Mappa dei roghi lombardi (XIV-XVI secolo)

In Folklore di Andrea Panigada

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Milano, Piazza della Vetra: 1390 e 1617: 45.457670, 9.183193
Monza: 1471: 45.584500, 9.274449
Cemmo (Capo di Ponte): 1505: 46.028257, 10.338135
Edolo: 1510: 46.180427, 10.329893
Bormio: 1930-1932: 46.466357, 10.370467
Sondrio, Prà della Giustizia (ora S.Gallo): 1673-1674: 46.477713, 10.361367

Le streghe hanno cessato di esistere quando noi abbiamo cessato di bruciarle.

Voltaire

Il mito delle streghe è l’antichissimo frutto di mescolanze tra le credenze cattoliche di immortalità dell’anima e dell’esistenza di Satana con superstizioni pagane. Già Plinio il Vecchio parla di striges, donne trasformate in uccelli, che presero fattezze umane solo nel Medioevo. Ma chi erano davvero le fattucchiere? Erano spesso delle mentecatte convinte di avere poteri malefici di vario tipo, ma ancora più spesso erano un comodo capro espiatorio per insabbiare i problemi reali. Le streghe erano in genere le donne più povere della comunità, erano “zitelle” (cioè non avevano un uomo che le proteggesse) e dovevano cavarsela come potevano, non solo millantando di saper leggere il futuro o guarire i malati, ma anche facendo nascere i bambini o evitando nascite poco desiderate. Anche signore bene e dame di sangue blu si servivano di loro, salvo poi, quando le loro richieste non potevano essere soddisfatte o le predizioni si rivelavano infauste, denunciarle come adoratrici di Belzebù e farle bruciare vive sulla pubblica piazza.

Nonostante la relazione tra diavoli e streghe sia molto presente nell’immaginario collettivo, va tuttavia precisato che spesso le fattucchiere avevano una religiosità tutta loro, in cui non si faceva nessuna esplicita rinuncia a Dio, se non ovviamente sotto le tenaglie del carnefice. Dal punto di vista strettamente numerico, le streghe lombarde erano maggiormente presenti nelle valli alpine, cioè in zone in cui la religione cattolica “ufficiale” aveva attecchito spesso in maniera solo superficiale, innestandosi su culti spesso antichissimi, primi fra tutti quelli divinatori. Nei cosiddetti “sabba” – i riti che le streghe tenevano ovviamente nella notte tra venerdì e sabato – i sacrifici rituali di animali per questa finalità si mescolavano al banchetto: religione e divertimento dovevano unirsi, perché la gioia richiamava energie positive. Si trattava quindi di una religiosità estremamente sincretica nella quale la Gran Madre d’Oriente (Madona Horiente) poteva andare tranquillamente a braccetto con Cristo, semplicemente integrato d’ufficio nella cosmogonia esistente. Tutto il resto, cioè rapporti sessuali con diavoli vari, sputi sui crocifissi, malefici per provocare pestilenze e mandare a male i raccolti, voli su manici di scopa o fili di paglia, animali morti che resuscitavano e tutto ciò che la fantasia può suggerire veniva fuori solo sotto le torture degli inquisitori, quando la malcapitata (e a volte anche il malcapitato, perché ci sono stati anche uomini bruciati per stregoneria) avrebbe confessato qualsiasi cosa pur di far cessare il tormento.

sabba_compendium_maleficarum

1 – Banchetto di un “Sabba”, incisione dal “Compendium Maleficarum” di Francesco Maria Guaccio del 1608

La Chiesa ha sempre considerato la stregoneria uno dei pericoli più gravi e la combatté in tutti i modi attraverso l’Inquisizione. Basta dire che, anche se non sono mancati i “linciaggi”, la grande maggioranza delle streghe fu giustiziata legalmente, essendo la stregoneria condannata sia dal diritto canonico che dalla giurisdizione secolare, che, per non incorrere a propria volta nella condanna di favoreggiamento dell’eresia, eseguiva le sentenze allestendo materialmente i roghi. Nei primi anni del XIV secolo, per esempio, svolse la sua attività Bernardo Gui, inquisitore domenicano reso famoso da Umberto Eco nel romanzo “Il nome della rosa” mentre la bolla papale di Innocenzo VIII del 1484 condannava la stregoneria come la peggiore delle eresie e, per restare in Lombardia, si può ricordare che Francesco Maria Guaccio, frate dell’ordine di Sant’Ambrogio e famosissimo cacciatore di streghe, giudice del tribunale dell’Inquisizione e carnefice di innumerevoli donne, diede alle stampe nel 1608, a Milano, il celeberrimo Compendio Maleficarum che è il testo base della lotta alla stregoneria. Si tratta di un “compendio” nel senso moderno del termine, dato che l’autore si ripropone il lodevole scopo di mettere ordine in una materia che all’inizio del Seicento era già talmente vasta e ricca da risultare di difficile interpretazione. Addirittura il buon frate tenne corsi di formazioni in tutta Europa, in qualità di luminare ed esperto in materia.

Veduta_della_piazza_della_Vetra_in_Milano

2 – Piazza della Vetra in un dipinto del 1833.

