le armi mentre combatteva con esito incerto, cadde tradito dai suoi collaboratori».[3]

Tomba di Arminio, nel dipinto Tomba degli antichi eroi (Grabmale alter Helden) di Caspar David Friedrich, 1812

4 – Tomba di Arminio, nel dipinto Tomba degli antichi eroi (Grabmale alter Helden) di Caspar David Friedrich, 1812

Se Arminio non avesse tradito Roma, probabilmente la Germania sarebbe stata sottomessa e “romanizzata” (al pari della Gallia e della Hispania) e la storia europea avrebbe preso un’altra piega. La disfatta di Varo, invece, suggellò la rinuncia di Roma ad occupare la Germania e cristallizzò i confini dell’Impero sul Reno, lasciando alle tribù germaniche quella libertà di manovra che avrebbe permesso loro, più o meno direttamente, quattrocentocinquantotto anni dopo, di determinare il crollo dell’Impero romano d’Occidente. La vicenda di Arminio, per quanto singolare, non è però unica, perché, in un’epoca ed in un contesto differenti, un altro personaggio celebre è passato per traditore agli occhi di alcuni e per patriota agli occhi di altri; e perché anche le sue vicende personali hanno inciso in modo significativo sul corso della storia europea. Il riferimento è a Giorgio Castriota, detto Scanderbeg, l’Atleta di Cristo. Gli “Atleti di Cristo” sono oggi (chi scrive lo ha scoperto consultando internet) sportivi professionisti di varie discipline che si riconoscono nella fede cattolica: tra di essi calciatori e piloti di Formula 1, che, si sa, occupano una posizione apicale nella società contemporanea. Eppure, tutti costoro devono rassegnarsi all’idea di essere stati preceduti da un personaggio di altri meriti, su misura del quale la qualifica di “Atleta di Cristo” fu coniata oltre seicentocinquanta anni fa da Papa Callisto III, Sommo Pontefice dal 1455 al 1458. Come detto, il personaggio in questione è Giorgio Castriota Scanderbeg ed i suoi meriti non furono sportivi, ma militari; ed anch’egli, al pari di Arminio/Hermann, è stato da taluni considerato un “traditore”.

Giorgio Castriota Scanderberg, ritratto

5 – Ritratto di Giorgio Castriota Scanderbeg agli Uffizi di Firenze, XVI secolo.

Nato nel 1405 in seno ad una delle più illustri famiglie albanesi, che maggiormente si era opposta alla penetrazione ottomana nei Balcani, Giorgio e tre suoi fratelli furono catturati quando erano ancora giovanissimi e condotti ad Adrianopoli (l’odierna Edirne) dal sultano Murad II. Qui Giorgio venne rieducato e completamente islamizzato, tanto da guadagnarsi la fiducia e la stima dello stesso sultano, che lo elevò alla dignità di un novello “Alessandro” conferendogli l’appellativo di “Iskender Beg” (da cui Scanderbeg).[4] Col tempo, Castriota, distintosi nell’uso delle armi e nella conoscenza della strategia, fu incaricato dal sultano di svolgere alcune campagne militari nell’interesse dei turchi e, in particolare, nel 1443, di riconquistare la Serbia, affrontando un esercito cristiano a maggioranza ungherese comandato da Giovanni Hunyadi (il Cavaliere Bianco, che in seguito sarebbe divenuto reggente d’Ungheria).[5] Ma la notte precedente la battaglia decisiva, Castriota —che in precedenza aveva ricevuto alcune delegazioni di albanesi che avevano fatto breccia nel suo cuore di esule — piantò in asso l’esercito ottomano e, seguito da una esigua schiera di fedelissimi, passò armi e bagagli dalla parte dei cristiani. «Io ho lasciato la falsa fede di Maometto e sono ritornato alla vera fede di Cristo», mandò a dire a Murad II e, nel giro di pochi mesi, riconquistò buona parte dell’Albania, tanto da essere acclamato, nel marzo 1444, “guida della nazione albanese”.

Battaglia di Polog, 1453. Incisione di Jost Amman, XVI secolo.

6 – Battaglia di Polog del 1453, durante le incursioni albanesi nel territorio ottomano per riconquistare: Giorgio Castriota Scanderbeg combatte Ibrahim Pasha. Incisione di Jost Amman, XVI secolo.

Come era prevedibile, Murad II non perdonò il suo ex protetto e, tra il 1444 ed il 1450, inviò contro Iskender Beg/Scanderbeg almeno cinque armate, tutte sconfitte in rapida successione dall’eroe cristiano (che non contò mai più di 20.000 uomini tra le sue schiere). Ancora più violenta fu la reazione del figlio e successore di Murad II, Maometto II, che tra il 1451 ed il 1462 inviò contro Castriota almeno sette armate, anch’esse sistematicamente sconfitte dal campione della cristianità.[6] Se a ciò si aggiunge che, nello stesso periodo, Scanderbeg fu costretto a lottare anche contro i Veneziani (alleatisi con i turchi nel timore che i reciproci scambi commerciali fossero compromessi proprio dalla “resistenza” condotta da Castriota), contro i Serbi (anch’essi in quel momento alleati dei turchi), contro i nemici del Regno di Napoli,[7] saltabeccando dai Balcani all’Italia e viceversa, ben si apprezza l’inesauribile energia che doveva animare colui che sarebbe diventato, a giusto titolo, il primo “Atleta di Cristo”. Un po’ come Epaminonda, anche Castriota morì invitto: si spense nel 1468, ad Alessio, consumato dalla malaria. Aveva sessantatré anni e per venticinque aveva corso con la maglia di Cristo, frapponendo un ostacolo insuperabile all’espansione ottomana verso l’Europa attraverso la via più diretta: i Balcani. Non è un caso che solo dopo la sua morte i turchi riuscirono a mettere piede nell’Europa centrale, arrivando ad assediare Vienna nel 1529.[8]