Proprio a Milano si ha notizia di uno dei più antichi roghi di streghe lombarde: qui nel 1390, in piazza della Vetra vennero arse Sibilla Zanni e Pierina Bugatis, originarie del Verziere. Piazza Vetra e il Verziere, zone centralissime di Milano, sono anche tra i luoghi più “neri” della città. La prima, che deve il suo nome all’omonimo fiumiciattolo, all’epoca dell’esecuzione era uno spiazzo destinato alle esecuzioni della bassa plebaglia (sarebbe stato così fino al 1814) e oltretutto vi lavoravano i tintori, che ammorbavano l’aria e trasformavano il canale in una fogna a cielo aperto. Il Verziere, attuale piazza Fontana, allora quartiere tipicamente medievale e oggi completamente scomparso, deve il suo nome al fatto di essere stato, in origine, un mercato ortofrutticolo: era un altro posto per miserabili. Pierina e Sibilla, accusate di aver partecipato ai sabba, furono torturate e interrogate dal frate inquisitore Beltrame di Cernuscullo. Pierina, in particolare, interrogata «se si fosse data al demonio risponde affermativamente e che in premio o in segno di sé gli diede un po’ di sangue della propria mano destra, un cucchiaio circa, e con questo sangue il demonio scrisse che Pierina si dava interamente a lui».

Poco lontano da Milano, a Monza, ci sono notizie di una donna, tal Caterina de Pilli di Bergamo, soprannominata, per motivi non noti, Ruggiera da Monza, condannata per stregoneria e ospite delle carceri monzesi dal 1470 e la cui condanna a morte sul rogo venne eseguita solo nel gennaio del 1471, cioè solo quando il duca Galeazzo Maria Sforza poté recarsi in loco per assistere allo spettacolo con tutta la corte:

intendemo che quello inquisitore che è li vole sabato fare brusare quella donna che è in prisone per stria, et perché non intendemo se faza questa justitia né de lei né de alcuno de quelli sono in prisone per simile casone fino a che non saremo nuy lì, che sarà presto, volimo et comandamo non debbi fare tale justitia né lassarla fare […]

Nel 1617, di nuovo a Milano in piazza della Vetra, come ricorda il Registro dei nobili secolari di San Giovanni Decollato, «fu abbrugiata una Cattarina de Medici, presunta strega, la quale aveva malefiziato il Senatore Melzi et fu fatta una Baltresca sopra la casotta: fu strangolata sulla detta Baltresca all’atto che ogn’uno poteva vedere et prima fu menata sopra un carro et tenagliata […] questa fu la prima volta che si facesse Baltresca». La povera Caterina Medici, originaria di Broni, era la donna di servizio del senatore Melzi, colpevole solo di essersi sottratta a certe proposte indecenti. Senonché il Melzi si ammalò e non riuscendo, seppur con la consulenza di molti medici, a capire l’origine delle sue sofferenze, si convinse di essere vittima di stregoneria: e chi poteva averlo stregato se non la sua donna di servizio? Affidata al boia, ovviamente, Caterina, dopo essersi detta innocente ritrattò e confessò tutto: era andata ai sabba volando su una scopa, aveva conosciuto Lucifero e tanta bella gente, si era divertita lanciando malefici, fatture e malocchi, aveva rovinato famiglie e succhiato il sangue ai bambini, e chi più ne ha più ne metta. Infine, aveva fatto ammalare il suo padrone. Le cronache del tempo ci dicono che, in considerazione del rango del Melzi, per la prima volta venne innalzato un palco (baltresca), in maniera che tutti potessero vedere lo spettacolo. Caterina, in quanto pentita, fu strangolata prima di essere bruciata ma solo dopo essere stata pubblicamente torturata.

Valle_Camonica_da_Breno

3 – Valle Camonica, tradizionalmente luogo di streghe e stregoni, vista da Breno (L. Giarelli / CC-BY-SA 3.0).

Se nelle aree urbane i processi sono molto documentati ma non molto numerosi, tra le montagne avveniva esattamente il contrario. Le celebri streghe di Valle Camonica furono perseguitate tra il 1505 e il 1521: il 23 giugno 1505 a Cemmo furono bruciati un uomo e sette donne, nel 1510 ad Edolo vi fu un rogo di sessanta streghe, condannate dal vescovo di Brescia Paolo Zane per aver causato la siccità con i loro sortilegi. Nel 1518 arrivarono ben cinque inquisitori inviati dal vescovo Zane, e tra giugno e luglio furono arse tra le sessantadue e le ottanta persone (tra cui venti uomini). Il 21 marzo del 1521, in aperto contrasto col nunzio pontificio, il Consiglio dei Dieci della Serenissima Repubblica Veneta, del cui territorio faceva parte anche la Valle Camonica, emise rigide norme per i processi dell’Inquisizione, decretando la definitiva sospensione dei processi il 27 luglio. La paura del contagio pestilenziale di cui parla anche Alessandro Manzoni contribuì non poco ad eccitare sentimenti di assoluta intolleranza verso coloro che erano sospettati di stregoneria. Tra le eccezionali misure di salute pubblica adottate per l’occasione nel contado di Bormio vennero ricompresi anche roghi di streghe, arrivando tra il 1630 e il 1632 a bruciare 34 persone, tutte di Valdidentro e di Livigno. Sempre da queste parti, a Sondrio, qualche decennio dopo, ci furono svariati processi tra cui due di particolare ferocia: ne furono vittime Giovanni Bormetti detto Merendin di Semogo (1673) e Caterina Ravisaga (1674), rei confessi – dopo atroci torture – e bruciati sul rogo per stregoneria in località Prà della Giustizia, vicino all’attuale chiesetta di San Gallo.

Bibliografia e fonti

Immagini

  1. Incisione n°23 (xilografia) dal Compendium Maleficarum di Francesco Maria Guazzo (1608) [PD] Commons
  2. Giuseppe Elena, olio su tela (1833). Artgate / Fondazione Cariplo [CC-BY-SA 3.0] Commons
  3. Luca Giarelli, dicembre 2007 [CC-BY-SA 3.0] Commons
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Andrea Panigada