Monumento equestre a Skanderbeg a Tirana, Albania

7 – Monumento equestre a Scanderbeg a Tirana, Albania (foto: Diego Delso/delso.photo CC-BY-SA)

Note

  1. [1]Che i legionari di Varo fecero una gran brutta fine è attestato da Tacito negli Annali (I, 61). Secondo lo storico romano, infatti, nel 15 d.C. (e cioè sei anni dopo la disfatta romana) Germanico Giulio Cesare – allora impegnato nelle campagne militari intese a vendicare la sconfitta subita da Varo – si fece condurre sul campo di battaglia da alcuni tra i pochissimi superstiti e lì vide con i propri occhi che «nel mezzo del campo biancheggiavano le ossa ammucchiate e disperse» e che «sui tronchi degli alberi erano conficcati teschi umani» e ancora vide gli «altari su cui i Germani avevano sacrificato i tribuni ed i principali centurioni».
  2. [2]I Cherusci erano una delle tante tribù germaniche insediatesi tra la valle del Reno e le pianure della Germania nord-occidentale, nell’attuale Bassa Sassonia, tra Osnabrück e Hannover.
  3. [3]Sconfitto tra il 14 ed il 16 d.C. presso il fiume Weser da Germanico, che riuscì anche a recuperare le insegne di due delle tre legioni massacrate a Teutoburgo, Arminio entrò in conflitto con Maroboduo, altro capo germanico, e lo sconfisse sul campo di battaglia: tuttavia, come riportato da Tacito, fu a sua volta tradito e quindi ucciso, nel 19 d.C., dai suoi collaboratori.
  4. [4]Dove “Iskender” sta per Alessandro e “Beg” per Bey, rappresentativo di un titolo nobiliare. Sulla vita di Scanderbeg la bibliografia è molto vasta. Si veda, tra le opere più recenti, A. Vaccaro, Studi storici su Giorgio Castriota Scanderbeg, Argo, 2013.
  5. [5]János Hunyadi era il padre di quel Mattia Corvino che fu re d’Ungheria, re di Boemia e duca d’Austria (1458-1490).
  6. [6]Maometto II poté rifarsi dalle sconfitte subite ad Ovest solo rivolgendo l’attenzione ad Est: con la conquista di Costantinopoli, avvenuta nel 1453, il sultano pose fine alla millenaria esistenza dell’Impero romano d’Oriente.
  7. [7]Alfonso d’Aragona era un grande sostenitore di Castriota ed in cambio del suo aiuto contro gli Angioini gli concesse i feudi di Monte Sant’Angelo, di Trani e di San Giovanni Rotondo.
  8. [8]L’assedio di Vienna costituì la punta massima di penetrazione ottomana in Europa centrale. A seguito della battaglia di Lepanto (1571) e di un ulteriore, fallito assedio di Vienna (1683), i turchi dovranno rinunciare definitivamente all’espansione verso Occidente.

Immagini

  1. Peter Janssen (1844–1908), Der siegreich vordringende Hermann, 1873. Kunstmuseen Krefeld/Commons.
  2. Cristiano64 [CC BY–SA 3.0] Commons.
  3. foto: © T. Arhelger (Fotolia).
  4. Caspar David Friedrich  (1774 — 1840), Grabmale alter Helden (tomba degli antichi eroi) aka Gräber gefallenere Freiheitskrieger (tomba dei caduti per l’indipendenza) aka Grab des Arminius (tomba di Arminio). 1812, olio su tela. The Yorck Project/Commons.
  5. XVI secolo, Uffizi di Firenze (Commons).
  6. Jost Amman (incisione) da Historia e Gjergj Kastriotit Skanderbeut, traduz. di Lek Prevezi da: Franco, Demetrio. Comentario de le cose de’ Turchi, et del S. Georgio Scanderbeg, principe d’ Epyr. Venezia: Altobello Salkato, 1539.
  7. Diego Delso, Tirana 17/4/2014 [CC BY–SA 3.0] Commons.
Over de auteur

Luca Marini

Professore di ruolo di diritto internazionale nell’Università di Roma “la Sapienza”, è autore di oltre 120 pubblicazioni scientifiche. La sua attività di ricerca riguarda principalmente il diritto dei conflitti armati, i diritti umani ed il biodiritto: in quest’ultimo ambito ha ricoperto numerosi incarichi, tra cui quello di Vice presidente del Comitato Nazionale per la Bioetica della Presidenza del Consiglio dei Ministri. E’ stato inoltre coordinatore scientifico nazionale di PRIN ed è stato insignito dalla Commissione europea di una Cattedra Jean Monnet e di due Cattedre Jean Monnet “Ad Personam”. Qualche anno fa, convintosi anche della necessità di non sottrarre braccia all’agricoltura, ha rilevato una antica “masseria di pecore” e fa il contadino nel tempo libero.